L’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si presenta quest’anno con un’identità piuttosto netta: meno dipendente dal grande apparato hollywoodiano, più concentrata sul cinema d’autore e soprattutto fortemente attraversata dalle inquietudini del presente. Guerra, crisi delle democrazie, conflitti internazionali, trasformazioni sociali e nuove forme di potere entrano nella selezione come materia viva, confermando il Festival come uno dei luoghi privilegiati in cui il cinema prova ancora a leggere il mondo, non soltanto a intrattenerlo.
La sensazione, già dalla presentazione del programma, è quella di una Mostra meno interessata alla pura spettacolarizzazione e più disponibile a riaffermare una propria funzione culturale. Venezia resta naturalmente un grande palcoscenico internazionale, con star, red carpet e visibilità mediatica, ma quest’anno sembra voler spostare il baricentro verso il cinema come linguaggio critico e strumento di interpretazione del reale.
In questo quadro acquista particolare rilievo la presenza di Werner Herzog, figura che rappresenta da decenni un’idea di cinema radicale, inquieta, filosofica e profondamente personale. Herzog porta con sé una poetica che ha sempre interrogato il rapporto fra l’uomo, il limite, la natura e l’abisso, e la sua presenza contribuisce a restituire alla Mostra quella dimensione autoriale che va ben oltre la logica della passerella. Accanto a lui figurano altri nomi importanti del panorama internazionale, in un programma che mette insieme autori consacrati, cinematografie diverse, opere più sperimentali e una significativa presenza italiana.
Anche il film d’apertura, Ink di Danny Boyle, appare significativo in questo senso. Il potere dei media, la costruzione dell’opinione pubblica, l’intreccio fra informazione e interessi economici diventano materia narrativa, quasi a indicare fin dall’inizio una direzione precisa: il cinema come spazio in cui raccontare le strutture di potere contemporanee e non soltanto le loro conseguenze.
Eppure, proprio all’interno di un Festival che rivendica con forza la capacità del cinema di interpretare il presente, emerge una contraddizione difficile da ignorare: le registe donne presenti nella competizione principale sono soltanto due.
La prima è May el-Toukhy, regista danese di Kvinde Ukendt (Woman Unknown), presente nella selezione originaria. La seconda è Rachel Szor, co-regista insieme a Yuval Abraham del documentario NAZA, inserito successivamente nel concorso. Prima dell’aggiunta di NAZA, dunque, May el-Toukhy era l’unica donna regista in gara; con il nuovo titolo si arriva a due presenze femminili su ventuno film, ma nel secondo caso si tratta di una co-regia.
Il dato è troppo evidente per essere liquidato come una semplice curiosità statistica. Non si tratta di trasformare un festival in un esercizio matematico o di sostenere che una regista debba essere selezionata soltanto in quanto donna. Un film dovrebbe essere scelto per la sua qualità, per la sua forza, per la capacità di innovare e lasciare un segno. Ma quando la sproporzione diventa così marcata, è inevitabile chiedersi quali meccanismi l’abbiano prodotta.
Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria e a sua volta regista, ha posto l’attenzione su un punto decisivo: le donne continuano ad avere maggiori difficoltà nell’accesso ai finanziamenti, soprattutto quando si parla di produzioni internazionali o di alto budget. Ed è forse qui che la questione diventa davvero interessante. Se alle registe vengono offerte meno possibilità produttive, meno risorse e meno occasioni di realizzare opere ambiziose, è inevitabile che alla fine della filiera arrivino meno film femminili nei grandi concorsi internazionali.
Venezia, quindi, non è semplicemente il luogo in cui questa disparità si manifesta. È anche uno dei luoghi che potrebbero contribuire a modificarla. I grandi festival non sono vetrine neutrali: costruiscono prestigio, orientano il mercato, lanciano carriere, attirano distributori e finanziatori. Essere scelti al Lido significa acquisire immediatamente un peso diverso nel sistema cinematografico.
Ed è proprio questa la contraddizione più interessante di Venezia 83: da una parte un Festival che vuole leggere il presente, che sceglie autori di grande forza, che accoglie figure come Herzog e riafferma il valore del cinema d’autore; dall’altra una rappresentanza femminile talmente esigua da costringere a interrogarsi su quanto il sistema cinematografico sia davvero capace di offrire pari opportunità.
Nel complesso, questa edizione parte comunque da una promessa forte: riportare il cinema al centro. Non soltanto quello delle star e dei tappeti rossi, ma quello capace di confrontarsi con la politica, con la società, con il potere, con le paure e le trasformazioni del nostro tempo.
Ed è forse questa la sfida più interessante di Venezia 83: dimostrare che il grande cinema internazionale può ancora essere spettacolo senza smettere di essere pensiero.
Resta però una domanda inevitabile: se il cinema vuole davvero raccontare il mondo contemporaneo, può permettersi di farlo con una sola regista solista e una sola co-regista donna su ventuno film in concorso?
Monia Manzo
© Riproduzione riservata