Francesco Bennardis

Ogni dolore può essere condiviso per trovare una strada per elaborarlo

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Oggi ad UnfoldingRoma incontriamo Francesco Bennardis, che ci parla del suo primo romanzo “Il Buio”, (recensione) edito da Sensibili alle Foglie e di tutta la passione in esso contenuta tra il racconto e l’attualità dell’ultimo trentennio italiano.

Romano, laureato in Lettere e appassionato di numeri, in precedenza ha pubblicato uno dei primi manuali di informatica musicale e, nel 2016, alcuni racconti in raccolte antologiche: “I Vizi Capitali”; “Allucinazioni Urbane”, “Un’Estate a Roma”; “Un'altra Parola”, editi da Erudita e Giulio Perrone Editore.

Buongiorno Francesco, partiamo proprio dalle tue precedenti esperienze editoriali. Da un manuale di informatica musicale, come arrivi al romanzo?

Mi sono occupato per tanti anni di musica, in particolare di produzione discografiche, utilizzando software dedicati all'acquisizione del suono. Da qui è nata una certa esperienza e nel 2002 ho scritto uno dei primi manuali di informatica musicale. Dopo diversi anni ho lasciato quel settore e adesso, pur avendo una formazione umanistica, sono responsabile dell’area amministrativa di un organismo di certificazione. Esperienze diverse, accomunate da una certa attitudine ad esprimermi attraverso i numeri. Non a caso anche la musica ha una struttura numerica e una base logica. Quanto alla scrittura, conclusa l’esperienza con la musica, direi che negli ultimi anni è stato lo strumento attraverso cui sono riuscito a esprimere la mia vena creativa. Ho iniziato pubblicando alcuni racconti in raccolte antologiche a tema con l'editore Giulio Perrone e la casa editrice Erudita e “Il Buio”, edito da Sensibili alle Foglie, è il mio esordio nel romanzo.

Considerando che è il tuo primo romanzo come maturi la scelta di questo argomento così forte contestualmente ad un momento storico altrettanto particolare?

La decisione di affiancare il tema del dolore privato a quello collettivo non è stata una scelta ma un’esigenza che è cresciuta poco per volta nel corso della stesura del romanzo. La passione per la storia italiana, dal dopoguerra ai primi anni’80, mi ha suggerito di inserire la vicenda principale in una cornice storica. La storia che racconto si svolge a Ustica e narra il dolore di Irene, una madre, per la perdita di Flavio, suo figlio, morto in un incidente stradale. Sullo sfondo di questa vicenda, corrono tre tragedie collettive che rafforzano e mettono in comparazione il dolore e la sua elaborazione. L’idea di partenza era quella di raccontare la tragedia di Ustica, l’inabissamento del DC-9 Itavia avvenuta nel giugno del 1980 in cui persero la vita 81 persone, tra di loro anche 13 bambini. Dopo essermi documentato sulla vicenda, aver letto diversi saggi e le cronache di quei giorni, la notizia che su quel volo ci fossero anche 13 bambini mi ha profondamente turbato, al punto da spostare la mia attenzione sull’esigenza di provare a raccontare i sentimenti che attraversano chi vive un dolore a cui spesso non si trova rimedio: la morte di un figlio. La tragedia di Ustica è rimasta sullo sfondo di questa storia, insieme agli altri fatti importanti che corrono nel 1980 nella storia del nostro Paese: La bomba nella stazione di Bologna (2 agosto 1980) e il terremoto in Irpinia (23 novembre 1980).

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Hai vissuto o sei stato ad Ustica?

No, non ci sono mai stato ma conto di andarci il prima possibile. Ustica la conosco attraverso la lettura. Avvicinarla in questo modo mi ha consentito di evitare di trasferire troppo della mia esperienza personale nel luogo che mi apprestavo a descrivere. Volevo sentirmi libero di raccontarla attingendo a mie sensazioni, ma rifacendomi comunque a delle guide molto dettagliate scritte negli anni ’80, attraverso le quali ho cercato di cogliere l’immagine di Ustica così come’era in quel periodo e che, per forza di cose, pur volendo non avrei potuto conoscere. Se ci fossi stato credo che inevitabilmente l’esperienza di aver vissuto posti in un tempo più recente ne avrebbe comunque condizionato la scrittura, alterandone la prospettiva. Desideravo entrare in maniera neutrale in quel luogo così come si presentava nel 1980.

Hai utilizzato per raccontare i fatti di Bologna anche un piccolissimo estratto da LA LINEA GIALLA, (docu-film inedito ideato e prodotto da Repubblica con Valentina Lodovini) e poi anche L’Unità, 11 agosto 1980. In effetti la vita della protagonista cammina in parallelo per poi intrecciarsi sul finale con tutta questa attualità. Lo definiresti un romanzo storico?

Ho letto diversi saggi e giornali inerenti a quella tragedia. Anche sul web ci sono documenti preziosi. Da la “Linea Gialla” ho estratto unicamente una frase in bolognese: “Adesso la guerra l’hai vista anche tu” (“adess la guera ta l’è vesta anca te!”). La rivolge un anziano ad un giovane di fronte allo scenario drammatico che si presentava ai loro occhi. Sono trascorsi 35 anni dalla fine della guerra, eppure la devastazioni era ancora lì… No, il mio romanzo non lo definirei storico. Il tema è incentrato sulla condivisione e sulla grande capacità che la compassione ha di riuscire ad unire i destini delle persone e renderli più vicini. Ogni dolore può essere condiviso per trovare una strada per elaborarlo. Chiudersi nel dolore non è mai la strada giusta.

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Definisci nel libro, l'Italia come un "paese minacciato da forze oscure e complice di verità irriferibili". All'epoca di più di adesso?

Sì, esatto. All'epoca di più di adesso. Ora, grazie anche ad internet, c’è una maggiore diffusione delle informazioni ed è sicuramente più difficile celare misteri. Su Ustica sono state raccontate tantissime bugie. Credo che la ragione fosse nel fatto di voler nascondere i rapporti che allora erano in corso tra la Libia di Gheddafi e il nostro Governo. Anche sulla strage Bologna c’è una fitta nube. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati condannati come gli esecutori materiali, ma chissà quante altre cose ci sono dietro.

La psicologia delle donne e delle mamme con gli occhi di un uomo...

Quando ho iniziato a scrivere, raccontando il dolore di una madre per la perdita di suo figlio, mi sono stupito io stesso che la narrazione fosse in prima persona femminile, come se io fossi una donna. Non ero preparato, oltretutto non era un espediente stilistico che io avevo ricercato. Stava semplicemente accadendo, e, per dare maggiore credibilità al personaggio ho iniziato a pensare come una donna, ad osservare le donne con maggior attenzione, sia nei film che nella vita di tutti i giorni. È stata un’esperienza divertente e affascinate, perché l’universo femminile è estremamente ricco e, per molti aspetti, differente da quello degli uomini. Sono così riuscito (credo) ad elaborare un mio alter ego femminile che mi ha accompagnato nella scrittura e, grazie al quale, ho sviluppato il personaggio di Irene ma anche quello di Silvia e Giulia.

Hai fatto ricerche anche riguardo alle conseguenze dell’evento traumatico di perdere un figlio? perché la reazione al dolore che ha la mamma protagonista del libro coincide con quello che gli psicologi raccontano in base alle loro esperienze cliniche...

Anche in questo caso, ho letto alcuni saggi e articoli ma il punto di svolta è stato immedesimarsi nella situazione. Durante la stesura ho pensato molto a mio figlio. Era inevitabile immaginare quali potessero essere le mie reazioni se quel trauma fosse stato il mio. Forse averlo scritto in prima persona femminile mi ha permesso di prendere una certa distanza da questo dolore, evitando di sovrappormi alla protagonista. Le dinamiche che vive Irene, il percorso che ha il suo dolore è comune a molte donne, così com’è comune la distanza che, talvolta, si crea tra coniugi a seguito di un lutto di questa portata. La mote di un figlio è un accadimento che provoca una lacerazione senza precedenti e, spesso, porta ad una frattura nella coppia. Ed è quanto inizialmente succede ad Irene ed Antonio.

Tuo figlio è il re del tuo profilo Facebook!

(Ride)

Da quando c'è mio figlio guardo la vita con più tenerezza, mi commuovono tante cose e forse anche il voler parlare della morte mi ha portato a raccontarla con un'emotività che generalmente non è propria degli uomini.

Parliamo anche un po' della figura di Antonio. Un uomo che riesce a mettersi da parte rispettando lo spazio ed il dolore della moglie. Sullo sfondo il parallelismo con il Barone Rampante di Calvino, che torna ripetutamente tra le pagine come a voler dire che: “per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri”.

Irene regala il “Barone Rampante” ad Antonio ma quel romanzo resta chiuso sul suo comodino per tanto tempo. Il tema del “Barone Rampante” è la storia fantastica di un ragazzo caparbio che decide di vivere sugli alberi per affermare se stesso al di fuori delle aspettative familiari. Per certi versi è anche il tema di confinarsi in un mondo parallelo e guardare da una certa distanza la vita che ci scorre accanto. Irene vive questa condizione, fino a quando, grazie proprio all’intervento di Antonio e al suo pragmatismo, riuscirà a salvarsi e a “scendere dall’albero” su cui “era salita”.

Le figure di Antonio e Irene si sviluppano ognuna in contrasto con l’altra, aiutandosi reciprocamente a svelare tratti che altrimenti sarebbero sommersi. Irene è una donna intelligente, sensibile ma insicura. Vuole indagare nei suoi sentimenti e per farlo decide di confidarsi con la sua amica più cara, Silvia. Antonio invece vuole reagire a questo dolore. La migliore terapia per lui è immergersi nelle cose di sempre per non lasciare alcun varco al dolore. Irene sprofonda nel dolore, Antonio se ne solleva ma comunque nessuno dei due viene risparmiato alla sofferenza. La sensibilità di Antonio è nel riconoscere che non esiste un unico percorso per elaborare il dolore. Ognuno cerca il proprio. Accetta la distanza che le impone Irene; riesce, pur soffrendo a farsi da parte e riuscirà ad essere presente proprio quando lei ne avrà più bisogno. In qualche modo ho provato a rappresentare nei due personaggi alcune delle dinamiche che caratterizzano e differenziano le donne dagli uomini.

Caratteristiche del tuo libro sono una linea temporale concentrata in poche pagine...

Sì, la storia va da metà Maggio fino a fine Novembre del 1980.

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...ed una scelta stilistica molto asciutta. Descrivi tutto in modo molto diretto, senza giri di parole, ma la cosa carina è che riesci ad inserire piccoli pensieri "in rosa" che rompono la durezza dello stile ed inevitabilmente degli argomenti...

Mi piaceva creare dei contrasti. La bellezza delle donne è nell’equilibrio tra testa e cuore. Il fascino di uno donna non è solo nel suo aspetto o in quello che pensa ma anche nel modo in cui guarda alla vita. C’è una miriade di piccoli gesti che rivelano la femminilità, ma anche fragilità e insicurezze. Sono piccole abitudini ma per me molto significative, capaci di rappresentare un universo sconfinatamente ricco. Ho voluto creare questa dicotomia, creando il contrasto tra un periodare breve e asciutto, e alcuni inserti “in rosa” che ne smussassero gli angoli più acuminati.

Trovo bellissime due immagini. La prima, molto emozionante, è il modo in cui riesci a dipingere la scena di Antonio che torna da Irene, in breve: Antonio le dà il segno della pace, in chiesa...

(Emozionato)

Grazie! Non c'è più grande gioia di chi ti rimanda le emozioni che hai scritto!

E poi il salvataggio finale l'ho visto come un parto: quindi una catarsi per la protagonista che rinasce alla vita uscendo dal buio...

Il salvataggio del bambino sotto le macerie forse è salvifico tanto per il bimbo che per Irene. Il tunnel tra i calcinacci di una cascina diroccata, la pancia delle macerie, sono metafore di una rinascita. È dal ventre di quella tragedia che Irene ritornerà a vivere, a ridiscendere dall’albero da cui era salita. È un passaggio dal buio alla luce …

Come mai la scelta di Lucio Dalla, sia in apertura di libro che all'interno? Senza dimenticare la carrellata di ringraziamenti finali a molti cantanti...

La musica per me rappresenta un prezioso strumento per ricercare delle suggestioni, provocare delle emozioni che altrimenti sarebbe difficile da descrivere. La musica degli autori citati nei ringraziamenti mi ha accompagnato nella scrittura del romanzo e ha rappresentato per me un prezioso bagaglio di emozioni. “Cara” di Lucio Dalla è una canzone bellissima. Ad avermi emozionato in maniera particolare sono i versi che ho riportato in apertura del romanzo: “Esiste un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento. Non c’è niente da capire, basta sedersi e ascoltare”. Io non so quale interpretazione avesse dato Dalla a questi versi, ma in fondo penso che ognuno possa dare un’interpreazione di un brano, a seconda di quelle che sono le sue emozioni in quel momento o il suo vissuto. Ecco, io ci ho voluto vedere gli occhi di una madre che invecchia nel ricordo di un figlio che non c’è più, il dolore pervicace per quella perdita a cui non si riesce a dare spiegazione.

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Progetti futuri?

Sto scrivendo una storia ambientata a Roma, tra l’occupazione nazifascista e i primi anni di piombo.

Grazie a Francesco Bennardis 

 Francesca Uroni

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