Mauro Bertoli

Questa è una caratteristica importante dei Pooh, non hanno mai fatto qualcosa per scopi commerciali, solo per vendere dischi, ma solo e soltanto per l’amore per la musica.

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Mauro Bertoli, primo chitarrista-cantante, co-fondatore dei Pooh, uno dei più grandi gruppi della storia della musica italiana. L’idea nacque nel lontano 1962 col compianto Valerio Negrini, primo batterista ed in seguito paroliere di quasi tutta la loro produzione.

Abbiamo il piacere di averlo ospite del nostro magazine.

Come è nato il suo amore per la musica? E che cosa significa per lei la musica?

Il mio amore per la musica è nato da una sensibilità molto acuita e da un’infanzia piuttosto negativa, piuttosto brutta. E dal fatto che la mia mamma era una pianista, per cui mi sono ritrovato a studiare Bach, Schubert e chi più ne ha più ne metta. Per cui ho immagazzinato un quantitativo molto grande di musica. Unitamente a problemi familiari dovuti anche al periodo storico del dopoguerra, questa mia sensibilità si è acuita e si è riversata sulla musica.

Lei è stato il primo chitarrista-cantante, co-fondatore del gruppo musicale dei Pooh, ideato nel 1962 con Valerio Negrini, primo batterista ed in seguito paroliere del gruppo. Come nasce questo progetto musicale e quali sono state le tappe fondamentali che hanno portato alla nascita del gruppo?

Il progetto musicale è nato nel 1962, quando Valerio che non conoscevo venne da me e mi espresse il desidero e la ferma volontà di fare un gruppo di grande spessore, da lì nacque un duo, che divenne poi un trio fina a diventare un quintetto. Nel percorso storico poi sono cambiati diversi elementi per diversi motivi fino a quando si formò il gruppo giusto e da lì vennero fuori i Pooh. Il resto è storia.

Una domanda che probabilmente le avranno fatto spesso. Perché la scelta di questo nome?

Questa è stata una scelta un po’ imposta perché il nome che avevamo prima Jaguars lo aveva già un altro gruppo musicale romano, per cui ci venne consigliato un nome più breve, orecchiabile e facilmente memorizzabile di un personaggio di Walt Disney, l’orsetto Winnie the Pooh: così nacque il nome Pooh.

Perché ha sentito l’esigenza di scrivere il libro POOH – ATTO DI NASCITA? Pensava che fosse semplicemente una storia che andava raccontata o c’è qualcosa di più profondo?

Ma guarda, io non ci pensavo nemmeno lontanamente a mettere tutta la storia per iscritto. Mi trovavo a Bergamo con i Pooh per la commemorazione del mio capo socio Negrini e, come unico fondatore rimasto in vita, e lì in molti mi hanno chiesto: “Ma sti Pooh quando sono nati?”. Ed io ho risposto candidamente: “Nel 1962”, anche se per convenzione molti ritengono che i Pooh siano nati con l’uscita del primo lp Per quelli come noi, che è del 1966. Però il sogno, l’idea, nacque molto prima, cioè come ti dicevo nel 1962.

Nel suo percorso con i Pooh ha scritto, suonato e cantato diversi brani. Qual è il brano che ha amato di più? E se c’è invece un brano che non l’ha mai convinta del tutto?

L’unico brano che non mi ha mai convinto del tutto, fu una sorta di brano scritto su commissione, sul filone americano dell’epoca, ed era Bikini beat, un brano abbastanza insulso, una cosa leggerina più vicina ad una sorta di spot. Mentre tutti gli altri brani devo dire che erano più profondi, avevano contenuti, in questo caso avrei l’imbarazzo della scelta, giusto per farti qualche nome a me piacciono molto Inca e Domani ma anche tanti altri. Ne hanno scritti circa 650 più o meno, tutti hanno contenuti, tutti hanno qualcosa, non sono brani fatti così giusto per occupare un posto in classifica. Vedi questa è una caratteristica importante dei Pooh, non hanno mai fatto qualcosa per scopi commerciale, solo per vendere dischi, ma solo e soltanto per l’amore per la musica.

La prefazione del suo libro è stata scritta da Roby Facchinetti, forse il volto più famoso dei Pooh. Ci racconta il vostro primo incontro? E’ vero che è stato lei a proporgli di far parte del gruppo?

Si è vero, Il primo incontro avvenne a Bologna allo Sporting Club nel marzo del 1966, lui era col gruppo Pierfilippi e Les Copains, io ero già coi Pooh e mi colpi molto il suo modo convincente di fare e amare la musica, con un’energia notevole. Noi eravamo un po’ in crisi e così presi la palla al balzo e, senza chiedere niente a nessuno, durante il cambio orchestra, lo bloccai sulle scale di questo dancing e gli chiesi a brucia pelo se voleva far parte dei Pooh. Lui mi guardò solo per un attimo stupito e dopo mi disse subito, “Sì, sì ci sto”. Deciso come pochi, come era lui, ed infatti da quel momento la sua vita e cambiata. Lui è stato uno dei trascinatori dei Pooh, ha dato un input giusto, è stato uno di quelli che ha dato vita alla fase più pienamente creativa del gruppo, iniziando la fase dei brani “nostri”, abbandonando le cover. Roby è un bergamasco convinto, caratterialmente fortissimo, sempre allegro portò nuova linfa e nuova forza nel gruppo.

La sua storia con i Pooh sembra la versione italiana di Pete Best, il primo batterista dei Beatles che lascio il gruppo prima che questi passassero alla storia. Questo abbandono ad un passo della esplosione notorietà della band, lo vive come un rimpianto?

No, nessun rimpianto perché fu una scelta libera e ponderata, perché in quel momento cercavo delle sonorità diverse. Lasciare i Pooh per me fu una sorta di atto di fede verso il gruppo perché volevo fare l’arrangiatore e pertanto non mi sentivo più a mio agio nei panni dal chitarrista/cantante dei Pooh. Il palco mi stava stretto, volevo stare nello studio a comporre, scrivere, arrangiare. Per cui ho fatto una scelta anche per il loro bene. Non mi sentivo più parte dei Pooh, avevo la mente presa a tutte altre cose e con tutta la sincerità possibile dissi loro: “Basta, ragazzi io smetto perché non è più il caso che continui, lascio spazio a chi può fare questo meglio di me”.

Dopo la separazione con i Pooh come è proseguito il suo percorso musicale?

Come ti dicevo ho proseguito per cinque o sei anni componendo, scrivendo ed arrangiando in studio. Poi nel 1973, smisi e appesi la chitarra al chiodo. L’ho ripresa dopo trentadue anni.

Qual è stato secondo lei il momento più importante della sua carriera di musicista?

Penso gli ultimi due anni con i Pooh perché è stato il periodo più intenso, abbiamo fatto diversi dischi e diverse tournée, in particolare il 1966 e il 1967. Sicuramente è quello il periodo che ricordo con maggior piacere.

Se dovesse scegliere un artista del passato o del presente con cui fare una collaborazione, chi sceglierebbe?

Sono tanti quelli bravi è difficile scegliere. Sarei orientato a scegliere qualche artista estero, visto che la musica italiana, ad eccezione dei Pooh, non la seguo molto. Mi piace molto la soul music, se potessi mai realizzare un sogno, magari sceglierei Stevie Wonder. Un personaggio talmente meraviglioso, elettrizzante, ricco di ogni cosa: direi che lui è musica vivente.

Quanto è cambiato il mondo della produzione musicale italiana dai tempi in cui i Pooh marciavano verso il successo? Secondo lei è cambiato in meglio o in peggio?

Io credo che la musica sia la colonna sonora di un momento storico. Ti faccio un esempio pratico. Negli anni sessanta, c’era molto fermento, una voglia di ricostruire, ripartire e quindi la musica era carica di tutte quelle energie, per cui nacquero i Beatles, i Rolling Stones e tutti gli altri. Oggi c’è invece una carenza di valori, una mancanza di obiettivi concreti, c’è una rassegnazione generale al fato ed anche la musica ne risente ed esprime questo: c’è poco di buono e originale, molta elettronica, molta disco-music. Tutta musica che serve a stonare le persone, per non farle pensare, perché forse è meglio che non pensino. Nonostante oggi ci siano strumenti e mezzi a disposizione superiori al passato per fare un’ottima musica, forse mancano le giuste ispirazioni.

Come musicista e conoscitore di musica, quale secondo lei dovrebbe essere l’album musicale che tutti dovremmo ascoltare almeno una volta nella vita?

Penso che la musica, nella sua espressione più pura, sia quella classica. Per cui penso che quando una persona si ferma un attimo, scende da questa vista vorticosa ed ascolta una romanza del nostro grande Giacomo Puccini, non possa provare altro che commozione e una gioia profonda.

Ci sono tanti ragazzi che sognano di diventare musicisti. Che consigli pratici potrebbe dargli?

Perseverare, amare quello in cui credono ma soprattutto studiare, studiare e studiare senza mai stancarsi. Perché nella musica non si finisce mai di imparare, non esiste il migliore, non esiste il più grande. Per cui è importante dedicare alla musica la propria vista per capirla a fondo.

Che opinione ha dei talent show televisivi? Crede che questo sistema di produrre musica sia deleterio per la qualità artistica e musicale o è semplicemente un strumento in più che hanno i giovani musicisti di farsi conoscere?

In un mondo di immagini non è facile capire ciò che è vero da ciò che ha la funzione solo di “colpire”. Quindi grandi spettacoli, grandi sogni, grandi illusioni è questa è la cosa peggiore per chi è davvero talentuoso, perché si perde nei meandri di questo scalo commerciale, di questo rincorrere per forza il successo. Il successo invece se viene, deve venire nel tempo e con merito.

Domanda di attualità. Sicuramente avrà sentito la recente notizia delle Statue coperte per la visita a Roma del primo ministro iraniano Hassan Rohani. Lei da artista che idea si è fatto? Le è parso un atteggiamento giusto?

Mi sembra un atteggiamento sbagliatissimo. L’arte va sempre rispettata e se il ministro non gradiva certe espressioni artistiche, avrebbe potuto semplicemente voltarsi da un'altra parte. Ma che noi dobbiamo nascondere, vergognarci di qualcosa che grandissimi artisti hanno creato, mi sembra qualcosa di impensabile, di qualcosa di assolutamente assurdo.

Ultima domanda. Ha dei progetti artisti e personali per il futuro?

Ma guarda io continuo sempre a fare la mia musica, vorrei che il mio sogno di poterla proporre dal vivo, potesse essere realizzato di nuovo. Perché ormai la possibilità di farla dal vivo è sempre più rara. Questo mi interessa adesso, non un nuovo successo, non i primi posti in classifica. Mi interessa un dialogo con chi ama un certo tipo di musica cantautorale, sentita, fatta per loro, ecco questo vorrei. Tutto qui.

Gennaro Nocera

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