Ci sono incontri che non si limitano a presentare un film, ma finiscono per aprire una porta sull'universo interiore da cui quel film è nato. È accaduto al Teatro India, dove Mario Martone, in conversazione con Nicola Lagioia, ha raccontato Fuori, il suo film liberamente ispirato a L'Università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, trasformando la presentazione dell'opera in un'occasione per tornare a interrogarsi sulla figura di una scrittrice ancora oggi difficile da incasellare, irriducibile alle categorie e profondamente libera.
Il film nasce da un'esperienza concreta e insieme paradossale: quella di Goliarda Sapienza, scrittrice colta e anticonformista, che nel 1980 finisce nel carcere di Rebibbia dopo un furto di gioielli. Ma il carcere, nella prospettiva di Martone, non diventa soltanto il luogo della reclusione. È, in un sorprendente rovesciamento, il luogo da cui può iniziare una nuova forma di libertà.
È proprio questo paradosso a rappresentare uno dei nuclei più profondi di Fuori: una donna entra in carcere e, proprio lì, incontra una parte di sé che il mondo esterno non le aveva permesso di conoscere fino in fondo. Le relazioni che Goliarda costruisce con le altre detenute diventano allora un'esperienza di riconoscimento, una forma di sorellanza, un'inaspettata possibilità di appartenenza. Dopo l'uscita dal carcere, quei legami continuano a vivere nella Roma degli anni Ottanta, in un'amicizia che supera le differenze sociali, culturali e anagrafiche.
Nel dialogo con Lagioia, Martone restituisce così l'immagine di una Goliarda Sapienza che non può essere ridotta soltanto alla scrittrice de L'arte della gioia, il romanzo che l'ha resa celebre soprattutto dopo la sua morte. Prima di diventare un nome della letteratura internazionale, Goliarda è stata una donna che ha vissuto radicalmente il proprio tempo, attraversandolo con una libertà spesso dolorosa, con un'ostinazione quasi feroce e con una capacità di cercare la vita anche nei luoghi più impensati.
Martone sembra aver colto proprio questo: la necessità di raccontare Goliarda non attraverso una biografia lineare, ma attraverso le relazioni. È negli incontri che la sua identità si definisce e si trasforma. È nello sguardo delle altre donne che la protagonista riesce a riconoscersi. E il cinema diventa il luogo ideale per restituire questa dimensione fluida, emotiva, irregolare.
Fuori è, in questo senso, un film sulla libertà molto più che un film sul carcere. È un film sulle persone che incontriamo e che, talvolta, ci restituiscono a noi stessi. È un film sulla possibilità di costruire legami al di fuori delle convenzioni, sulla forza di una sorellanza che non ha bisogno di essere spiegata perché nasce dalla condivisione di una vulnerabilità.
Anche la scelta di Martone di confrontarsi con una figura come Goliarda Sapienza appare profondamente coerente con il suo cinema. Il regista non sembra interessato alla ricostruzione biografica in senso tradizionale, ma alla possibilità di entrare in una vita e coglierne le zone d'ombra, le contraddizioni, ciò che resta irriducibilmente misterioso.
In questo senso, il talk al Teatro India ha rappresentato un momento prezioso proprio perché ha permesso di andare oltre il film per interrogare il rapporto tra Goliarda Sapienza e Roma, tra letteratura e cinema, tra memoria individuale e memoria collettiva. Una Roma che non è soltanto uno sfondo, ma una città attraversata, vissuta, abitata nei suoi margini e nelle sue contraddizioni.
E forse il titolo Fuori contiene già tutto il senso dell'operazione. Fuori dal carcere, certo. Ma anche fuori dalle definizioni, fuori dalle convenzioni, fuori dalle aspettative che la società impone. Fuori da tutto ciò che pretende di stabilire chi siamo.
Goliarda Sapienza, nel racconto di Martone, appare così come una figura capace di vivere in quella zona di confine in cui la libertà può diventare persino scomoda, dolorosa, difficile da sostenere. Una libertà che non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma una continua ricerca.
Ed è forse questo il lascito più forte della serata al Teatro India: l'idea che raccontare Goliarda Sapienza oggi significhi ancora interrogarsi su cosa voglia dire essere liberi. E che il cinema, quando riesce a incontrare davvero la letteratura, non debba limitarsi ad adattare una storia, ma possa riaprire una vita, restituirle un corpo, una voce e nuove possibilità di essere ascoltata.
Martone lo fa attraverso il cinema. E al Teatro India, nel dialogo con Nicola Lagioia, ha mostrato quanto quella ricerca sia ancora aperta: perché Goliarda Sapienza, proprio come il suo titolo più celebre, continua a vivere in quella tensione ostinata verso la libertà che non si lascia mai rinchiudere del tutto.
Monia Manzo
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