Ana Vaz Ritorna A Villa Medici Con Hanabi

Ana Vaz Ritorna A Villa Medici Con Hanabi

Il secondo lungometraggio di Ana Vaz è un adattamento sperimentale dell’opera di Yoko Hayasuke, Journal d’une cervelle radioactive.

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Presentato in competizione al Festival di Film di Villa Medici, il film di Ana Vaz porta in superficie il trauma collettivo in seguito al disastro nucleare di Fukushima nel marzo del 2011. Ispirato agli scritti di Journal d'une cervelle radioactive di Yoko Hayasuke, contenuti nell’antologia Fukushima & ses invisibles, il film ne coglie l’essenza più sottile. Le conseguenze del disastro nucleare più importante dopo Chernobyl sono ovunque, a partire dalle azioni più insignificanti; prendere un frullato, chiedersi la provenienza di ogni alimento, cogliere un fiore, accarezzare un animale.

Le riprese in Giappone sono durate circa dieci anni, ed è solo dopo due anni che la regista Ana Vaz ha conosciuto l’opera di Yoko. Da quel momento in poi, la ricerca e il flusso delle immagini hanno cominciato a scorrere in parallelo con le parole della scrittrice, a delle condizioni; che la presenza fisica e le parole in lingua originale del libro fossero eliminate dal film. Nelle email scambiate tra le due si legge chiaramente: “ho perso la fede nella lingua giapponese”. La scrittrice cerca di condividere con la regista l’impedimento di una lingua che si è fatta abnegazione di un sentire, inquinata e inadatta a porsi al di sopra degli eventi.

Le uniche forme di un “io” narrante visibili sono nello scambio epistolare e nella presenza dietro la macchina da presa di Ana Vaz che, nell’avvicinarsi, sottolinea una lontananza deferente nei confronti delle diverse persone che incontra. Lo stesso vale per i luoghi e i paesaggi naturali; lunghissimi piani di un tramonto saturato, visioni di una Tokyo ripresa dall’alto avvolta in un blu magnetico e post-apocalittico, la maestosità delle isole Ogasawara. Tutto sembra apparire in un blocco isolato e sacralizzato, immobilizzato in un tempo non ben definito. Come le testimonianze di cui è costellata l’opera, anche gli spazi mutano repentinamente, costruendo un itinerario visivo dai contorni sfumati ma eternamente tangibili.

L’eterogeneità delle risposte, le contemplazioni visive e l’ampio arco temporale di realizzazione rendono il film, più che una ricerca sulle conseguenze di una tragedia, una riflessione più ampia sulla percezione umana di cosa effettivamente sia un disastro naturale che non lascia tracce visibili sulla pelle. Un trauma che si porta cucito addosso, anche a distanza di chilometri dal punto di propagazione. E a distanza di anni.

Tra uno stato che ha continuato a vivere come se nulla fosse, imponendo un silenzio forzato ai propri cittadini e l’esperienza di una nevrosi radioattiva sulla pelle, emerge un concetto fondamentale: la parola giapponese tendendko, ovvero ognuno per sé. La scrittrice Yoko spiega che di fronte ad un terremoto o uno tsunami non bisogna guardarsi indietro o pensare alla propria famiglia e a ciò che si ama. Bisogna solo correre e non voltarsi mai.

Ognuno è solo di fronte al disastro, nessuno spirito nazionalista o rassicurazione esterna potrà mai appianare il solco creato tra il trauma e l’individualità che lo affronta.

Con un approccio visivamente artistico e sperimentale, Hanabi è un viaggio tattile e feroce negli eventi che hanno segnato un’intera nazione.

Aurora Pallotti

 

 

 

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