Emanuela Fanelli

"Amo far ridere"

2956
stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

L'attrice e autrice comica, premiata da Verdone alla Festa del Cinema, si racconta senza filtri, dal primo palcoscenico ai riconoscimenti ricevuti nel 2014

Uno sguardo vivo e una coinvolgente simpatia: queste sono le prime cose che si notano parlando con Emanuela Fanelli. Un'attrice dal talento puro. Trasparente, diretta, vera. Reduce da una stagione che l'ha vista trionfare prima ai casting al Festival del cinema con il monologo “La bandiera”, di cui è anche autrice, poi al 48h Film Project come miglior attrice, l'artista romana si racconta con l'autoironia che la caratterizza, parlando del suo percorso di recitazione, dagli esordi con la compagnia di Luigi Onorato, fino al laboratorio con il regista Massimiliano Bruno.

Dalla passione per i film di Verdone all'ammirazione per Franca Valeri, Monica Vitti e Anna Marchesini, Emanuela Fanelli si presenta con originalità e intelligenza nel mondo dello spettacolo, portando in scena anche temi delicati attraverso una chiave sarcastica, priva di ogni retorica, ma mai irriverente. Come nello spettacolo scritto, diretto e interpretato insieme alla collega Micol Pavoncello, “Le donne lo fanno”, che tornerà al Cometa off di Roma il 23, 24 e 25 gennaio sull'onda di un persistente passaparola.

Emanuela Fanelli, che bambina eri?

“Simpatica, dicono. Non molto diversa da ora, solo un po' più bassa. Vorrei aggiungere meno formosa, ma non posso... Mi divertivo a fare scherzi al telefono cambiando la voce, con mia nonna Pina, che aveva iniziato molto prima di me non appena distribuirono gli elenchi telefonici. Facevo anche le imitazioni dei parenti, nonna rideva molto e io con lei”.

Suscitare simpatia, far ridere. Come ti fa sentire?

“Felicissima. Anche se, come diceva Anna Marchesini parlando dell'umorismo, c'è differenza tra far ridere di me o attraverso di me. Ecco, far ridere attraverso di me è la cosa più bella di tutte”.

È per questo che hai deciso di fare l'attrice?

“Sì, per questo e per avere soldi, fama e un marito splendido che mi ami tanto” (Ride. E noi con lei).

Quando è arrivato il palcoscenico?

“Al liceo partecipai al laboratorio diretto dal regista Luigi Onorato, che poi mi scelse per far parte della sua compagnia. Ero entusiasta all'idea di poter vedere cosa significava recitare in un teatro, con attori professionisti. Abbiamo fatto di tutto, da Bulgagov all'Eneide, facevo le piccole parti e ho potuto imparare molto dagli altri, osservandoli e provando con loro. All'inizio mi assegnavano i ruoli da 'principessa' forse perché avevo il fisico da Giulietta, ma io sentivo di avere lo spirito da balia”.

Qual è stato il banco di prova da cui hai imparato di più in quel periodo?

“Direi le matinée nelle scuole. Perché se vanno bene quelle, poi puoi andare pure a fare la guerra. Soprattutto se porti in scena i primi quattro libri dell'Eneide in un istituto tecnico commerciale...”

Due anni fa hai partecipato al residenziale di recitazione diretto da Massimiliano Bruno. Un nodo centrale del tuo percorso.

“Decisamente. Massimiliano Bruno ha il potere di capire i punti deboli delle persone o quello che tendono a nascondere. A me per esempio non aveva dato da interpretare neanche una scena comica. Mi fece fare il finale di colazione da Tiffany, una parte in cui dovevo mostrare la mia intimità, un aspetto che nella vita tendo a tenere nascosto. Poi, quando ha dato a tutti un monologo da scrivere mi si è aperto un mondo”.

Non avevi mai provato a scrivere qualcosa prima?

“No. E invece mi è piaciuto tanto e mi è piaciuto che piacesse agli altri. E poi ho continuato...”

Negli ultimi 12 anni hai fatto molta esperienza “sul campo”, ma non hai mai frequentato un'Accademia. Perchè?

“Diciamo che ho faticato a dire a me stessa che volevo fare l'attrice. Vengo da una famiglia con i piedi per terra e tendevo a considerare questa mia passione come un hobby. Pensavo: c'è chi va in palestra, io faccio teatro. Andare in una scuola significava ammettere a me stessa che lo volevo fare davvero. E avevo paura”.

Il 2014 è stato un anno speciale per te: dopo il successo di “Le donne lo fanno” è arrivata la menzione al Festival del cinema da parte di Verdone, Luchetti e Wertmüller...

“Sì, quest'anno è stato bellissimo dal punto di vista professionale. Mi imbarazzo un po' a dire 'professionale'... Non riesco proprio a chiamarlo lavoro, perché non provo quella fatica che si prova di solito lavorando. E non parlo di fatica fisica, perché neanche quando arrivavo stremata dopo gli spettacoli a teatro lo consideravo 'lavoro'.

La vivi ancora come quando giocavi a fare gli scherzi al telefono con tua nonna?

“Forse sì. Anche i premi, per esempio, a me sembrano piovuti dal cielo. È stato completamente inaspettato ricevere la menzione speciale al Festival del Cinema, anche perché io ero andata lì principalmente perché c'era Carlo Verdone, il mio mito da sempre. Pensa che da piccola costringevo i miei amichetti a vedere Bianco, rosso e verdone o Compagni di scuola invece dei film della Disney!”

Volevi provare a far ridere Verdone?

“Sì, anche. Volevo che la persona che m'ha fatto più ridere nella vita mi guardasse per cinque minuti. Non mi aspettavo il premio. Certo, se avessi pensato di essere incapace non ci sarei andata. Io sono ipercritica con me stessa e credo che il mondo possa andare benissimo avanti senza che io faccia nessun film al cinema o spettacoli a teatro. Però quando delle persone che tu stimi e che fanno questo mestiere nella vita ti dicono “Sì, brava!”... Beh, questo fa piacere”.

Quindi i premi contano?

“Certo che sì! Riceverli è stato meraviglioso, incredibile. Detto questo, però, per come sono fatta io, la gloria dura solo il tempo della festa, perché poi scatta l'autoironia, le prese in giro degli amici ed è questo che mi riporta subito felicemente con i piedi per terra”.

Dopo la vittoria del premio come miglior attrice al 48h Film Project con “Un film d'amore” ti sei goduta il tuo momento di gloria?

“Allora, intanto ci tengo a dire che non ho vinto il 'premio di miglior attrice', ma il 'Best Acting in female role', cosa che non ricapiterà mai più, quindi precisiamolo (e si continua a ridere, ndr). Poi, a proposito di ritorno alla realtà, la mattina dopo la premiazione, sono andata nell'asilo in cui lavoro e ho portato il premio per farlo vedere ai bimbi. Tolto il fatto che ho trovato ad accogliermi uno scenario tragicomico dovuto a un'epidemia di vomito nella scuola, il commento dei bambini è stato: Sì, brava Mela... però non è una coppa”.

A gennaio ritroveremo te e Micol Pavoncello al Cometa off con “Le donne lo fanno”. Com'è nata la vostra collaborazione?

“Eravamo in stanza insieme durante il laboratorio di Massimiliano Bruno. Avevamo già scoperto di avere un senso dell'umorismo molto simile, ma in quell'occasione non recitammo mai insieme. La prima volta fu per uno spettacolo di beneficenza in favore dell'Andos di Velletri (Associazione nazionale donne operate al seno, ndr): entrambe avevamo dei nostri monologhi già pronti, altri li abbiamo scritti a quattro mani mettendo in ogni tema una chiave ironica. La parte più difficile era portare tanto pubblico e invece sono venuti tutti, dalla maestra delle elementari agli amici più intimi. Anche le repliche successive sono andate bene, chi l'aveva visto era tornato a vederci con gli amici!”

Come vivi l'attesa, prima di andare in scena?

“Rimango chiusa nel mio silenzio e non parlo. Il quarto d'ora prima è terribile, è proprio la morte. Stai lì, dietro le quinte, e pensi a tutti i posti più tristi in cui preferiresti stare, come il divano di casa tua di sabato sera a vedere Gray's Anatomy in streaming, per esempio. Insomma, qualunque altra cosa andrebbe bene piuttosto che stare lì. Poi entri e passa tutto. Ed è fantastico”.

Una volta sul palco, cosa trasmetti al tuo pubblico?

“Cerco di creare empatia con le persone in sala e quando la sento mi fa molto piacere. Il più delle volte c'è”.

E cosa ricevi in cambio?

“C'è una sensazione particolare che provo mentre recito, ma servirebbe una premessa prima di rispondere... Diciamo che sul palco riesco a sentirmi Biancaneve”

Vai con la premessa.

“Da piccola quando mi leggevano Biancaneve io mi disperavo nel pezzo in cui il cacciatore, non avendo il coraggio di strappare il cuore della meravigliosa Biancaneve, portava alla regina quello del cerbiatto, come se la sua vita contasse meno. Ecco, io nella vita spesso mi sento il cerbiatto, quello che 'passa in cavalleria', come la maggior parte di noi, credo. Quando facciamo un lavoro che non ci piace, quando amiamo una persona che non ci vuole, quando le cose non vanno come vorremmo, noi siamo il cerbiatto. C'è però un momento in cui mi sento Biancaneve ed è quello in cui salgo sul palco e faccio quello che so fare meglio. Pensa come faccio il resto...” (e giù altre risate)

Anche quando scrivi cerchi qualcosa in particolare?

“Quando scrivo cerco di dire qualcosa che non sia 'già sentita'. Voglio far riflettere perché mi piace quando lo fanno gli altri con me”.

Nei monologhi “Andrà tutto bene” e “La bandiera” affronti con coraggio, libertà e un'immancabile vena sarcastica due temi delicati come il cancro e la violenza sulle donne. Lo hai fatto andando oltre tutta la retorica imposta dalla società sull'argomento. Da chi hai ereditato questa schiettezza?

“Il gran regalo che mi hanno fatto i miei genitori è stato quello di lasciarmi sempre dire quello che pensavo, senza costrizioni morali o sovrastrutture. Nel monologo sul cancro, in particolare, ho ironizzato sulle frasi che vengono dette alle donne che hanno un tumore al seno perché c'era dentro di me il bisogno di esorcizzare, di trasformare tutto in una parodia, avendo vissuto da vicino l'argomento quando capitò a mia madre. In questi casi la pietà non serve, più ridi e più esorcizzi”.

Non temevi di essere irriverente?

“No, perché potevo permettermi l'arroganza di dire: questo è stato per me, io ho il diritto di parlarne. Ma se non l'avessi vissuto non avrei mai scritto nulla sull'argomento. Quando l'ho portato in scena ero emozionatissima, mi ripetevo “se piangi lo sbagli, ma non ho pianto, perchè le lacrime non vanno bene”.

Cos'è per te il successo?

“È quando riesci a portare il tuo lavoro da un teatro off romano ad un pubblico sempre più grande a cui piace quello che fai. Il resto non mi interessa molto, sono una da pizza a casa con gli amici”.

Quali sono i tuoi miti?

“Se penso a delle donne penso a Franca Valeri, che è un genio con un'ironia intelligentissima, ma anche Monica Vitti e Anna Marchesini. Loro rappresentano l'essenza del talento”.

Sogni di ripercorrere quelle carriere?

“No, loro sono uniche, inarrivabili, irripetibili. Io non ce l'ho proprio quei numeri. La mia ambizione è quella di fare e scrivere solo cose che io guarderei o che vorrei leggere. Finora ci sono riuscita, ma non so quanto ancora ci potrò riuscire...”.

Perché?

“Diciamo così: il mio piatto preferito è la parmigiana di mia madre, mentre gli gnocchi non mi piacciono.. Nella vita posso scegliere di non mangiarli, ma nel lavoro per arrivare alla mia parmigiana ideale buonissima, penso che un paio di forchettate di gnocchi siano necessarie... Ecco, vorrei evitare di mangiarmene un piattone”.

Emanuela Fanelli torna in scena al Cometa Off il 23, 24 e 25 gennaio con lo spettacolo teatrale “Le donne lo fanno”.

Per info e prenotazioni http://www.teatrodellacometa.it/off/


Martina Vassallo


© Riproduzione riservata

  • Articolo Precedente

  • Prossimo Articolo

Multimedia