C’è qualcosa di profondamente paradossale nel destino cinematografico di Spider-Man: più il personaggio è diventato grande, più ha rischiato di perdere ciò che lo rendeva umano. Nato come un supereroe profondamente legato alla quotidianità, Peter Parker è finito al centro di un universo narrativo sempre più vasto, fino al gigantismo del multiverso di No Way Home. Spider-Man: Brand New Day prova ora a invertire la rotta, ripartendo proprio dalle conseguenze di quella storia. Quattro anni dopo gli eventi del film precedente, Peter vive completamente solo. Nessuno ricorda più la sua esistenza e lui ha trasformato questa perdita in una missione: essere Spider-Man a tempo pieno, proteggendo una New York che non sa più chi si nasconda dietro la maschera. È una condizione che modifica radicalmente il significato stesso del personaggio: Spider-Man non è più una seconda identità, ma l’unica che gli è rimasta.
La solitudine diventa così il vero punto di partenza del film. Peter ha sacrificato gli affetti, la memoria e la possibilità di una vita normale in nome della responsabilità, fino a trasformare il dovere in una forma di isolamento. Quando il suo stesso corpo comincia a mostrare le conseguenze di questa ossessione, la dimensione fisica si fa metafora di quella emotiva. Il corpo, tradizionale simbolo della potenza del supereroe, diventa il luogo del limite. Quanto può sacrificare un individuo prima che il sacrificio smetta di essere una virtù e diventi autodistruzione? È una domanda che Brand New Day porta al centro della parabola di Peter, anche se non sempre riesce a svilupparne fino in fondo le implicazioni.
La regia di Destin Daniel Cretton sembra assecondare proprio questo tentativo di ridimensionamento. Dopo universi paralleli, ritorni e incontri capaci di trasformare Spider-Man in un punto di intersezione tra diverse epoche cinematografiche, il film cerca di riportarlo alla città, al corpo, alla notte, alla dimensione più concreta della sua esistenza. Diminuire la scala per aumentare il peso emotivo: è una scelta che restituisce al personaggio parte della sua identità originaria, anche se il film non può davvero sottrarsi alla macchina Marvel di cui fa parte. La presenza di altri personaggi dell’universo condiviso riapre inevitabilmente il discorso su ciò che viene prima e ciò che verrà dopo, ricordando allo spettatore che ogni nuovo inizio, nel Marvel Cinematic Universe, porta con sé un’eredità difficile da cancellare. È forse la contraddizione più interessante del film: Peter Parker vuole dimenticare, mentre il franchise ha bisogno di ricordare.
In questo equilibrio si inserisce anche la prova di Tom Holland, che affronta un Peter più adulto, stanco e introspettivo. Il ragazzo dei primi film cercava di capire come diventare Spider-Man; questo Peter sa perfettamente quale sia il proprio dovere, ma sembra aver dimenticato cosa significhi vivere al di fuori di esso. Anche la presenza di Zendaya nei panni di MJ assume per questo un valore diverso. Non rappresenta soltanto un amore perduto, ma la memoria concreta di una vita che Peter ha scelto di cancellare. Il sentimento diventa così una forma di ricordo, e il ricordo ciò che manca maggiormente al protagonista.
Spider-Man: Brand New Day non reinventa davvero l’Uomo Ragno, né sembra volerlo fare. Il suo interesse sta piuttosto nel tentativo di recuperare la domanda che ha sempre reso Peter Parker diverso dagli altri supereroi: quanto può rimanere umano un uomo costretto continuamente a comportarsi da eroe?
Il film convince soprattutto quando rimane dentro questa dimensione e perde invece qualcosa quando torna a rispondere alle necessità più ampie del franchise. La vera sfida di Peter, allora, non è soltanto affrontare una nuova minaccia, ma capire se sia ancora possibile costruire una vita dopo aver sacrificato tutto per salvare quella degli altri.
Peter Parker ha già salvato il mondo. Adesso deve provare, forse per la prima volta, a salvare se stesso.
Cristina Gallo
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