MEDEA PER STRADA

Teatro dei Borgia in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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Un uomo ci fa entrare in sette dentro a un pulmino portandoci per strada. Nel mentre, siamo obbligati a guardarci, a respirare gli odori e i sudori gli uni degli altri. Siamo obbligati a essere in un racconto nostro, pur non volendolo, inizialmente, perché si sa le conoscenze forzate non fanno mai subito piacere. Uniti da un’iniziale assenza, quest’ultima, subito dopo, si materializza in una donna che, trascorsi pochi metri, sbatte con veemenza il vetro della autovettura per entrare e viaggiare con noi. Irrompe con una borsa e una sacca. Non ha un nome, ma ha due occhi enormi verdi, bellissimi, un sorriso che potrebbe giustificare tutto il male del mondo. Una visibile parrucca nera lunga e un forte accento romeno. Senza nome, perché in Lei potrebbero rispecchiarsi tutti, uomini e donne indistintamente. Insieme attraversiamo le strade di quel caldo pomeriggio in cui ogni pensiero viene enfatizzato dall’aria pesante e dai suoi occhi. Le sue parole sono il verbo di una nostra verità dalla quale non possiamo fuggire perché costretti in un luogo molto piccolo. Dopo qualche curva è naturale interagire con la protagonista, grazie al suo racconto, quello di una donna arrivata in Italia molto giovane alla ricerca sfrenata di un futuro certo, ma incerto nella sua stessa costruzione. Un futuro in cui tuffarsi in maniera cieca, chiudendo gli occhi in un abisso pieno di pescecani a cui tendere la mano, facendo finta di non vedere il male o provando a giustificarlo almeno all’inizio. Un male che porta noi a compatirla nel racconto per essere diventata una prostituta sebbene non per scelta, ma per amore di un uomo da cui ha avuto dei figli: «E che dovevo fare io?», chiede fissando e tatuando gli occhi verdi, bagnati e materni (che anticipano la tragedia), nei nostri. Che avrebbe dovuto fare? Alla fine, lo spettatore non può giudicare, sente di non averne il diritto. Quella storia potrebbe appartenergli, anche se sa di avere di fronte una maschera, una personam che, tuttavia, incarna tante donne immigrate (e non solo) avviluppate nel commercio del proprio corpo con l’inganno anche dell’amore. Il furgoncino si ferma in mezzo al niente. Il sole è sempre più caldo, sappiamo che ci sarà un’evoluzione nel racconto. Lo vuole il titolo e lo vogliono gli occhi dell’interprete che da dolci si sono trasformati in quelli di una donna delusa e poi arrabbiata. Lo sentiamo dal cambio di tono, dalla durezza della voce. Quel «E che dovevo fare io?» diventa perentorio, freddo. La leggerezza si allontana e, mentre si strucca, con collera racconta del matricidio come la celebre tragedia di Euripide vuole. Lo fa con fretta, senza indugiare troppo, servendoci la realtà nuda e cruda. Intanto, si toglie anche la parrucca. Non ha nome, non ha un’identità vera e propria. È una Medea donna (o uomo?) costretta dall’inganno, mutata nella sua purezza. Una Medea che, improvvisamente, ci chiede, dopo 60 minuti di viaggio sul pulmino, di scendere, lasciandoci vuoti e orfani della sua presenza.Ad ÀP Teatro, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza  sulle donne, lo spettacolo-esperienza ‘on the road’ per una riflessione su racket e prostituzione. A CHIARA GAMBINO E IL SUO “NEL NOME DI MARIA” IL PREMIO MAURO ROSTAGNO 2021. Decretata da una giuria di tecnici ed esperti, la sua nomina le è valsa un contributo concreto di 1000 euro a sostegno della sua produzione teatrale

Maria Francesca Stancapiano

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