Giuseppe Capogrossi Ha Colto Nel Segno

Giuseppe Capogrossi Ha Colto Nel Segno

Un "Dietro le quinte" puntuale e delicato per omaggiare il grande maestro

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L'occasione è la celebrazione dei cinquant'anni della scomparsa di Giuseppe Capogrossi, il luogo è la Galleria Nazionale, che con la direttrice Cristiana Collu, diventa, museo di opportunità di dialogo tra passato e presente, un'inesorabile infinita modulanza. Grazie alla magistrale cura di Francesca Romana Morelli si è inaugurata una delle più belle rassegne artistiche, prima retrospettiva dell'intera carriera del maestro Capogrossi.

La mostra si concentra sul passaggio tra figura e segno e narra il suo racconto evolutivo tra intuizioni e tormenti, esaltazioni e delusioni. La parete d'inizio percorso racconta visivamente e in sintesi, l'excursus della carriera ed appare intuitiva ed efficace, ben più di un testo curatoriale. Si parte dai nudi di donna fino ad arrivare alla forma più pura del suo segno.

Giuseppe Capogrossi nato a Roma nel 1900 era un artista schivo, timido e introverso, non amava la folla né la notorietà. La Gnam, proprietaria di un archivio storico, fotografico e documentaristico di scritti, saggi, carteggi, di Capogrossi, per questa mostra rende pubblico il suo patrimonio, permettendoci di entrare nell'evoluzione artistica di un uomo che ha sfidato la critica e i suoi dubbi, per perseverare il sogno del segno.

La mostra espone opere che per lungo tempo sono state private, aumentando il valore dell'evento e si compone di oltre trenta dipinti e una ventina di opere su carta. L'esposizione alterna momenti di figurativo con opere astratte, un'alternanza apparentemente inavvicinabile quanto simbiotica. Silenziosi dialoghi evolutivi, in cui in uno, vi è l'essenza dell'altro, mondi apparentemente distanti che partono e arrivano allo stesso traguardo.

Molto suggestivo l'autoritratto con l'amico storico Emanuele Cavalli, rigidità che nasconde la voglia di esplorare ed uscire dagli schemi, ragionamenti mai perdonati né dagli amici né dalla critica, che deridendo il maestro gli chiedevano dell'uso delle "forchette". Queste chiamate anche tridente o mano di scarafaggio, non erano nient'altro che meravigliosi segni, semi inconfutabili di un percorso di ricerca, frutto di una "realtà interna" alla nostra coscienza.

Tutto parte dalla crisi post-bellica del 1950, periodo di domande senza soluzioni, di esigenza di ripulire l'eccesso drammatico di una lunga guerra, necessità di rinascita. In questa crisi di smarrimento di valori e incertezze sul futuro, Capogrossi inizia a togliere dalla sua pittura, elimina colore, definisce il tratto fino ad abbracciare un linguaggio segnico che lo avvicina all'informale. Non è un viaggio facile e l'artista lo inizia non sapendo quale sia la strada che lo porti, creando turbamenti e agitazioni.

Nasce così il segno iconico apparentemente enigmatico ma emotivamente forte che smuove animi e coscienze. Segni come concessioni ribelli dell'arte e rifiuti di forme, sintesi estrema di gesti di protesta eleganti quanto solenni.

Non sono solo segni, ma stati d'animo, che si distaccano da tutto quello che in quegli anni si era visto, strumenti di passioni, tensioni e disagi, tutto mostrato senza filtri.

La grande sala della galleria espone un racconto di inizi e di arrivi, di successi e titubanze, si è catturati dalla bellezza del grande tappeto che nel 1963 mostrava i suoi colori sulla parete di prua della nave da crociera Michelangelo, dalle tele il cui titoli sono numeri e sequenze, dalle opere di Rilievi bianchi dal formato ovale datati anni '60 che confermano come è il segno e non il colore a dettare le trame emotive tra opinioni e azioni.

L'ultima sala ci fa conoscere l'uomo attraverso foto che lo ritraggono in una intimità domestica e si intuisce come poteva esser stata difficile la scelta stilistica. Questa mostra premia il suo estro e sottolinea come la sua evoluzione fosse giusta e potente e ancor oggi attuale e meravigliosa.

Questa mostra è realizzata in collaborazione alla Fondazione Archivio Capogrossi e il sostegno di Ghella e UniCredit, realtà che non abbandonano l'arte, ma la incentivano e la promuovono e il 9 ottobre, in venticinque musei italiani, avranno luogo mostre ed eventi per ricordare il grande maestro.

Chiara Sticca

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