Nel cuore di Monteverde, a Roma, la galleria Studio Poerio 16b, sotto la curatela di Anna Cocchetti, ha ospitato Vis à Vis, una mostra che ha messo a confronto due percorsi artistici differenti ma sorprendentemente convergenti. Attraverso linguaggi, tecniche e sensibilità distinte, Goffredo Adinolfi e Paolo Bielli hanno individuato nella figura del pugile un territorio comune di riflessione, trasformandolo in uno strumento capace di indagare temi esistenziali, sociali e profondamente personali. Il pugilato, lontano dall’essere rappresentato come semplice disciplina sportiva, è diventato nelle opere dei due artisti una potente metafora della condizione umana: un confronto costante con i propri limiti, le proprie fragilità e il desiderio di affermazione. Da una parte, l’indagine fotografica di Adinolfi rivela l’umanità silenziosa degli atleti; dall’altra, i disegni di Bielli trasfigurano il combattimento in una dimensione simbolica e poetica, sospesa tra forza e vulnerabilità. Come suggerisce il titolo stesso della mostra, Vis à Vis si configura come un incontro ravvicinato, un dialogo tra due visioni che, pur sviluppandosi attraverso esiti formali differenti, finiscono per intersecarsi attorno a temi comuni. Sul “ring” della galleria, il confronto tra i due artisti non genera contrapposizione, ma una trama di affinità inattese, capace di restituire al pubblico una riflessione articolata sull’identità, sulla libertà e sulla resilienza dell’individuo nel mondo contemporaneo.
La vitalità dei disegni di Paolo Bielli nasce da un processo espressivo in cui il segno assume un ruolo centrale. Graffi, incisioni e interventi successivi con pastelli e pennarelli costruiscono l’illusione del movimento, accentuando dettagli e tensioni emotive. Attraverso questi stratagemmi visivi, le figure sembrano animarsi nello spazio, trasformando il combattimento in una danza sospesa tra energia e introspezione. Il titolo della mostra, Danzando nel ghiaccio, sintetizza efficacemente il nucleo della ricerca artistica. Il ghiaccio, elemento apparentemente rigido e immobile ma destinato per sua natura a sciogliersi e trasformarsi, diventa metafora della condizione umana e delle sue fragilità. Allo stesso modo, i pugili di Paolo Bielli, pur incarnando forza, disciplina e vigore fisico, lasciano sempre affiorare una dimensione più intima e sensibile, rivelando l’umanità che si cela dietro ogni gesto atletico. In questa dimensione simbolica, i pugili non sferrano colpi per generare violenza, ma compiono gesti di liberazione. Il loro confronto diventa una lotta contro ogni forma di costrizione, contro le sovrastrutture e le convenzioni che tendono a uniformare l’individuo nella società contemporanea. Il ring si trasforma così in uno spazio di resistenza e affermazione personale. Anche il ghiaccio si sottrae alla sua rappresentazione convenzionale: non è necessariamente bianco, ma può assumere colori intensi e inattesi, capaci di amplificare la forza espressiva dell’opera e di accentuare la dimensione drammatica delle esperienze umane che essa racconta. Ancora una volta, l’artista si identifica con la figura del pugile, riconoscendovi il riflesso del proprio percorso creativo ed esistenziale. Fin dagli esordi della sua carriera, Paolo Bielli ha scelto di sottrarsi agli schemi e alle definizioni precostituite, perseguendo una ricerca fondata sulla libertà espressiva. Nei suoi lavori emerge il desiderio di mostrare l’essenza più autentica dell’essere umano, accettandone non soltanto la forza, ma anche le insicurezze, le vulnerabilità e le contraddizioni che ne costituiscono la più profonda verità.
“Pugilatori. Sguardi” è la serie di immagini in bianco e nero che possiedono di certo un carattere profondamente intimista. L’opportunità per Goffredo Adinolfi di seguire una squadra di pugilato olimpico ha permesso all’autore di entrare in contatto con giovani atleti impegnati nella ricerca della propria affermazione personale attraverso una disciplina che richiede dedizione, sacrificio e perseveranza. Più che documentarne l’attività sportiva, l’autore ha scelto di osservarli al di fuori del contesto abituale della palestra e delle competizioni, sottraendoli al rumore e all’anonimato della dimensione collettiva per restituirne l’umanità più autentica. Nel corso di questo processo, il ritratto degli altri si è progressivamente trasformato anche in una forma di autorappresentazione. Non si tratta di una prospettiva egocentrica, ma della ricerca di un terreno comune, di una possibilità di incontro e di riconoscimento reciproco. Attraverso i volti, i gesti e le attese dei pugili, l’autore esplora infatti emozioni e condizioni universali che appartengono all’esperienza di ciascuno. In questa visione, il pugilato diventa metafora dell’esistenza stessa: un percorso segnato da entusiasmo e speranza, ma anche da tensioni, sconfitte e delusioni. È il racconto di una continua capacità di resistere e ricominciare, dove ogni caduta contiene già la possibilità di un nuovo combattimento e di una nuova ripartenza.
Rosario Schibeci
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