Conversation Piece Part VII Verso Narragonia A Fondazione Memmo

Conversation Piece Part VII Verso Narragonia A Fondazione Memmo

Tre gli artisti protagonisti di questa edizione: Jos de Gruyter & Harald Thys (duo di artisti belga), Benedikt Hipp (attuale vincitore del Premio Roma presso l’Accademia Tedesca Villa Massimo di Roma) e Apolonia Sokol (attualmente borsista presso Villa Medici - Accademia di Francia a Roma).

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Da lunedì 8 febbraio Fondazione Memmo presenta il nuovo appuntamento del ciclo di mostre, a cura di Marcello Smarrelli, Conversation Piece | Part VII, quest’anno dal sottotitolo “Verso Narragonia”.

Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno, per l’appunto Conversation Piece del 1974. Una metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare.

Tre gli artisti protagonisti di questa edizione: Jos de Gruyter & Harald Thys (duo di artisti belga), Benedikt Hipp (attuale vincitore del Premio Roma presso l’Accademia Tedesca Villa Massimo di Roma) e Apolonia Sokol (attualmente borsista presso Villa Medici - Accademia di Francia a Roma).

Verso Narragonia, il sottotitolo di questa edizione, fa riferimento alla località fittizia raccontata nel poema “La nave dei folli”, del poeta alsaziano Sebastian Brant, pubblicata per la prima volta nel 1494, illustrata da Albrecht Dürer.

In una teca della Fondazione è esposta una rara copia de “La nave dei folli”, nell’edizione di Basilea del 1572, messa a disposizione dalla Biblioteca Oliveriana di Pesaro.

Attraverso i lavori dei tre artisti invitati, Conversation Piece Part VII, intende evidenziare il tema della follia come fonte d’ispirazione della creatività artistica, sottolineando l’attrazione suscitata sugli artisti da tutto ciò che è diverso, strano e perturbante.

Il percorso espositivo inizia con l’installazione del duo belga formato da Jos de Gruyter e Harald Thys: 23 piccoli busti realizzati in gesso, capelli finti e vernice, che rappresentano politici di fama internazionale, dittatori, attori di film di serie B, assassini e le loro vittime, personaggi pubblici noti e figure storiche, vive o morte.

Monumentale l’opera dell’artista francese Apolonia Sokol, un dipinto di oltre cinque metri di larghezza che raffigura un’imbarcazione popolata di figure, per la maggioranza femminili, che attinge alle incisioni di Dürer della prima edizione de La nave dei folli.

Il tedesco Benedikt Hipp, invece, ha realizzato un ambiente composto da dipinti e sculture inedite, presentate nello spazio espositivo come parti dissezionate di un corpo.

Abbiamo voluto approfondire il tema della mostra con il curatore Marcello Smarrelli.

Come nasce la scelta del sottotitolo Verso Narragonia?

Narragonia è una località inventata, è uno dei punti di arrivo dello strano equipaggio de “La nave dei Folli”, è l’elemento centrale del celebre romanzo del ‘500, scritto in tedesco dall’alsaziano Sebastian Brant. Una raccolta di poemetti, di racconti satirici, con grande valore morale, che mette in relazione l’idea del disturbo mentale con la mancanza di virtù. Si equipara quindi la pazzia alla totale mancanza di virtù morali, un passaggio importantissimo. Fino al ‘500, infatti, le persone con disturbi mentali vivevano liberamente a contatto con la comunità, anzi spesso erano considerate dotate di particolari capacità, in contatto con forze sovrannaturali, spesso negative. In epoca moderna invece, come ci racconta Foucault nel saggio “Storia della Follia”, sconfitta la lebbra, i lebbrosari rimasti vuoti, vengono riempiti, su decisione delle istituzioni, di persone malate di mente.

La malattia mentale diventa quindi un elemento stigmatizzato in maniera negativa. Le persone “particolari” vengono internate in luoghi chiusi alla comunità, dove gli unici contatti con l’esterno sono gestiti da personale specializzato, una separazione definitiva, una ghettizzazione organizzata.

Una chiave di lettura che può essere molto attuale, vista la situazione che stiamo vivendo?

Esattamente. Da quel momento in poi gli unici a cui si concede di essere strani, sono gli artisti, i creativi. La stranezza, la bizzarria, il comportamento particolare, quasi “saturnino”, viene permesso solo a loro.

E’ come se in questo momento ci fosse stata tolta la possibilità di essere “strambi”, particolari in determinati momenti della nostra vita.

In questo momento di pandemia, che ha “tirato fuori” e alimentato tutte le nostre insicurezze e le nostre paure, mi sembrava quanto mai opportuno inserire una mostra che ragionasse sulla possibilità di tutti noi di esprimerci anche in termini non puramente razionali.

L’arte scardina le consuetudini, i preconcetti, fa vedere le cose in maniera differente, è una vera e propria “palestra di innovazione”, per sviluppare il pensiero laterale, quindi la pandemia potrebbe essere considerata come uno dei periodi artistici per eccellenza.

Un periodo straniante, nel quale vediamo città vuote, dove le persone non si possono toccare, una vera e propria inversione della normalità, che ci ha trascinato in un mondo a noi completamente estraneo, a cui ci dobbiamo adattare, e seguire delle nuove regole.

Se veramente l’arte scardina la realtà e le consuetudini, questo momento è da considerare di grande suggestione per la creatività.

E’ la settima edizione di Conversation Piece, come nasce la scelta degli artisti di questa edizione?

Tutti gli anni, coadiuvato dai miei collaboratori della Fondazione, faccio una scelta, uno studio di tutti gli artisti che saranno presenti a Roma in quell’anno, questo perché Roma, dal ‘600 in poi è il luogo dove bisogna venire per essere artisti e, stranamente, questa tradizione non si è ancora persa. Nei secoli sono state fondate quelle Accademie che gli stati stranieri utilizzavano per far venire a Roma tutto il meglio del loro panorama creativo. Quindi non solo artisti, ma scrittori, registi, addirittura Villa Medici ha un posto da chef, davvero tutte le arti a 360 gradi.

Da anni quindi noi usufruiamo di questo privilegio, di avere il “best of” della creatività di tutti i paesi del mondo a casa nostra, a Roma.

Vent’anni fa sviluppai un progetto che si chiamava Studio Visit, in cui invitavo collezionisti, galleristi, critici a visitare gli studi degli artisti temporaneamente presenti a Roma.

Ora con La Fondazione Memmo abbiamo immaginato un percorso espositivo che esaltasse e fosse da amplificatore alle attività virtuose che queste Accademie svolgono da anni a Roma, rendendo fruibile per il pubblico romano e italiano, un parterre di artisti infinito e di primissima qualità, che negli anni precedenti era un patrimonio che rimaneva chiuso all’interno delle Accademie stesse.

Gli artisti di Villa Medici, Villa Massimo, dell’Accademia Americana ed altre ancora a disposizione del patrimonio cittadino, a cui nessuno aveva mai pensato.

Ed è per questo che, per questa edizione 2021, la scelta è ricaduta su Jos de Gruyter & Harald Thys, Benedikt Hipp e Apolonia Sokol.

Articolo di Stefania Vaghi

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