Vincenzo Manna E Daniele Muratore

La nostra Odissea pone l’accento sull’origine del viaggiare, sulla pulsione che rende il viaggio irrinunciabile per ogni uomo.

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Fino al 13 Dicembre Khora.teatro presenta la sua nuova produzione Odissea - da Omero a Derek Walcott con la regia di Vincenzo Manna e Daniele Muratore e la supervisione artistica di Andrea Baracco. Lo spettacolo è in scena in un luogo non convenzionalmente teatrale lo Spazio Diamante.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarne i registi: Vincenzo Manna e Daniele Muratore.

Iniziamo questa chiacchierata con una vostra piccola presentazione…

Vincenzo: Sono nato a Roma nel 1977 e dopo essermi laureato in "Stilistica e Retorica" all'Università degli Studi di Firenze, ho frequentato l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico". Mi sono diplomato in regia nel 2009 con lo spettacolo "Fari nella nebbia", che ha segnato il suo debutto come drammaturgo. Dal 2013 sono docente di Recitazione e Drammaturgia presso l'Università Link Campus di Roma. Fino ad oggi ho ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Siae come miglior nuovo autore italiano, assegnatogli durante il 53° Festival dei Due Mondi di Spoleto. Tra i miei lavori: "Fari nella nebbia" finalista al 50° Premio Riccione, menzione speciale della giuria; "Cani" 2° Premio Borrello per la Drammaturgia e Premio CassinoOff 2014; "Hansel e Gretel" vincitore del Premio Scenaio Infanzia; "L'ultima Cena" finalista al Premio Hystrio 2011; "Giulio Cesare" traduzione per lo spettacolo selezione Globe to Globe che rappresenta l'Italia durante le manifestazioni culturali delle Olimpiadi di Londra 2012; "Inverno" (2014) di Jon Fosse, regia realizzata per ATCL e Florian Teatro Stabile di Innovazione di Pescara; "S/Z" (2015) primo studio su "Roberto Zucco" di B.M. Koltès prodotto da 369 gradi in collaborazione con Armunia Festival Inequilibrio e Carrozzerie n.o.t.; "Odissea da Omero a Derek Walcott" (2015) regia realizzata per Khora Teatro.

Daniele: Sono laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e in Economia e Gestione dei Beni Culturali e Spettacolo dal vivo all’ Università Cattolica di Milano. Ho vinto il Premio Universo Teatro 2010, il Premio Attilio Corsini 2010 e il Premio Scenario Infanzia 2012. Dal 2014 sono responsabile di progetto per “Limiti” all’interno del programma “Giovani per il sociale” della Presidenza del Consiglio dei Ministri grazie al quale ho creato il blog SenzaCravatta.it Ho firmato le regia degli spettacoli T4 - Un Giardino per Ofelia, Altri amori alla rassegna Garofano Verde, Figli della Città di K., John Tammet fa sentire le persone molto così, Il bambino della luna prodotto dal Teatro delle Briciole, Best Friend con Claudio Gioè. Dal 2014 collaboro con Kitonb Project e Fremantlemedia in qualità di consulente artistico per il programma Italia’s Got Talent. Dal 2011 collaboro stabilmente con Alessandro Preziosi, Khora.Teatro, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatro delle Briciole di Parma, Florian TSI di Pescara e Solot di Benevento. Dal 2010 è docente del Teatro Studio di Benevento diretto dalla Solot – Compagnia Stabile. Dal 2012 è docente presso la Link Campus University di Roma. Nell’organizzazione e produzione teatrale affianca Lorenzo Salveti e Giovanni Minoli collaborando con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, il Festival dei Due Mondi di Spoleto e La Biennale di Venezia. Nel campo della regia ho affiancato maestri come Valerio Binasco, Luca Ronconi, Fausto Paravidino, Jurij Ferrini, Giuseppe Marini e Andrea Baracco.

Khora.teatro offre una propria versione ispirata al ciclo omerico e in particolare alla rilettura di Derek Walcott. Fino a che punto siete rimasti fedeli all’opera classica? Cosa è stato aggiunto e cosa tralasciato?

L’Odissea è uno dei testi fondamentali della cultura occidentale. Da secoli ispira letterati e artisti. Proporne oggi a teatro una nuova versione obbliga necessariamente al confronto con questa enorme letteratura. Il nostro è stato un percorso complesso che, partito dall’originale di Omero, ci ha condotti alla versione teatrale di Walcott. Tra i due ci sono stati molti poeti (Kavafis, Dante...), narratori come Joyce. Sia il lavoro di preparazione che quello di allestimento sono stati un viaggio molto intenso ed interessante. Ci siamo concentrati sull’aspetto più moderno del mito di Odisseo: la sua pulsione innata e irrinunciabile ad andare. Il suo viaggiare non ha solo a che fare con il movimento, è qualcosa di ontologico, connaturato col pensiero umano. Volendo parafrasare un celebre detto, potremmo dire, riferendoci all'uomo moderno: peregrinor (viaggio) ergo sum.

Lo spettacolo viene ospitato in un luogo non convenzionale, lo Spazio Diamante, che intensifica il contatto tra spettatore e scena. Perché questa scelta?

Lavorare con palco e platea sullo stesso livello è sempre una sfida interessante. Obbliga a delle scelte di montaggio piuttosto stringenti ma dà anche la possibilità di un “immersività” difficilmente rinvenibile in spazi teatrali tradizionali. Abbiamo fatto un attento lavoro sul suono, in modo da avvolgere lo spettatore in un’atmosfera che fosse il più coinvolgente possibile. Lo stesso discorso vale per le luci. Anche la disposizione delle sedute non è casuale. Il tutto è stato pensato per sfruttare a pieno le possibilità di uno spazio modulabile a seconda delle esigenze di regia. Il risultato è un contatto vivo con la storia e con gli attori che la interpretano. Scene, costumi, oggetti di scena sono tutti “a vista”. In poche situazioni come questa la magia del teatro prende vita a pochi metri dagli occhi degli spettatori.

La narrazione si concentra su alcune tappe del viaggio, che grazie alla struttura ospitante rende gli spettatori parte attiva del percorso che si sta compiendo. Attraverso questa piccola classificazione di spettatori, cosa è in grado di portare con sé e dare allo spettacolo ognuno di loro:

L’esperto, ossia colui che conosce l’opera originale ed è curioso di prendere visione di questa rilettura.

Non abbiamo ragionato per categorie ma volendo assumere questa classificazione, possiamo dire di essere riusciti a lavorare su più livelli. Un “esperto” della materia può sicuramente cogliere tutti gli aspetti della modernità della nostra rilettura. Abbiamo lasciato da parte alcune storie del viaggio di Odisseo, privilegiando quelle che avessero una risonanza più attuale. Fondamentale in questo senso è stato il testo di Walcott che si muove tra epicità e contemporaneità in modo molto agile. Walcott si concentra sui “mostri” incontrati da Odisseo durante il suo viaggio. Ma i mostri di cui scrive sono da intendersi alla latina “eccezionalità da mostrare, da raccontare”. Il tutto è concertato per rispondere alla domanda: da dove vengono questi mostri? La risposta di Walcott è spiazzante: sono nella nostra mente, siamo noi uomini a crearli e, in definitiva, a cercarli.

L’incuriosito, è lo spettatore che ha letto la locandina dello spettacolo e conosce l’opera attraverso studi superficiali.

Per quanto riguarda gli “incuriositi”...Beh, la loro curiosità sarà ampiamente ripagata. Non vogliamo peccare di modestia ma l’allestimento, oltre a restituire il nucleo fondamentale della narrazione omerica, fornisce anche un intrattenimento altamente spettacolare. Se si pensa solo che nello spettacolo sono coinvolti dieci attori, che lo spazio è stato modificato e reso perfettamente funzionale grazie all’attento lavoro di tutti i reparti: scenografia, costumi, suono, luci. E’ incredibile pensare che nel ventre di un palazzo della periferia romana (lo Spazio Diamante si trova al piano terra di un palazzo degli anni ’50 lungo la Via Prenestina), possa prendere vita un mondo dove risuonano insieme le eco del passato e le voci del presente.

Il costretto, tutti i bambini e i ragazzi che studiano attualmente l’opera a scuola e che sono stati portati dai genitori o dagli insegnanti. E anche i possibili accompagnatori di altre tipologie di spettatori.

Siamo convinti che tutti i “costretti”, dimenticheranno presto la loro condizione per abbandonarsi alla fruizione di una storia che ha nella sua natura più profonda l’essere recitata, letta ad alta voce, messa in scena. Conosciamo tutti la forza del raccontare e sappiamo per esperienza che anche gli studenti più svogliati non sanno resistere alla magia dell’affabulazione. Ci viene in mente un altro classico, Lucrezio, che paragonava la poesia al miele che il medico cosparge intorno al bicchiere che contiene una medicina amara perché il bambino (ma anche l’adulto) la beva senza battere ciglio o, addirittura, con piacere.

Il cast degli attori è giovane, come anche voi registi; pensate sia importante questo aspetto per una reinterpretazione contemporanea in cui si vuole raccontare lo spirito del nostro tempo?

Crediamo che la gioventù non sia solo un fatto anagrafico. Sicuramente aiuta quando si ha a che fare con opere che richiedono molto impegno e un duro lavoro di prove. Ma non è questo il punto. Crediamo che l’aspetto fondamentale della nostra Odissea sia la domanda che ci siamo posti quando abbiamo deciso di metterla in scena: che senso ha, oggi, raccontare ancora una volta la storia di Odisseo?

Come ci avete ricordato con quest’opera, gli antichi greci affermavano che “soltanto lo stesso agisce sullo stesso”, per questo Odisseo è costretto ad un continuo mutamento per superare i propri ostacoli, o si potrebbe dire anche che sviluppa un grande spirito di adattamento. Considerando i tempi che corrono, pensate che questo sia un buon consiglio da dare ai ragazzi che si stanno accorgendo ora per la prima volta delle enormi difficoltà della vita di tutti i giorni?

Il parallelismo può sembrare azzardato ma non lo è. Lo estenderemmo, però, a tutte le epoche, non solo all’oggi. Tutti le epoche sono state difficili e complicate, tutte sono state caratterizzate da viaggi, domande, mostri, desiderio di conoscenza. Se si pensa all’Ulisse di Joyce, per esempio..la nostra Odissea pone l’accento sull’origine del viaggiare, sulla pulsione che rende il viaggio irrinunciabile per ogni uomo. Poi che sia un viaggio fisico, della mente, un viaggio su navi o aeroplani non importa. Quello che crediamo sia fondamentale chiedersi è: perché viaggiamo? Perché la nostra natura ci spinge instancabilmente ad andare?

Dopo aver parlato dello spettacolo e delle sue implicazioni sugli spettatori, vorrei ci raccontaste come è stata questa esperienza…

Abbiamo in parte già risposto a questa domanda. Volendo scendere più nei dettagli, possiamo dire di essere stati molto “presi” dall’esperienza. Raramente ci è capitato di essere così coinvolti in progetto, sia in termini di ore di lavoro, che in termini di partecipazione. Lavorare con dieci attori è sempre faticoso ma anche incredibilmente stimolante, sia dal punto di vista umano che da punto di vista creativi. Lo stesso discorso vale per tutti gli altri reparti creativi. Per utilizzare una metafora scontata, siamo stati per più di un mese sulla stessa barca. Alcuni giorni sono stati senza vento, altri burrascosi, altri ancora sereni e a vele gonfie. La cosa importante e che alla fine, tutti insieme, siamo approdati a Itaca. E, detto in confidenza, senza farci sentire da Penelope, ci auguriamo di ripartire al più presto.

Lo spettacolo sarà in scena a Roma fino al 13 dicembre, considerate questa la città con il clima più adatto per ospitare l’opera?

Roma è una grande metropoli piena di offerte culturali di ogni tipo. Noi siamo in scena un mese insieme ad altre decine di spettacoli. E’ il pubblico che sceglie. Ma stranamente anche a Roma funziona il passaparola. Se qualcosa vale la pena di essere visto, la notizia si diffonde rapidamente. Abbiamo già ricevuto riscontri molto positivi. La sfida non ci spaventa. Come abbiamo già detto, ci auguriamo che Roma sia solo la prima tappa di un progetto che ha tutte le qualità per affrontare ogni tipo di pubblico e ogni “piazza”. Mettere in scena un classico, ha anche questo tipo di aspetti positivi.

Attualmente con la comparsa di infiniti siti come Netflix, in cui viene offerta la possibilità di vedere anche spettacoli di intrattenimento teatrale dal proprio letto senza dover prendere la macchina e spostarsi, due giovani registi come voi, come difendereste l’esperienza teatrale vera e propria?

Noi siamo molto aperti alle innovazioni tecnologiche, a ogni tipo di arricchimento culturale e umano. Non abbiamo paura del confronto. Anzi. Non siamo di quei registi che difendono il loro territorio perché sei sentono attaccati nelle loro prerogative. Siamo sicuri di quello che facciamo. E siamo convinti che il teatro di un certo tipo, non solo il nostro, possa offrire un esperienza completamente diversa da quella che si può avere utilizzando ad esempio Netflix. E’ uno degli enormi vantaggi della modernità: poter scegliere. Noi artisti dobbiamo solo avere ben chiaro quale è il nostro linguaggio e cosa offriamo di unico e irripetibile al pubblico.

Per concludere, vi chiedo quale sensazione dominante che accompagna il pubblico dopo aver visto lo spettacolo Odissea - da Omero a Derek Walcott…

Lo spettacolo dura circa un’ora e mezza. La domanda che abbiamo sentito più spesso, all’uscita da teatro è stata: ma è già finito?

Martina Sobacchi

ph Anna Faragona

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