Al Fringe di Edimburgo la Storia non è mai soltanto Storia. È memoria, propaganda, racconto, riscrittura. E qualche volta torna in scena per chiedere conto di ciò che le è stato fatto.
È il caso di 1 King, 2 Princes and Shakespeare’s Lie, scritto e interpretato da Andrew Slade, artista inglese e anima, insieme a Lexi Wolfe, della compagnia indipendente Slade Wolfe Enterprises.
Un percorso nato nel teatro indipendente britannico e arrivato al Fringe nel 2023, che nel 2025 ha trovato un pubblico particolarmente ricettivo: lo spettacolo è andato sold out e quest’anno è tornato a Edimburgo “by popular demand”. Un successo che ha avuto anche una prosecuzione fuori dal Fringe, con l’invito a rappresentare il lavoro nella Cattedrale di Leicester, nell’ambito del Richard III Festival, dopo che la responsabile degli eventi lo aveva visto a Edimburgo.
E forse non è un caso che sia proprio una compagnia inglese a confrontarsi con una delle figure più controverse della storia inglese: Riccardo III.
Un solo attore in scena, un personaggio enorme e una domanda che attraversa tutto lo spettacolo: quanto di ciò che sappiamo di Riccardo appartiene realmente alla Storia e quanto, invece, alla narrazione dei vincitori?
Slade non costruisce semplicemente un processo di riabilitazione. Ed è questa una delle qualità più interessanti del lavoro. Non pretende di sostituire una verità con un’altra, ma invita lo spettatore a dubitare della versione che gli è stata consegnata.
Riccardo entra in scena come un uomo già condannato dalla memoria collettiva: il sovrano deforme, crudele, usurpatore, l’assassino dei Principi nella Torre. È soprattutto il Riccardo consegnatoci da Shakespeare, diventato nel tempo quasi più reale del personaggio storico.
Ed è qui che lo spettacolo trova la sua dimensione più profondamente teatrale: non racconta soltanto Riccardo III, racconta il potere del racconto.
La drammaturgia mette in discussione fatti, testimonianze, accuse e zone d’ombra. Il pubblico diventa progressivamente una sorta di giuria, chiamata a decidere non soltanto se Riccardo sia colpevole o innocente, ma quanto sia possibile conoscere davvero una figura storica attraverso le narrazioni che l’hanno preceduta.
Slade sostiene il monologo con energia e presenza scenica, cercando di restituire al personaggio una dimensione umana là dove la tradizione lo ha trasformato in una maschera del male. E il teatro diventa così il luogo ideale per questa operazione.
Perché Shakespeare ci ricorda quanto sia potente la scena nel costruire la memoria. Il suo Riccardo non è soltanto un personaggio storico: è diventato un’immagine culturale, una forma attraverso cui generazioni di spettatori hanno imparato a immaginare il male, il potere e la deformità.Il merito dello spettacolo sta dunque nel non fermarsi alla domanda più ovvia — Riccardo ha davvero ucciso i Principi? — ma nell’aprirne una molto più contemporanea:chi decide ciò che ricordiamo?E soprattutto: chi ha il potere di trasformare una versione dei fatti in verità?
È una domanda che supera la vicenda dei Plantageneti e dei Tudor e riguarda il nostro rapporto con la memoria, con la politica e con la costruzione dei personaggi pubblici.In questo senso 1 King, 2 Princes and Shakespeare’s Lie trova nel Fringe un luogo perfetto: un festival dove ogni artista deve conquistarsi in poco tempo l’attenzione di un pubblico abituato a cambiare continuamente linguaggio, storia e prospettiva.
E qui il pubblico non rimane spettatore passivo. Alla fine vota.Dopo aver ascoltato una versione della Storia, siamo noi a dover decidere quale verdetto pronunciare. Forse è proprio questo il punto più interessante dello spettacolo.Non stabilire definitivamente se Shakespeare abbia mentito. Ma ricordarci che ogni volta che qualcuno ci racconta la Storia, qualcuno sta scegliendo cosa farci ricordare.
E il fatto che il pubblico abbia premiato questo lavoro con il sold out e ne abbia richiesto il ritorno al Fringe dimostra che, evidentemente, questa domanda è tutt’altro che accademica. È una domanda che ci riguarda ancora.
Monia Manzo
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