Antonio Manzini

Se conoscessi la chiave del successo, non avrei aspettato quarantotto anni per utilizzarla. Io osservo le persone, sto attento ai loro vizi, alle loro idiosincrasie.

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Il comfort sta alla base di una serie narrativa di successo. Uno dei tratti di Rocco Schiavone che produce comfort nel grande pubblico è il cedimento della sua indole burbera, disillusa, alla romantica proiezione sentimentale del lutto. Schiavone mantiene un immaginario rapporto dialogico con la moglie defunta. Ciò ricorda molto, ad esempio, quanto avviene nel romanzo più celebre di uno dei migliori scrittori italiani degli ultimi decenni, Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Mentre nel caso di Pereira - il quale continua a rivolgersi al ritratto della moglie scomparsa da anni - l’autosuggestione sembra rubricabile come fragilità coerente con la sua emotività incline al patetismo, in Schiavone invece c’è uno scarto palese. Questo cosa ci racconta? Le delicatezze del cuore che anche i cinici più consumati sperimentano, oppure qui troviamo il topos della corrosiva durezza caratteriale che si rivela nient’altro che una scorza protettiva, un apparente attacco proditorio al mondo al solo scopo di creare una salda difesa della propria spiccata sensibilità? Oppure ancora l’universalità del dolore e l’incapacità di accettare completamente la morte di una persona amata?

Nessun autore degno di questo nome difende un personaggio o utilizza scorciatoie narrative per stringere l'occhio al lettore. I personaggi si esprimono e vivono nella loro totalità esistenziale, e come le persone sono contraddittori e possono negarsi nello stesso momento in cui si pongono. Sono frastagliati come le coste, hanno mari e montagne. Se riduciamo l'analisi di un personaggio a una valenza solo letteraria, corriamo il rischio della generalizzazione e della tassonomia inutile e speso detestabile. Si narrano personaggi che abbiano valenza narrativa. Le faccio un esempio. Un uomo sposato con moglie e figli ha un lavoro e la sera mangia a casa. Vive, invecchia e muore. Non ci trovo niente. Un uomo ha moglie e figli ma dall'altra parte della città ne ha un'altra. Ecco, già una luce si accende. C'è terreno narrativo. Poi magari scopri che ha anche due identità, allora il terreno diventa ancora più fertile. E non sto parlando di un personaggio letterario, ma di un mio amico. I topos narrativi nascono dall'osservazione degli autori della realtà. Non sono preconfezioni di plastica ad uso di un sedicente scrittore. Diventano classificazioni dopo, con l'osservazione del critico letterario. Chi scrive parte da un altro punto di vista, dall'osservazione. Se lei non ha visto questo in Schiavone, significa che io non sono un buon autore e ho mancato clamorosamente il bersaglio.

Le Clarks, che Rocco Schiavone si ostina ad indossare nonostante il clima valdostano, sono un tratto estetico peculiare del personaggio come lo sono per Dylan Dog, anch’egli così affezionato a queste scarpe da non potersene mai privare malgrado le intemperie. Un omaggio al detective dell’incubo?

No. Clarks e Loden, come l'impossibilità di chiedere "il solito" al bar, sono semplicemente il segno che Rocco non si adegua e non si arrende ai cambiamenti ai quali la vita lo ha costretto. Per inciso, non ho mai letto Dylan Dog, non amo le storie dell'impossibile, mi pare venisse identificato in questo modo.

Mi interessa indagare l’aspetto artigianale dello scrittore di narrazioni a puntate. Prima ho parlato di comfort. Anche l’espediente delle Clarks è ascrivibile alla ricerca di agio complessivo, di piacere attraverso cui accattivarsi il lettore? È un elemento buffo, caricaturale, che senz’altro permette un piccolo, gustoso distacco umoristico in un racconto che si dipana sovente nel torbido e nella tensione poliziesca. Inoltre, particolari identificativi di questo tipo sono essenziali per la costruzione mitopoietica di un personaggio. Più che l’invenzione di trame, sta nel lavoro creativo sulle soluzioni di tono, di atmosfera e di riconoscibilità la chiave del successo di una serie?

Se conoscessi la chiave del successo, non avrei aspettato quarantotto anni per utilizzarla. Io osservo le persone, sto attento ai loro vizi, alle loro idiosincrasie.

Lei continua a parlare di agio del lettore ?

L'unica concessione che ho utilizzato con la consapevolezza di farlo è l'introduzione di personaggi buffi nel commissariato, prendendola direttamente dalla tradizione del teatro elisabettiano che introduceva come degli entracte dei giullari per alleviare momentaneamente l'uditorio provato da storie tragiche o da complesse commedie farcite di travestimenti e travisamenti identitari. I vizi di Schiavone, il suo abbigliamento, la sua classificazione delle rotture di coglioni, sono solo aspetti di un personaggio, riconoscibili, è vero, ma credo non per questo meno verosimili o umani. Si figuri che avevo un terribile professore di filosofia che, prima dell'interrogazione massacrante alla quale ti sottoponeva, ti parlava in francese per cinque minuti e si accendeva la pipa. Perché lo facesse, non lo so, ma tant'è. Rocco Schiavone non la considero una serie ma capitoli di un solo libro. Il personaggio, a differenza della tradizione seriale della letteratura cosiddetta poliziesca, non è congelato nel tempo. Schiavone invecchia, cambia, subisce cioè un'evoluzione o involuzione, il motivo è sicuramente da ascrivere alla verosimiglianza della vita di una persona.

In Sull’orlo del precipizio compone un apologo caustico sui vizi dell’editoria, satirizzando le paranoie commerciali e l’estrema tendenza all’appiattimento, all’omologazione su misura della pigrizia del lettore medio. Qual è il suo rapporto con l’editing? Come autore che si propone ad un pubblico generalista e più vasto possibile, ci sono delle autocensure stilistiche che si impone come prassi professionale? In relazione alle aspettative editoriali che si hanno su di lei, quanto può realmente essere ampio lo spazio della sua libertà espressiva?

L'editing è il mestiere più difficile del mondo e io lavoro col migliore che c'è in Italia, Mattia Carratello. Il vero editor fa un lavoro molto simile all'attore. Si cala nel personaggio-autore, ne sposa trama, voce, intenzioni, per tirare fuori il meglio dalla pagina scritta. Vede, io pubblico per Sellerio, che non mette bocca sui libri, anzi, lascia all'autore piena libertà e conseguente responsabilità del proprio scritto. Non ci aspettiamo niente di più di un buon libro e questo accade per me quanto per gli altri autori della casa editrice. L'autocensura, se c'è, avviene nel momento della scrittura ma non riguarda argomento o numero di copie da vendere, semmai il recinto lessicale o attenzione alla conservazione della voce del libro. Le storie o capitoli di Rocco sono ormai abbastanza chiari nella mente del lettore. Sanno che il caso è un pretesto e che la narrazione pone l'attenzione al vissuto del vicequestore e, come si vedrà nel prossimo libro, anche dei suoi collaboratori. Il meccanismo è nato da solo, s'è oliato col tempo e mi diverte ancora, questo sì. Il giorno in cui mi annoierò di scrivere del poliziotto, smetterò, detesto i libri in cui sento l'intervento editoriale, pubblicati solo per il mercato, svuotati di ogni necessità e divertimento dell'autore.

I dialoghi dei suoi personaggi romanzeschi si caratterizzano per veracità, per mimesi con gli stilemi del parlato concretamente esperibile in strada. Quanto la aiuta, come romanziere, la sua esperienza di sceneggiatore e d’attore?

Per venticinque anni mi sono nutrito delle parole scritte da altri. E questo sicuramente ha aiutato. Come attore si conosce a fondo il senso di un dialogo, ho i muscoli allenati e conosco anche il bisogno di calarsi in una psicologia lontana anni luce dalla tua. In più, è per strada che io ascolto la gente parlare. Da lì nascono molti dei dialoghi. Le faccio un esempio di una registrazione cittadina. Uomo A - Ammazza, tuo figlio ti assomiglia proprio. Uomo B - Veramente è adottato - Uomo A - allora hai avuto un gran culo. Non è teatro, è una panchina di villa Ada.

Una certa vulgata sostiene che da anni al cinema sia difficilissimo trovare una bella commedia perché gli sceneggiatori hanno smesso di prendere l’autobus. L’autobus come simbolo dell’opportunità di stare invischiati nella comédie humaine. Mi pare un valore, quello dell’autobus, che debba riguardare non solo gli sceneggiatori ma pure i registi e gli attori, e non soltanto di commedie, come anche i romanzieri, insomma chiunque racconti storie e diventi interprete delle vicende umane. Lei è un autore che prende l’autobus?

Sì.

Quali pregi e quali difetti riconosce al cinema italiano degli anni Duemila?

Il difetto più grande è sottostare al ricatto della distribuzione. Lì è il male. Perché da lì partono tutti i dettami e gli stilemi. Si decide che va bene un genere e si ignora il resto. Certo, se non lo si porta al cinema difficilmente la gente potrà vedere, che so?, un film sulla Grande Guerra. Sono sempre questi pochi distributori a decidere anche chi debba recitare. Non c'è attore, a parte qualche comico come Zalone o in passato Verdone e Benigni, che riempia le sale. I cosiddetti "nomi" sono tali perché decisi a tavolino da distributori e un paio di produttori. Ma al pubblico non fanno nessun effetto. Semmai è il regista ad attirare. Moretti, Garrone, Sorrentino. E sono gli unici, gli autori consacrati, a potersi permettere di raccontare storie e fare film in totale libertà, senza sottostare ai ricatti della distribuzione. Gli altri, e ce ne sono anche di bravissimi, devono aggiustare il tiro. Non sono liberi di raccontare quello che sentono necessario, sono costretti così a definire il loro lavoro districandosi tra milioni di paletti distributivi e produttivi, ecco quindi che il film che arriva in sala è insulso, superficiale e inutile. In nome di una distribuzione che continua a fallire le sue previsioni d'incasso con questa sorta di algoritmi inventati e irreali. A questo dobbiamo aggiungere che il cinema in toto sta tramontando, a scapito di narrazioni forse più congeniali al pubblico, mi riferisco ai seriali televisivi. I soldi sono sempre di meno. Se mette insieme tutti questi elementi, non si capisce come ci siano ancora registi vogliosi di battere ciak. Sono degli eroi, dei don Chisciotte.

E con la musica qual è il suo rapporto? Rappresenta una fonte d’ispirazione per la sua scrittura? So che stima Federico De Caroli. L’anno scorso è uscito il suo ultimo disco, Isole Invisibili, interamente realizzato a pianoforte, sui generis rispetto al percorso del musicista ligure. Cosa pensa di quest’opera?

La musica è nutrimento. Non se ne potrebbe fare a meno. De Caroli è un alto esponente di questa arte, e farsi accompagnare da una sua creazione aiuta la predisposizione alla scrittura.

Chiara Zanetti

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