Lorenza Fruci

Essere donna oggi vuol dire non essere più solo “l’angelo del focolare”

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Lorenza Fruci, giornalista e scrittrice ci guida per parlare di donne, di femminilità, di imprenditoria al femminile ed attualità. Parlare di donne, appunto, è impresa vasta e complessa. Un argomento che sicuramente non può essere snocciolato in poche righe ma che è doveroso affrontare. Poche righe per un’intervista carica di perché e di risposte tutte da leggere. Lorenza Fruci proprio in questi giorni presenta il libro realizzato con la fotografa Nina Baratta dal titolo “Lei ed Io. Dieci storie di vita, dieci ritratti fotografici, dieci interviste e una ricerca durata un anno” edito da Cultura e Dintorni.

Cosa vuol dire essere donna oggi?

L’essenza della donna non è diversa da quella di un tempo, è il ruolo che la donna riveste nell’attuale società occidentale che è diverso. Essere donna oggi vuol dire non essere più solo “l’angelo del focolare” ma essere lavoratrice, imprenditrice, madre, moglie, amante, cittadina votante, soggetto attivo nella società…. e far conciliare tutti questi ruoli è la vera sfida attuale.

Il Tg delle Ragazze: come nasce l’idea ma soprattutto, le ragazze hanno bisogno di un tg tutto per loro?

L’idea nasce dal fatto che credo nell’informazione settoriale perché permette una maggiore facilità nel trovare le informazioni di cui si ha bisogno. Per le donne ci sono i femminili (riviste e siti), ma non c’è un tg per il web. Il Tg delle Ragazze vuole essere un contenitore dove trovare informazioni solo per le donne soprattutto sul mondo del lavoro, della cultura, della famiglia, che favorisca l’empowerment e il senso critico nei confronti di certe mancanze di libertà. Il TG delle Ragazze è in fase di lancio, sto cercando un finanziatore che creda nel progetto e che voglia svilupparlo con me

A proposito di imprenditoria femminile, secondo Lei a che punto siamo in Italia?

I numeri dell’imprenditoria rosa sono buoni e in crescita; solo a Roma e provincia le imprese femminili, secondo uno studio realizzato dall’ufficio studi della Camera di commercio di Roma, sono cresciute di più della media, sono specializzate nel settore del commercio e hanno superato il numero delle 96.000 unità. Le donne hanno saputo trovare il coraggio di rispondere alla crisi facendo impresa, investendo su stesse e credendo nell’autoimpiego. Non solo, l’imprenditorialità permette alle donne anche una maggiore conciliazione della vita privata con quella lavorativa. Quello che manca è una maggiore rappresentanza politica delle donne imprenditrici per portare all’attenzione delle istituzioni l’importanza del ruolo che queste donne rivestono nel tessuto economico e sociale del nostro paese.

Tra i libri che ha pubblicato, su quello dedicato a Betty Page o al Burlesque si sottolinea ancora una volta un aspetto della femminilità che punta tutto sulla fisicità. Parlare di donne che pongono al centro della loro vita la “nudità” e il sesso, anche se sotto un aspetto ironico, non è sminuire la femminilità stessa?

Nei libri che lei cita sottolineo come la nudità, la fisicità o l’erotismo possano essere frutto di una libera scelta e in quanto tale lecita perché ritengo che ognuno possa fare del proprio corpo quello che vuole, mostrarlo o meno, giocarci o meno, senza che per questo qualcuno si senta autorizzato a giudicare. Dietro le storie che racconto ci sono l’autodeterminazione, la consapevolezza, scelte di vita libere e incondizionate, forti personalità, modi di vedere e di concepire la vita non convenzionali. Quindi in realtà è una fisicità che inganna coloro che si soffermano solo all’apparenza. In sintesi racconto come l’affermazione di se stesse possa passare anche dal corpo. Ovviamente non è l’unico modo, ma può essere uno dei tanti. Ogni donna deve sentirsi libera di esprimere la propria femminilità come crede. Chi lo dice che nudità e sesso sminuiscono la femminilità? Non capisco questa retorica sulla femminilità avulsa dal corpo come l’unica accettabile. C’è chi ha una testa femminile, chi dei modi, chi un’anima, chi un corpo, ci sono degli uomini femminili… chi siamo noi per giudicare ciò che è giusto o sbagliato? Possiamo avere le nostre preferenze e sintonie verso un certo tipo di femminilità, ma nessuno ha il diritto di dire che la femminilità possa esprimersi in un unico modo. Sulla valenza di un modello unico molte battaglie femministe hanno fallito.

In una precedente intervista dichiara di: «… essere co-presidente di Impresa Donna CICAS (Confederazione Imprenditori Commercianti Artigiani Turismo e Servizi) con la quale lavoro proprio in questo senso, rappresentando le donne imprenditrici e le loro necessità». E allora perché non raccontare una storia di successo al femminile di cui non si parla mai?

E’ proprio questa la direzione che voglio dare al mio lavoro, soprattutto da quando ho questo nuovo incarico come coordinatrice di Impresa Donna Cicas. Sottolineo costantemente che bisogna raccontare storie di successo femminili e che in molta comunicazione, soprattutto quella pubblicitaria, si dovrebbero cambiare i modelli che vengono proposti. Un tipo di comunicazione che critico da sempre è quella sul femminicidio, dove la donna continua ad essere rappresentata come vittima: lì bisognerebbe ribaltare del tutto l’immagine della donna e fotografare una donna che reagisce alla violenza e ne esce vittoriosa, una donna che ha la forza di abbattere la violenza maschile. Oppure rappresentare finalmente gli uomini violenti e metterli alla berlina del giudizio della gente. Bisogna comunque anche ammettere che in alcuni media, come la televisione, e in alcuni film, da qualche anno le donne iniziano ad essere maggiormente rappresentate nei loro differenti ruoli. Insomma siamo all’inizio di un cambiamento per il quale bisogna continuare a battersi ed impegnarsi. Tornando poi al burlesque, non molti sanno che molte performer sono anche delle imprenditrici che gestiscono scuole, workshop, festival ed eventi, e stiliste di linee di abbigliamento: credo che queste siano già delle storie di successo.

Il personaggio Betty Page pensa possa essere un esempio per le donne? E se sì in quali aspetti?

La storia di Betty Page è quasi un romanzo per la sua ricchezza incredibile di avvenimenti. E può essere un esempio in questo (ripeto): la libertà di fare quello che si vuole, la libertà di essere stesse e di non farsi condizionare dall’esterno e dalla società. E poi per l’atteggiamento che aveva nei confronti della vita: il non perdersi mai d’animo, la forza di ricominciare da capo e rimettersi sempre in discussione. E poi nell’apertura mentale, nella solarità e nel sorriso che consiglio a ogni donna di portare sempre in volto come una firma, un modo di stare al mondo.

Cosa pensa della polemica ormai decennale sull’uso del corpo femminile a scopo pubblicitario? (Un esempio, Marzo 2015: STOP ALLA DONNA-OGGETTO SUI CARTELLONI PUBBLICITARI. LA SVOLTA DI MARINO A ROMA.)

E’ una polemica che non credo si esaurisca presto. Basti ricordare il recente dibattito che ha suscitato il post critico di Michela Murgia nei confronti della copertina di novembre di Marie Claire. Purtroppo la moda e la pubblicità hanno delle regole che difficilmente verranno cambiate. In una recente ricerca svolta dall’Indagine dell’Art Directors Club Italiano in collaborazione con Università Alma Mater di Bologna e Nielsen Italia emerge come ancora nel 2013 la donna in pubblicità sia stata spesso utilizzata come “grechina” (donna decorazione) o “sessualmente disponibile” nella maggior parte delle campagne pubblicitarie (link alla ricerca https://giovannacosenza.files.wordpress.com/2014/11/come-la-pubblicitacc80-racconta-gli-italiani.pdf). Quello che possiamo fare è continuare a denunciare questo modo di rappresentare le donne ma nel frattempo favorire lo sviluppo di spirito critico nelle nostre sorelle, amiche, figlie, bambine dando loro degli strumenti di lettura e di interpretazione del mondo della pubblicità e della moda. Le donne a quel punto avranno gli strumenti per decodificare le immagini e quindi sapranno rapportarsi a questa falsa (perché parziale) rappresentazione del femminile nel modo giusto.

Una donna che non lavora rinuncia a qualcosa?

Credo che bisognerebbe mirare alla libertà della donna, così come dell’individuo, e per questo non credo che il lavoro sia necessariamente un dovere. Nella maggior parte dei casi il lavoro è una necessità, ma c’è anche chi non ha bisogno di lavorare. Conosco donne che non lavorano che sono assolutamente realizzate e soddisfatte della propria vita. Dobbiamo mirare alla possibilità di scelta in ogni ambito, sia professionale che nella vita privata. Anche in questo caso non esiste un modello unico di vita, una vera società civile è quella che lascia l’individuo libero di scegliere se lavorare o meno (se non si ha bisogno di farlo ovviamente) e che tipo di lavoro svolgere. Certamente il lavoro dà indipendenza ma se una donna sceglie di non lavorare, avendo delle alternative che la rendono felicemente indipendente, non rinuncia a nulla. E’ sempre una questione di scelte.

Una mostra fotografica ed un libro insieme dal titolo “LEI ED IO” (edito Cultura e dintorni) per parlare di femminilità presentato il 10 Dicembre. Una raccolta di foto ed interviste di 10 donne tutte diverse tra loro, c’è qualcosa che le accomuna?

Tante cose non dette. Tante verità emerse piano piano, lentamente, magari alla fine di ogni una lunga chiacchierata, tante cose negate, nascoste, implicite, non comunicate. E tanta sensibilità che appartiene solo al femminile, fatta di sfumature, dettagli, piccolezze, insenature, soffi di venti.

A proposito di letteratura: in queste ore Elisabetta Sgarbi ha battezzato la sua ultima impresa, la Nave di Teseo, nome noioso e scolastico dell’approdo di un manipolo di fedelissimi che l’hanno seguita per sottrarsi, dicono, all’uniformazione coatta dell’affaire Mondazzoli: che idea di questa nuova avventura editoriale che vede tra i protagonisti grandi nomi a partire da Umberto Eco?

Il nome scelto non lo trovo né noioso né scolastico, piuttosto rappresentativo di una identità che Elisabetta Sgarbi ha voluto dare alla sua nuova casa editrice. Per quanto riguarda i suoi fedelissimi autori, si tratta di un gruppo di intellettuali che credono fermamente nella purezza del termine intellettuale inteso come definizione di razza “antropologica” superiore (parole di Eco), superiore soprattutto a certe leggi dell’economia. Non dovrebbe stupire che Mondadori abbia voluto acquisire Rcs Libri e che abbia rifiutato in un secondo momento la proposta lecita di Elisabetta Sgarbi di riacquistare Bompiani, ma dovrebbe far riflettere che Rcs Mediagroup si sia trovata nella condizione di vendere Rcs Libri. E’ questo il vero dato sul quale soffermarsi. C’è una crisi nel mercato editoriale, lo stesso con il quale si confronteranno “Mondazzoli” e la Nave di Teseo. Se quest’ultima sopravvivrà la scommessa sarà stata vincente. Non è più possibile pensare ad una cultura scevra dall’economia così come alcuni intellettuali ancora ritengono.

Volevo soffermarmi sulle parole del giornalista e scrittore Buttafuoco: “È proprio una magnifica idea far di letteratura un talent; ci saranno liti, polemiche celiniane, momenti trash tipo “La Corrida”, facendo poi fronteggiare scrittrici fumose e scrittori isterici, e si farà di letteratura spettacolo, perché infine la vanità è benzina” Secondo Lei ha mai funzionato la cultura letteraria in tv?

Mi sembra che Buttafuoco si riferisse al talent Masterpiece che però non ha visto momenti trash. E’ stato un tentativo di portare la scrittura in tv usando un genere televisivo che in questi anni funziona. In Masterpiece si è provato a far avvicinare i tempi lunghi che la scrittura richiede con quelli televisivi che sono molto molto più brevi. Lo share non ha premiato l’idea che, più che altro, ha avuto il pregio di cogliere e di riportare in tv un modo di sentire la scrittura (e non la letteratura) da parte degli italiani, e cioè che tutti vogliono fare gli scrittori. Le altri trasmissioni dedicate alla cultura letteraria invece si soffermano in genere sugli autori e sui contenuti dei libri, ma senza mai osare o trovare una formula innovativa. Solo Sky Arte con le Parole che restano ha provato a fare una trasmissione che ha coinvolto attori, imprenditori e persone del mondo dello spettacolo come lettori di grandi classici. Credo però che ci siano ancora dei margini per fare degli altri tentativi. Io qualche idea l’avrei.

Negli ultimi anni chi l'ha maggiormente colpita tra i giovani scrittori?

Nessuno in particolare. Amo la scrittura matura di Gilberto Severini.

Da divoratrice di Libri quale verso sente più suo?

Mi sento molto vicina alle parole e al sentire di Alda Merini. Mi rammarico di non essere andata a bussare alla sua porta di casa a Milano solo per conoscerla. In particolare mi ritrovo in questi suoi versi:

Spazio spazio io voglio, tanto spazio  per dolcissima muovermi ferita;  voglio spazio per cantare crescere errare e saltare il fosso  della divina sapienza.  Spazio datemi spazio  ch'io lanci un urlo inumano,  quell'urlo di silenzio negli anni  che ho toccato con mano.

Grazie alla tecnologia attuale centinaia di scrittrici pubblicano estratti on line dei loro libri sperando di diventare il prossimo caso letterario - non conta scrivere bene (lo dimostra “cinquanta sfumature di grigio”), conta essere credibili nelle scene di sesso: lei è d'accordo su questo modo di proporsi al pubblico?

Credo che “Cinquanta sfumature di grigio” sia più scritto bene che credibile nelle scene di sesso. La sua autrice è una sceneggiatrice e la struttura del testo funziona, il libro cammina, si legge facilmente. Non lo annovererei nella letteratura ma nella categoria degli harmony. Alcuni appellativi delle parti intime piuttosto mi hanno lasciata perplessa… credo che per scrivere di eros e di sesso bisogna avere del talento, se non lo si ha la scena diventa ridicola. Per quanto riguarda il fatto di proporsi al pubblico utilizzando il web: perché no. La rete è uno strumento che abbiamo per far circolare idee, progetti e lavori, e quindi perché non utilizzarla? Quello che non condivido, e che non condividerò mai, è la pubblicazione a pagamento. Se un editore crede nel tuo libro investe, se chiede i soldi non è un vero editore.

Come commenta, visto anche il particolare momento storico che stiamo vivendo, l’idea di Oriana Fallaci secondo cui l’Europa non è più Europa, ma Eurabia, colonia dell'Islam?

Che la Fallaci conosceva l’Islam e ne parlava con cognizione di causa. Aveva previsto quello che sta succedendo, così come molti sociologi e studiosi che hanno sempre criticato il multiculturalismo e il melting pot. La nostra politica di tolleranza, di accoglienza e di integrazione senza filtri ci ha fatto perdere un po’ il nostro senso di difesa della nostra identità sia valoriale che religiosa.

Grazie per la disponibilità a Lorenza Fruci

Foto di copertina di Massimiliano Capo

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