Ci sono donne che la Storia non cancella del tutto. Fa qualcosa di più sottile: le lascia vivere ai margini della storia di un uomo. È quello che è accaduto a Constance Lloyd, conosciuta quasi esclusivamente come “Mrs. Oscar Wilde”, moglie del celebre scrittore, madre dei suoi due figli, presenza laterale nella biografia di uno degli uomini più raccontati della letteratura.
A Edimburgo, al Fringe, Lexi Wolfe prova a cambiare prospettiva con “A Forgotten Woman: Mrs. Oscar Wilde”, un intenso solo show che restituisce a Constance una voce, un corpo e soprattutto una storia propria. Wolfe, attrice e autrice inglese della compagnia indipendente Slade Wolfe Enterprises, non costruisce una semplice biografia teatrale. Parte dalle lettere realmente scritte da Constance e lascia che sia lei, per quanto possibile, a raccontarsi. È una scelta drammaturgica molto efficace. Perché improvvisamente Oscar Wilde smette di essere il centro della storia.
Al centro c’è una giovane donna intelligente, ironica, curiosa, molto meno fragile di quanto la sua memoria successiva potrebbe far pensare. Una donna che cerca un uomo che possa essere alla sua altezza, che desidera essere amata ma anche riconosciuta intellettualmente, che scrive, che prende posizione, che si interessa alla condizione femminile e che mette persino in discussione l'abbigliamento imposto alle donne del suo tempo.
Constance non è dunque semplicemente la moglie tradita di Oscar Wilde. È una donna moderna intrappolata in un'epoca che le concede molto meno spazio di quanto il suo carattere meriterebbe. Ed è proprio questo il punto più doloroso dello spettacolo. Perché mentre Oscar Wilde diventa uno dei grandi miti della cultura occidentale, Constance progressivamente scompare.
Non soltanto dalla storia letteraria, ma dall'immaginario. Lexi Wolfe compie allora un'operazione quasi archeologica: va a cercare le tracce rimaste, le parole private, le lettere, i frammenti di una vita e li porta sulla scena. Il risultato è un teatro intimo, senza bisogno di grandi apparati scenografici. Tutto passa attraverso la presenza dell'attrice, la parola e la capacità di trasformare una documentazione storica in materia emotiva. Ed è qui che Wolfe convince maggiormente.
La sua interpretazione evita di trasformare Constance in una vittima santificata. La rende invece contraddittoria, intelligente, a tratti ingenua, innamorata, ferita, ma anche capace di ironia e di autonomia. Una donna, insomma. Non un personaggio costruito per essere semplicemente compatito.
Anche il rapporto con Oscar viene trattato con una certa complessità. Wolfe non nega la persecuzione subita da Wilde a causa della sua omosessualità e non mette in discussione la brutalità di quella condanna sociale. Ma pone una domanda altrettanto importante: cosa accadde a Constance mentre il mondo si concentrava sul dramma di Oscar? È una domanda scomoda.
Perché la compassione per il grande artista non dovrebbe necessariamente cancellare la sofferenza delle persone che gli sono state accanto. E allora il titolo, A Forgotten Woman, assume un significato più ampio. Non parla soltanto di Constance Lloyd. Parla di tutte quelle donne che la storia ha conservato soltanto in relazione a un uomo: la moglie di, la madre di, l'amante di, la musa di donne che spesso hanno avuto pensieri, lavori, passioni, battaglie e talenti propri, ma che sono rimaste subordinate alla biografia maschile a cui sono state associate. È proprio questa la forza contemporanea dello spettacolo.
Constance Lloyd appartiene all'Inghilterra vittoriana, ma la domanda che pone appartiene ancora al nostro presente: quante donne conosciamo attraverso ciò che sono state per gli uomini della loro vita e quante, invece, attraverso ciò che hanno realmente fatto? Il Fringe, con la sua capacità di dare spazio a storie laterali e a figure rimaste fuori dal grande repertorio, è forse il luogo ideale per questa restituzione. E Lexi Wolfe dimostra di avere una particolare sensibilità per questo tipo di teatro: un teatro che guarda alla Storia non come a qualcosa di immobile, ma come a un archivio pieno di voci ancora da ascoltare.
Dopo aver riportato sulla scena personaggi shakespeariani per chiedersi cosa accada loro quando il sipario si chiude, con A Forgotten Woman sceglie una strada ancora più radicale: dare finalmente il centro della scena a una donna che per troppo tempo è esistita soltanto ai margini della storia di qualcun altro.
Constance Lloyd non è più “Mrs. Oscar Wilde”. Per un'ora, a Edimburgo, è semplicemente Constance. Ed è forse questo il modo più giusto per ricordarla.
Monia Manzo
© Riproduzione riservata