Barbara Giangravè

Il bisogno “che tutto cambi affinché tutto rimanga com'è” è quasi uno status quo dell'essere siciliano

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Barbara Giangravè è una giovane giornalista palermitana al suo esordio nel mondo della letteratura.

Edito da Autodafè edizioni, “Inerti” è il suo primo romanzo ma nasce dal materiale raccolto dall’autrice per un’inchiesta su presunti intombamenti in Sicilia, incoraggiata dalle dichiarazioni che il pentito di camorra Carmine Schiavone le ha rilasciato un anno prima di morire, relative allo smaltimento illegale di rifiuti in Sicilia.

Questa poco conosciuta ma cruda realtà viene rivestita dalla finzione narrativa attraverso il dipanarsi della storia di Gioia, trentenne protagonista che in seguito a un improvviso licenziamento si ritrova catapultata nella vita abitudinaria di un piccolo centro dell’entroterra siciliano, suo luogo d’origine. Gioia dovrà fare i conti non solo con il suo tormentato passato, ma si prenderà a cuore le sorti dei suoi concittadini, che in numero drammaticamente crescente si ammalano e muoiono a causa di diverse forme tumorali.

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Barbara, come è atterrata alla scrittura di un romanzo, dopo tanti anni di intenso giornalismo? E quanto la sua attività redazionale l'ha influenzata durante questa prima prova del fuoco?

In realtà, quello per la scrittura è un amore antico. Il mio sogno di bambina era quello di fare la scrittrice, non la giornalista. In un certo senso, potremmo dire che il giornalismo è stato un ripiego. Fino a quando non ho deciso di mettermi realmente alla prova come autrice ed è nato “Inerti”. A ogni modo, è innegabile che il libro prenda le mosse dal mio lavoro di giornalista e l'abbia influenzato forse più di quanto avrei mai immaginato ma, sicuramente, meno di quanto avrebbe potuto se, mentre scrivevo, non fossero venute fuori molte altre cose che poco o nulla hanno a che vedere con l'aspetto dell'inchiesta vera e propria.

Gioia Lantieri è la protagonista di “Inerti”: giovane donna, volubile ma passionale, ingenua e talvolta capricciosa, ma animata dalla sete di verità. Chi è veramente Gioia?

Gioia è, esattamente come la descrivo per la prima volta nel libro, “trent'anni all'anagrafe e, dentro, adolescente arrabiata”. Anche se oggi siamo abituati a essere etichettati come “giovani” fino a quarant'anni, Gioia è comunque una donna adulta, ma non ancora completamente cresciuta. Con la vita ha ancora molti conti in sospeso e questa è la storia del suo percorso a ritroso per saldarli tutti. O quasi. Ma ci sono delle cose che non posso anticipare ai lettori o perderebbero il gusto di arrivare fino alla fine del romanzo...

Gioia viene licenziata dal lavoro senza grandi preavvisi e decide di tornare ad Acremonte – sua cittadella natale, dal nome inventato ma evocativo, forse un suggerimento ricevuto dalle varie Vigata e Montelusa di Camilleri? – dopo anni vissuti in una città metropolitana come Palermo e dopo aver girovagato per il mondo. Cosa significa per lei svincolarsi dalla propria rete domestica per scoprire nuove culture e per poi farne ritorno?

Gioia torna ad Acremonte facendo una scelta controcorrente rispetto a chi, di solito, fa le valigie per lasciare il sud Italia alla volta del nord o, meglio ancora, per andare all'estero. Ma la sua decisione è dettata esclusivamente dalla pancia. Non si ferma a riflettere su quello che comporterà questo cambiamento di vita e finisce con l'inciampare in vicende più grandi di lei anche se, in parte, la riguardano direttamente. Acremonte è il nome inventato di un Comune che, purtroppo, potrebbe benissimo essere qualsiasi Comune d'Italia, non solo del sud. La postfazione contenuta alla fine del romanzo, ne spiega il motivo.

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«Lei non deve verificare un bel niente!" sbotta di colpo il magistrato "Non è compito suo!"» Sistematasi ad Acremonte, Gioia inizia a nutrire dei terribili sospetti sulle cause che portano così tanti suoi concittadini a morire prematuramente di tumore. La ragazza inizia dunque a investigare per conto proprio, facendosi aiutare da amici e parenti, ma senza rivolgersi mai alle forze dell'ordine per paura che la questione venga insabbiata. Questa diffidenza verso quello che dovrebbe essere il corpo di difesa dello Stato è confermata anche nelle dinamiche reali, al di là della finzione letteraria? Lei riesce a trovarne motivazione e/o giustificazione?


Premesso che personalmente nutro un profondo rispetto sia per le divise che per le toghe, purtroppo in alcuni casi ho avuto modo di trovarmi di fronte divise e toghe che non facevano esattamente onore alle loro categorie. Ma questo è un discorso che vale per chiunque. In qualsiasi campo, ahimè, ci sono le cosiddette “mele marce”. E non c'è alcuna motivazione né giustificazione a tutto questo: dipende esclusivamente dai singoli uomini e dalla loro onestà intellettuale. Prima di tutto nei confronti di se stessi e poi in quelli degli altri.

Il primo ostacolo che Gioia deve affrontare nel tortuoso e pericoloso sentiero verso la verità è il muro di apparente indifferenza e rassegnazione che gli acremontani le oppongono. Più che vera e propria omertà, pare vigere la regola sacra del “non disturbare”. La vita di paese scorre lentamente e senza smottamenti, perché intestardirsi nel voler risolvere un problema che non ha soluzione? Sembra sia questa la domanda che blocca all'azione. Si può ravvisare forse un consapevolezza di immobilismo di “gattopardiana” memoria?

Beh, il bisogno “che tutto cambi affinché tutto rimanga com'è” è quasi uno status quo dell'essere siciliano. Ma non dimentichiamo che alcuni dei più grandi “rivoluzionari” che l'Italia conosce provengono dall'Isola. In questi giorni si ricordano Falcone, Borsellino e le loro scorte, ma l'elenco sarebbe lungo. Infinito.

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«Erano tutti colpevoli e, dunque, nessuno lo era veramente» Conoscere e non ribellarsi, quanto questo ci rende colpevoli?

Ci rende colpevoli in maniera quasi assoluta. Ci rende colpevoli perché il silenzio uccide. Ci rende colpevoli perché la nostra classe dirigente è espressione di noi stessi. Ci rende colpevoli perché non esercitiamo il nostro diritto-dovere di voto pensando al bene della collettività (che include noi stessi), ma preoccupandoci solo del nostro piccolo orticello. Ci rende colpevoli. E basta. E anche in questo caso non ci sono motivazioni né giustificazioni.

Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi da tempo sotto scorta in seguito a delle intimidazioni, ha subito un agguato che ha attentato alla sua vita e che lui stesso ha definito di stampo mafioso. La difesa del proprio territorio oppone un'ottica lungimirante di protezione della terra per garantire salute, stabilità economica e cultura alle strategie miopi di baratto di queste in cambio di posti di lavoro. Questa sembrerebbe la morale del suo romanzo, è corretto? Come interpreta il triste episodio vissuto da Giuseppe Antoci?

Sì, è corretto. Quanto alla provincia di Messina, dove si sono consumati i fatti cui lei fa riferimento, deve sapere che quella zona (e non solo, nella Sicilia orientale) viena appellata come “babba”, cioè fessa, innocente, stupida”. In realtà, con questa fama, la mafia ha approfittato del velo di omertà per compiere indisturbata i suoi traffici. Negli anni Novanta, la città e la provincia di Messina sono state teatro di tre omicidi mafiosi cui ancora oggi manca giustizia: quello della 17enne Graziella Campagna, quello del giornalista Beppe Alfano e quello del professore Matteo Bottari. A Messina ci si suicida per mafia, come è accaduto al professore Adolfo Parmaliana. Insomma, so che è terribile da dire, ma la notizia di quanto avvenuto a Giuseppe Antoci, che mi ha raggiunto fuori dalla Sicilia, non mi ha sorpreso più di tanto.

In un mondo in cui le indagini delle forze dell'ordine non conducono a risultati concreti, le valutazioni chimico-fisiche sull'inquinamento dei terreni possono facilmente essere falsate e i cittadini nulla possono contro le decisioni di pochi eletti, può la letteratura, ivi compreso “Inerti”, avere la forza salvifica di denunciare, entrare nelle coscienze e infine modificare la realtà? Qual è il senso della letteratura oggi?


A dispetto di quanto si dice riguardo lo stato dell’editoria in Italia, credo che l’utilizzo di un romanzo per discutere di certi temi, sia più efficace di qualsiasi articolo. Se non altro per la possibilità di non essere vincolato da alcun limite: temporale, di battute, persino di editore (di giornali in questo caso) magari non esattamente puro e spesso colpevolmente più interessato ai finanziamenti che non alla pubblicazione di certe notizie. Un libro ti permette di andare in profondità, di spogliarti dei panni del cronista, di abbandonare il sano distacco che devi inevitabilmente avere quando fai il tuo lavoro e di metterci, forse per la prima volta, il cuore. Il senso che ho attribuito a “Inerti”, in particolare, è anche questo spiegato nella postfazione pubblicata alla fine del romanzo. Cito testualmente: “Se davvero Cosa Nostra ha iniziato a sotterrare rifiuti tossici in Sicilia dieci anni prima rispetto alla Camorra in Campania, magari un giorno qualche mafioso, pentito, farà ciò che ha fatto l'ex camorrista (Carmine Schiavone, n.d.a.): rivelerà i luoghi a oggi sconosciuti, così come le relative ed eventuali responsabilità”.

Valentina Zucchelli

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