Tutta L’intensità Del “De Profundis” Al Teatro Di Documenti

Tutta L’intensità Del “De Profundis” Al Teatro Di Documenti

Nel cuore di Testaccio a Roma lo spettacolo scritto e diretto da Paolo Orlandelli incanta per il testo, la particolarità del luogo e la bravura degli attori

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Più che uno spettacolo teatrale il “De Profundis – l’altra metà del giardino” appare come un’esperienza fra il mistico e il surreale in cui ogni spettatore, a prescindere dal suo grado di sensibilità, può essere immerso in un turbinio di profonde emozioni. Già il Teatro Di Documenti nel cuore del quartiere di Testaccio, dove il testo viene rappresentato fino al 19 maggio, costituisce un luogo unico con le sue grotte che rendono tutt’uno lo spazio dedicato alla scena, al pubblico e agli attori. E di certo questo teatro, progettato e costruito da Luciano Damiani, riconosciuto come il massimo scenografo del Novecento, è stato fra gli elementi vincenti che hanno consentito all’autore e regista del “De Profundis” Paolo Orlandelli di avere un cambio di scena itinerante come se ogni momento potesse vivere di vita propria ma collegandosi, pur sempre, in una visione unica di una storia fra leggenda e realtà. Un testo che, lasciando trapelare in maniera evidente la passione dell’autore per la figura di Oscar Wilde sia per le opere che per la personalità, costruisce con sagacia e rispetto il ritratto più intimo di un personaggio traendolo proprio da momenti di particolare sofferenza.

L’impatto che il pubblico vive nel momento stesso in cui fa il suo ingresso a teatro è forse uno dei momenti più belli dello spettacolo. Al centro della prima sala del teatro, domina la figura di Mauro Toscanelli che, come un Wilde trasformato in statua, parla ai posteri dei tre processi di cui fu protagonista. Originalissimo il costume creato da Carla Ceravolo che sembra avvolgere l’attore nella patina del tempo e in una materia dove il corpo finisce per fondersi. Già da qui si rivela il grande attore che riesce ad esprimersi in maniera limpida anche se sembra che sta recitando un mantra fra italiano e latino. Il suo prologo è così capace di creare quell’innesco che regala la convinzione che si sta per assistere a qualcosa di veramente grande. E le aspettative sono del tutto confermate dall’interpretazione di Gaetano Lizzio che nel secondo ambiente del Teatro Di Documenti aspetta il pubblico per iniziare la sua arringa che porta Wilde ad essere condannato al massimo della pena prevista per il reato di sodomia. Anche qui abbiamo una sublime prova di attore con un personaggio che sembra uscito da una pellicola in bianco e nero e che riesce a fare vivere un’aula di tribunale nello spazio di una grotta. Le parole, i toni, la mimica si compongono in un perfetto mosaico per dare vita a una figura che, considerate le argomentazioni esposte, oggi potrebbe lui stesso essere giudicato. Ma in realtà Lizzio riesce bene a rappresentare lo specchio di un’epoca e quando al finale si alza in piedi sull’unica sedia della scenografia, sembra proprio volere essere la più alta espressione di quella schizofrenia di un sistema giudiziario che puniva i rapporti omosessuali commessi in privato tra maschi consenzienti.

Quella che più assomiglia all’arena del Teatro Di Documenti ospita l’ultimo atto dello spettacolo con il ritorno al quel “De Profundis” che racconta l‘esperienza del carcere.  E’ ancora Toscanelli ad incantare il pubblico con l’interpretazione di un Wilde cambiato nel dolore e rassegnato ad accettare quella misera condizione di reclusione non più pensando a un suicidio ma alla speranza finale per una nuova vita. L’attore con vesti lacere cammina a piedi scalzi riuscendo magistralmente a dare vita a pensieri e riflessioni che rivelano la parte più vera e cosciente del proprio essere. In ginocchio Toscanelli porta Wilde verso il finale di “La casa del giudizio” dove l’uomo, al cospetto del giudizio di Dio negherà di poter accedere sia all’Inferno che nel Paradiso perché nel primo ha sempre vissuto mentre il secondo non è stato mai capace di immaginarlo in alcun luogo. Se l’ingresso in scena del terzo attore Vincenzo Palladio con la sua discesa dalle scale appare spettacolare poi l’interpretazione della somma divinità presenta qualche sbavatura soprattutto per una voce che si perde fra diverse modalità di toni che, a tratti, si fanno veramente troppo forti. Non molto centrata nemmeno la scelta del costume che trasforma il personaggio in una vestale piuttosto che in Dio. Del resto, per un giovane attore esibirsi dopo due colossi come Toscanelli e Lizzio non poteva essere un’impresa facile.  Nel complesso lo spettacolo risulta ben costruito ma, proprio per lasciare intatta la grande magia che riesce a creare, sarebbe opportuno che, prima dell’inizio, il pubblico fosse istruito sulle modalità e sui vari spostamenti durante la rappresentazione. Piuttosto che essere guidati dall’autore, gli spettatori dovrebbero già sentirsi parte integrante di una scena itinerante conservando così tutto il pathos che gli attori riescono a creare.

                                             Rosario Schibeci

(Foto di Alessio Trerotoli) 

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