Che cosa accade ai personaggi di Shakespeare quando la storia è finita? Quando il sipario si chiude, il destino è compiuto e l’autore ha già deciso per loro amore, potere, follia, gloria o morte? È da questa domanda, semplice solo in apparenza, che nasce After Shakespeare, scritto e interpretato da Lexi Wolfe, in scena al Fringe di Edimburgo 2026.
L’idea è quella di riaprire quattro destini shakespeariani là dove Shakespeare li aveva lasciati: Portia, Hamlet, King Hal e Lady Macbeth tornano a parlare dopo la fine delle rispettive tragedie e commedie, per raccontare ciò che il testo non ha raccontato. Non una riscrittura in senso tradizionale, dunque, ma una sorta di epilogo impossibile, un territorio teatrale nel quale i personaggi acquistano una nuova autonomia e possono finalmente interrogare il proprio destino.
La scelta dei quattro personaggi è particolarmente felice perché permette a Wolfe di attraversare universi molto diversi: la forza intellettuale e politica di Portia, il tormento esistenziale di Hamlet, la dimensione regale e militare di Henry V e l’abisso psicologico di Lady Macbeth. Quattro figure accomunate però da una stessa domanda: che cosa resta di noi quando la storia che ci ha definito è terminata?
Wolfe affronta questa sfida completamente da sola. Il formato del solo show diventa così non un limite, ma il dispositivo centrale della messinscena: l’attrice passa da un personaggio all’altro trasformando corpo, voce, ritmo e presenza scenica. Il passaggio fra le diverse identità è parte integrante della drammaturgia e rende evidente quanto il personaggio shakespeariano sia, prima ancora che una figura letteraria, una possibilità dell’attore.
Il rapporto con Shakespeare è particolarmente interessante perché Wolfe non cerca di imitarlo né di competere con lui. Lo utilizza come materia viva, come un archivio dal quale estrarre domande contemporanee. La lingua shakespeariana convive con elementi di ricerca storica e con un’immaginazione drammaturgica originale, producendo una riscrittura che cerca il dialogo più che la provocazione.
E qui emerge uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo: la possibilità di restituire ai personaggi una vita oltre il testo.
In Shakespeare ogni personaggio è inevitabilmente prigioniero della propria trama. Lady Macbeth è legata alla colpa e alla follia; Hamlet al dubbio e alla vendetta; Henry V alla conquista e alla costruzione del potere; Portia al mondo delle relazioni, del denaro e delle convenzioni sociali de Il mercante di Venezia. Wolfe prova invece a sottrarli, almeno per un’ora, alla sentenza definitiva dell’autore.
Il risultato è un teatro che parla di Shakespeare ma, soprattutto, parla del nostro rapporto con i classici. Quanto possiamo modificare un personaggio senza tradirlo? Quanto possiamo aggiungere alla sua storia prima che diventi un’altra storia? E soprattutto: chi possiede davvero un personaggio — il suo autore, la tradizione critica, gli interpreti o il pubblico che continua a reinventarlo?
È una domanda particolarmente pertinente proprio al Fringe, dove la tradizione viene continuamente sottoposta a nuove forme di appropriazione, riscrittura e contaminazione.
La struttura dello spettacolo, articolata in quattro momenti dedicati ai singoli personaggi, permette inoltre a Wolfe di costruire una galleria di figure femminili e maschili molto differenti, facendo emergere il tema del potere, dell’amore e della sopravvivenza.
Il rischio di un’operazione simile è evidente: per un pubblico non particolarmente familiare con Shakespeare, alcuni riferimenti possono risultare meno immediati. Ma è proprio nel confronto con il materiale originario che After Shakespeare trova la sua ragione più profonda. Non vuole sostituire Shakespeare: vuole continuare a interrogarlo.
E la vera intuizione dello spettacolo sta forse nel titolo. “After” non indica soltanto un tempo successivo alla conclusione dei drammi. Indica anche ciò che viene dopo la tradizione, dopo l’interpretazione, dopo l’autorità dell’autore. Un “dopo” nel quale i personaggi possono finalmente prendere la parola per raccontarsi senza essere completamente determinati dalla penna che li ha creati.
Lexi Wolfe affronta questo compito con una prova solistica impegnativa e trasformista, sostenuta da una scrittura che cerca di tenere insieme fedeltà e libertà. Il risultato è uno spettacolo che può essere letto contemporaneamente come omaggio a Shakespeare, esercizio di riscrittura e riflessione sul mestiere dell’attore.
Perché forse il vero “after” di Shakespeare è proprio il teatro: quello spazio nel quale, ogni volta che un attore pronuncia una battuta, un personaggio torna a vivere e può diventare nuovamente qualcun altro.
After Shakespeare non pretende quindi di chiudere il cerchio sui personaggi del Bardo. Fa qualcosa di più interessante: lo riapre. E nel farlo dimostra che Shakespeare, quattro secoli dopo, continua a essere non soltanto un autore da rappresentare, ma una materia drammaturgica ancora capace di generare nuove domande.
Monia Manzo
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