Ci sono serie televisive che si guardano per evasione e altre che, una volta terminate, lasciano il desiderio di saperne di più. I Tudors, oggi disponibile su Netflix, appartiene a entrambe le categorie. È una grande saga storica, sensuale e spettacolare, ma soprattutto è un modo straordinariamente efficace per avvicinarsi alla storia inglese del Cinquecento e comprendere come le vicende private di un sovrano possano intrecciarsi fino a modificare il destino di un intero Paese.
Creata da Michael Hirst e articolata in quattro stagioni, la serie racconta il regno di Enrico VIII concentrandosi sui suoi matrimoni, sulle sue passioni, sulle lotte di potere e sui rapporti con la corte europea. Ma dietro la dimensione romanzesca emerge progressivamente una storia molto più grande: quella della trasformazione dell'Inghilterra, della rottura con Roma e della nascita della Chiesa d'Inghilterra.
È proprio questo il primo grande merito de I Tudors: trasformare la grande Storia in una vicenda umana.
Enrico VIII non è presentato semplicemente come il sovrano delle sei mogli, ma come un uomo giovane, ambizioso, passionale e profondamente consapevole del proprio potere. La sua volontà di ottenere un erede maschio e il suo desiderio di sposare Anna Bolena finiscono per entrare in collisione con l'autorità del papa e con l'assetto politico e religioso dell'Europa. Una vicenda apparentemente privata diventa così una questione di Stato.
La rottura con Roma non può essere ricondotta esclusivamente all'amore di Enrico per Anna Bolena: fu il risultato di un insieme complesso di ragioni dinastiche, politiche e religiose. Tuttavia, nella narrazione della serie, il conflitto matrimoniale diventa la porta d'ingresso attraverso cui lo spettatore comprende una delle più profonde trasformazioni della storia britannica.
La separazione dalla Chiesa cattolica e l'affermazione dell'autorità del sovrano sulla Chiesa d'Inghilterra avrebbero avuto conseguenze enormi. E anche qui I Tudors suggerisce una riflessione importante: la nascita dell'anglicanesimo non fu un evento improvviso né semplicemente la sostituzione di una fede con un'altra, ma un processo complesso, attraversato da conflitti politici, religiosi e dinastici e destinato a proseguire ben oltre il regno di Enrico VIII.
La serie, naturalmente, non deve essere considerata un manuale di storia. Numerosi episodi vengono modificati, condensati o romanzati per esigenze narrative. Ma proprio questa libertà permette alla produzione di raggiungere un risultato interessante: far nascere nello spettatore la curiosità per la storia reale.
E intorno a Enrico si muove una galleria di personaggi memorabili.
Caterina d'Aragona, interpretata da Maria Doyle Kennedy, è una figura di straordinaria dignità, una regina colta e politicamente consapevole, la cui progressiva perdita di posizione assume una dimensione profondamente umana. Anna Bolena, affidata a una magnetica Natalie Dormer, è invece ambizione, intelligenza e seduzione: non soltanto la donna che conquista il re, ma una protagonista consapevole del potere che la propria posizione può offrirle. Thomas Cromwell, interpretato da James Frain, rappresenta la nuova politica, pragmatica e spregiudicata, mentre Thomas Wolsey, con il volto di Sam Neill, incarna il vecchio equilibrio di potere destinato a crollare.
E poi c'è Tommaso Moro, interpretato da Jeremy Northam, figura fondamentale perché introduce nella storia il tema della coscienza individuale di fronte all'autorità. La sua vicenda dimostra che la corte di Enrico VIII non è soltanto un luogo di intrighi, ma anche il teatro di un conflitto drammatico tra fede, obbedienza e libertà personale.
Tra gli altri interpreti spicca Henry Cavill nei panni di Charles Brandon, in una delle sue prime interpretazioni televisive di grande rilievo, mentre Sarah Bolger, nella parte della principessa Maria, contribuisce a mostrare quanto le decisioni del sovrano ricadano anche sui figli e sulle generazioni successive.
Ma il centro gravitazionale dell'intera serie rimane Jonathan Rhys Meyers.
Il suo Enrico VIII è probabilmente una delle ragioni principali per cui I Tudors continua a funzionare così bene anche a distanza di anni. Meyers rifiuta l'immagine tradizionale del sovrano anziano e corpulento consegnata dalla pittura e dall'iconografia più conosciuta e costruisce un Enrico giovane, bellissimo, sensuale, aggressivo, fragile e imprevedibile. Un uomo capace di passare dall'amore alla violenza, dalla seduzione alla paranoia, dall'idealismo all'assolutismo.
È una prova attoriale di enorme presenza scenica. Meyers riesce infatti a sostenere il peso della serie senza trasformare Enrico in una semplice caricatura del tiranno: dietro la brutalità rimane sempre una vulnerabilità, dietro l'arroganza una profonda necessità di essere riconosciuto e amato.
Per questo il suo Enrico VIII può essere considerato una delle interpretazioni televisive più significative della sua generazione e uno dei ruoli che hanno contribuito maggiormente a definire la forza internazionale dell'attore.
Il fascino de I Tudors, però, non risiede soltanto nei protagonisti. È nella capacità di mettere continuamente in relazione la dimensione privata e quella pubblica. Un matrimonio diventa diplomazia; un divorzio diventa una crisi costituzionale; una passione amorosa diventa una questione religiosa; la successione dinastica diventa una questione internazionale.
È questa sovrapposizione a rendere la serie particolarmente interessante anche per uno spettatore contemporaneo.
Ecco perché I Tudors può essere una delle serie ideali da recuperare durante l'estate. Ha il ritmo del grande intrattenimento: palazzi, costumi, feste, erotismo, violenza, tradimenti, guerre e intrighi di corte. Ma, sotto la superficie spettacolare, offre qualcosa di più prezioso: la possibilità di entrare in un'epoca in cui la storia dell'Inghilterra stava cambiando radicalmente e in cui le vicende di un singolo uomo contribuivano a ridefinire i rapporti tra monarchia, religione, società e potenze europee.
Non è dunque necessario essere appassionati di storia per lasciarsi conquistare da I Tudors. È sufficiente lasciarsi prendere dal racconto. Sarà poi la serie stessa, episodio dopo episodio, a condurre lo spettatore verso le domande più importanti: quanto può arrivare lontano il potere di un sovrano? Quanto può incidere una passione privata sulla vita pubblica? E soprattutto, quanto è sottile il confine tra la storia di un uomo e la storia di una nazione?
È probabilmente questa la ragione per cui, finito un episodio, viene naturale aprire un libro o cercare online che cosa sia realmente accaduto.
E quando una serie riesce a fare questo, oltre a intrattenere, ha già compiuto qualcosa di importante.
Per l'estate, dunque, I Tudors è una visione consigliatissima: spettacolare, appassionante, imperfetta dal punto di vista storico ma straordinariamente efficace nel trasformare il passato in una storia viva, sensuale e contemporanea. Una grande saga sul potere, sull'amore e sulla religione, ma soprattutto sul momento in cui la vita privata di un re finisce per cambiare il volto di un Paese.
Monia Manzo
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