L'intervista A Mauro Perugini, In Scena Con Lo Spettacolo Qui è Così

L'intervista A Mauro Perugini, In Scena Con Lo Spettacolo Qui è Così

L'attore e comico presenta il suo format

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Mauro Perugini il 9 e il 10 novembre sarà in scena con "Qui è così (nel suo spettacolo/format)". Il comico, che è anche autore dello spettacolo, nel corso di un’intervista per Unfolding Roma, racconta aspetti riguardanti il suo lavoro che verrà proposto nei prossimi giorni al Centro Culturale Artemia (Via Amilcare Cucchini 38). Inoltre, esprime la propria opinione riguardo ad argomenti legati al suo lavoro: tra comicità, teatro e rapporto con il pubblico. Il percorso lavorativo di Mauro Perugini nasce dalla Commedia dell’Arte e prosegue attraverso studi con insegnanti europei e americani e un’esperienza all’estero, che lui stesso ricorderà nel corso di quest’intervista. Da quando ha iniziato il proprio mestiere, ha interpretato ruoli e svolto diversi lavori a partire dalla radio: come conduttore negli anni ’90 nella trasmissione “In diretta su...” e successivamente partecipando al programma di Lillo e Greg “610”. Non solo, ha preso parte anche a diverse fiction come “Un Medico in Famiglia”, “I Cesaroni”, “Un Passo dal Cielo” ed “È arrivata la felicità”. In tv ha lavorato anche insieme a Renzo Arbore e Gianfranco D’Angelo, senza dimenticare pure la sua presenza nel film di Sidney Sibilia “Smetto quando voglio – Masterclass”. Sono tanti i lavori di quest’attore e comico, che nel 2018 ha proposto al pubblico il suo spettacolo/format che lui stesso descriverà spiegandone la genesi e gli obiettivi. Ha  affrontato, infine, anche temi rivolti al teatro in generale, al mondo della recitazione, da un punto di vista professionale e di coinvolgimento attivo, con l’occhio dello spettatore.

Parliamo dello spettacolo/format “Qui è così”

Questo spettacolo torna in scena venerdì 9 e sabato 10 alle ore 21 al Centro Culturale Artemia. È un format che nasce dalle esperienze fatte in passato, nel periodo d’oro nei locali di fine anni ’80 - metà anni ’90, in cui è nata, di fatto, la mia formazione professionale. Dove la dinamica principale era l’interazione con il pubblico, quindi negli anni successivi tutte queste esperienze professionali hanno preso forma fino a confluire in questo spettacolo che si chiama “Qui è così”. E il titolo ne è un po’ l’essenza, vuol dire uno spettacolo non precostituito, non è il classico e unico monologo; è un format nel senso che ci sono tante cose dentro. È un contenitore con un unico e reale obiettivo: quello di far star bene il pubblico e di permettergli di passare una serata gradevole coinvolgendolo, facendolo divertire e soprattutto offrendo tanti elementi e molte dinamiche di spettacolo. In modo tale che ognuno possa trovare e riconoscersi in qualcosa. Questa è un po’ la caratteristica di uno spettacolo pensato, ideato e costruito per il pubblico.

A proposito del coinvolgimento con il pubblico, cosa racconta, visto che questo lavoro è già andato in scena?

Il mio compito è di accogliere. Parto un po’ dall’idea del circo. In quelli piccoli tutti fanno tutto. La persona che stacca i biglietti poi magari si rivede al trapezio, perché ovviamente c’è la necessità di saper far tutto e non c’è la possibilità di avere tante persone a fare queste cose. Quindi lo spettacolo inizia praticamente da quando la gente entra in sala, perché sarò io ad accoglierla e questo è inusuale. Non è uno spettacolo convenzionale ed è per questo che si chiama “Qui è così”. Quando le persone arrivano, troveranno me ad accoglierli. Il motivo è di far sì che le persone percepiscano una situazione diversa dal solito. Normalmente, c’è un sipario chiuso, le luci sono spente, il palco è vuoto e invece lo spettacolo, e lo dichiaro dopo, è già iniziato. Perché si può fare spettacolo con ogni cosa, quindi c’è un’accoglienza che, di fatto, è già il via della rappresentazione e la primissima parte è un modo per far percepire al pubblico di rilassarsi. Non ci sarà nessuna aggressività gratuita, nulla che possa non mettere a proprio agio il pubblico, quindi questa prima fase che è di accoglienza, è già lo spettacolo perché “Qui è così”.

Entrando nel dettaglio riguardo alla nascita di questo format, parliamo dell’input che ha portato alla sua creazione.

La provenienza è l’estrazione professionale, quindi l’esperienza fatta in quegli anni nei locali, in cui a Roma c’era un fermento straordinario. In quei locali sono nate tutte le figure professionali per quanto riguarda la musica, il teatro e non solo, perciò sono stati veramente anni di grande fermento, proprio perché c’era la possibilità di lavorare. Si facevano cinque serate a settimana, da ottobre a maggio e avevi l’opportunità di sperimentare, di provare, di misurarti con il pubblico e di crescere insieme. Quindi quel tipo di esperienza nel tempo si è poi travasata e ha preso forma in questa rappresentazione. L’idea di base è di rimettere al centro dello spettacolo il pubblico, perché dal mio punto di vista è stato un po’ dimenticato. Gli spettatori, per chi fa teatro o per chi sta su un palco, sono fondamentali, perché è l’unica arte in cui serve un referente, un uditore, qualcuno che ascolti e veda, altrimenti non può essere esercitata. Si può comporre musica da soli, si può scrivere da soli, si può dipingere da soli, ma fare l’attore e stare su un palco ha bisogno di un referente. Ed è l’unica cosa fondamentale, perché permette all’attore di esistere. In più il pubblico ha un ruolo basilare, poiché è uno specchio per chi sta sul palco e gli permette di capire se quello che sta facendo funziona o meno. Quindi l’idea di fondo è di rimettere al centro dello spettacolo quell’elemento importante e il referente unico che è il pubblico, perché dà la misura di tutto quanto. E poi c'è un altro motivo perché le persone in generale credo che sentano il bisogno di divertirsi, ma spesso non sanno come, poiché hanno dimenticato che per farlo serve semplicemente giocare. E il fil rouge di questo spettacolo è il gioco. Il senso del gioco è lo stupore, la curiosità, la leggerezza. Quindi accogliere il pubblico, ben disporlo, improvvisare, interagire con lui, per dargli un clima di piacere che è legato al senso del gioco. Questi sono i due punti: permettere alle persone di stare insieme, di godersi qualcosa, per potersi divertire e far tornare il pubblico al centro di uno spettacolo, come dovrebbe essere.

Tra le tante attività che svolge, c’è quella di comico.

Questo è uno spettacolo comico. Si basa proprio su ciò, che ne è un po’ il cuore. Normalmente per spettacolo comico si intende un lungo monologo, questo ha la funzione di divertire, quindi di far sorridere, ma non solo. Per farlo, utilizzo varie tecniche, perciò non soltanto la parola, ci saranno altre modalità, però l’obiettivo è quello di far divertire. Questo lavoro è qualcosa che mi rappresenta da vicino e attiene al mio ruolo di comico, che è quello di far ridere.

Com’è la comicità oggi? In questo spettacolo nasce dall’interazione con il pubblico, però ci sono anche altri tipi di comicità.

Da spettatore la comicità si è molto ristretta. Nel senso che per quanto mi riguarda, ed è un accenno che faccio durante lo spettacolo, la vera comicità è quella senza l’uso della parola, quella visiva, universale, che supera le barriere del tempo e i confini dialettici. La comicità in questi anni, com’è normale che accada, riflette un po’ il periodo, quindi è diventata spesso molto aggressiva e solo quasi esclusivamente di parola, perciò è limitata, perché chiaramente una battuta che funziona a Roma non funziona a Milano. Secondo me, perché è venuto a mancare quel grande serbatoio a cui accennavo prima dei locali, visto che di fatto è stata una grande palestra per tantissime persone che hanno avuto il privilegio di lavorare in quel periodo. La comicità ha bisogno di essere provata. Se hai un’idea, la devi verificare, sperimentare e ti devi confrontare con il pubblico. La comicità è fatta di misure, di tempi, di gusto, di intuizioni e hai bisogno di provarla, calibrarla e macinarla. Allora venendo a mancare questa possibilità tutto è diventato molto più tecnico e televisivo. La televisione secondo me non fa un buon servizio alla comicità, perché molto spesso se vedi qualcosa in tv, può capitare che le risate siano finte e quindi non ci sia quel riscontro diretto come può accadere a teatro. La televisione ha limitato il rapporto diretto con il pubblico. La comicità dovrebbe essere un ambito di fantasia e dovrebbe esplorare molto. Certamente ognuno ha il suo linguaggio, il suo gusto e la sua visione e adesso in generale è un po’ monotematica, ha un’unica direzione. O c’è questo ambito da stand up comedy, quindi una comicità aggressiva, una satira molto graffiante che si riferisce agli americani, che a volte trovo un po’ gratuita. Perché si cerca l’effetto, la scorciatoia con l’idea di andare su qualcosa di pesante per sembrare trasgressivo, perdendo di vista, però, tante cose. Invece di rielaborare, di raccontare qualcosa con forza, con più gusto e fantasia e che arricchisca quella comicità. Altrimenti, c’è la forma monologo e ci sono tantissimi rappresentanti di grande qualità, molto spesso romani. È un’unica forma di spettacolo, in cui si perdono tutte quelle chiavi di lettura o di linguaggio che possono attenere all’attore, quindi la mimica, l’improvvisazione di un certo tipo, la gestualità e una comicità più visiva che verbale. In qualche modo, come capita spesso, la comicità esprime il momento che sicuramente non è facile, perciò riflette il periodo storico che stiamo vivendo.

In base agli studi fatti, alla sua formazione e ai viaggi all’estero: c’è un insegnamento o un insegnante che le ha lasciato qualcosa in più e che oggi riporta nel suo spettacolo e più in generale nel suo lavoro?

Gli anni della mia formazione coincidevano con gli anni in cui c’era un po’ il rifiuto del teatro classico, quello di parola. E allora la mia formazione è stata random facendo vari laboratori, vari workshop ed era il periodo del mimo, delle clownerie, della Commedia dell’Arte, c’era un mondo di laboratori che si indirizzavano molto più sul corporeo, sul fisico e non sul verbale. Poi successivamente, c’è stata un’esperienza di sei mesi a New York, perché avevo conosciuto durante uno di questi workshop a Roma un’insegnante che era la responsabile di un corso all’Università di Harvard. Era un’italoamericana, Claire Mallardi, che per me fu una persona importante poiché ero un ragazzo senza arte né parte, però probabilmente lei lesse qualcosa in me e quindi mi invitò a continuare lo studio raggiungendola in America, perché insegnava lì. Ed è stata una scelta che in qualche modo mi ha formato come persona. Parliamo di tanti anni fa. Mi ha messo a contatto con una realtà didattica estremamente alta. È stato il mio primo incontro con un approccio professionale. Gli studenti per primi avevano un atteggiamento professionale: c’era puntualità, disciplina, c’erano tutte quelle caratteristiche che dovrebbero appartenere a chi studia e a chi insegna. Venivo da una mentalità romana molto più elastica, più giocosa e sicuramente piacevole, però è stato in qualche modo formativo, perché ho cominciato a vedere un’altra modalità di studio e di lavoro. Credo poi di aver passato questa esperienza, soprattutto umana, nel mio lavoro, cercando di dare qualità e coerenza alla propria attività. Queste sono considerazioni che faccio adesso. All’epoca vivevo l’esperienza, però a distanza di tempo credo che mi abbia dato questa eco che poi ritrovo nel mio modo di lavorare.

Qual è la sua opinione riguardo alla situazione attuale del teatro?

In qualche modo mi ripeto, anche se prima parlavamo della comicità: vado molto più a teatro della media di una persona che non fa questo lavoro. Personalmente ho un’idea ben precisa, ovviamente opinabile perché è personale: il teatro è diventato un po’ generalizzo, autoreferenziale, e ha dimenticato il pubblico. È un teatro in cui chi sta sul palco molto spesso si compiace di quello che fa, scordando che poi l’utente iniziale e finale è proprio il pubblico. È un teatro che si è un po’ involuto, visto che in questi anni pochissimi spettacoli e quasi sempre stranieri mi hanno emozionato. Mancano delle figure di riferimento, nei decenni passati ci sono stati grandi drammaturghi, dai De Filippo ai Pirandello, che sono poi gli autori che vengono replicati, ma a livello contemporaneo manca prima di tutto la scrittura. Scarseggiano poi anche delle figure professionali, perché sono venute a mancare a livello formativo la disciplina e l’etica dello studio. Adesso la televisione immediatamente fa diventare una persona, un personaggio e questo non vuol dire che ciò corrisponde a una qualità di lavoro di fondo. Quando a volte capita di sentire su qualche trasmissione in bianco e nero grandi attori, grandi figure che hanno attraversato il panorama culturale dal dopoguerra fino a qualche anno fa, senti sempre un’enorme umiltà, preparazione, una grande disciplina e un grande amore per questo lavoro. Anche in questo caso il teatro riflette l’impoverimento generale. C’è una crisi economica e dei costumi, quindi il teatro dovrebbe essere un po’ lo specchio della cultura di una nazione. Secondo me lo vediamo nel nostro cinema che stenta e arranca rispetto a realtà vicine a noi come quella spagnola, inglese e francese, dove c’è molta più voglia di provare, ci sono attori bravi, che noi magari non conosciamo, ma sono di qualità. C’è una base forte. Noi cerchiamo di fare tutto e subito. Fa parte del nostro carattere, della nostra indole italiana, però abbiamo perso un po’ quella inventiva che invece ci ha contraddistinto nel dopoguerra. Il nostro cinema, il nostro teatro, i nostri drammaturghi erano presi ad esempio. Gli americani venivano a girare i film a Roma perché eravamo un punto di riferimento per il mondo. Tutto questo patrimonio lentamente lo abbiamo perso e in sintesi basta andare a Cinecittà: in cui c’erano gli studi di Fellini, c’era un centro di produzione così importante, che piano piano è stato abbandonato ed è diventato una sorta di parco giochi. In questo paese la cultura, quella vera e non quella intellettuale, permette di stimolare le persone: chi legge, chi va a teatro, chi va al cinema. L’idea è di creare un prodotto popolare, non di massa, per alzare il livello di chi guarda per provare a creare un arricchimento.

Visto che svolge attività di insegnamento: c’è qualche consiglio che potrebbe dare ai giovani che si vogliono avvicinare al mondo della recitazione?

Qui si tocca un tasto importante, che inevitabilmente si allaccia a quello che dicevo prima. Le mie modalità di insegnamento sono quasi sempre per persone che hanno piacere di fare questa esperienza, ma magari non hanno l’obiettivo di cimentarsi professionalmente. Si è creato in questi anni un enorme mercato, dovunque ti giri vedi che c’è un’accademia di qualcosa, non sono neanche più laboratori. E statisticamente a fronte di tantissime accademie che insegnano recitazione, poi vediamo che il parco attori è molto povero. Sono molte di più le accademie che gli attori e questo dovrebbe dare un’indicazione. Secondo me chi insegna ha una responsabilità, dovrebbe formare, leggere la persona e darle gli strumenti per potersi migliorare e anche nello stesso momento dare delle indicazioni, cioè non alimentare mediocrità. Dovrebbe formare e cercare di alzare il livello. Non è detto che se uno paga deve necessariamente andare avanti, perché sennò inevitabilmente cade tutto il meccanismo. Se io offro una prestazione, in essa dovrebbe essere compresa la lettura di chi ho avanti, devo capire se quella persona può provare a fare questo lavoro e se ha gli strumenti nel tempo per poterlo fare e non alimentare soltanto una speranza gratuita. Se dovessi dare un consiglio, direi semplicemente che: questo è un mestiere splendido, ma è impegnativo e quindi richiede impegno. Adesso è tutto molto facile. L’impegno vuol dire assiduità, costanza, se ci sono tot lezioni vanno seguite. Ora c’è questa modalità del tanto “che ce vò” e invece secondo me ci vuole, perché altrimenti il risultato è quello che è intorno a noi: una grande mediocrità in generale. Il livello medio si è abbassato di molto e quindi non c’è una competizione verso l’alto. Direi loro di avere amore per questo lavoro, che uno scopre nel tempo, e di avere una motivazione e un impegno. Diffidando soprattutto del fatto che tutto sia facile e di tutti i cantastorie che ci sono e che promettono, perché stanno cercando solo di togliere dei soldi. Quindi dico di essere svegli da questo punto di vista e di ricordarsi che tale lavoro richiede un percorso ed esperienza, più cresci, più vai avanti più diventi migliore. Un po’ come il vino, se vogliamo fare un confronto. Questo è un mestiere che richiede lavoro, studio e tempo. Esperienze che si accumulano e porte in faccia che sono quelle che fanno male, ma quando arrivano ti svegliano e sono utili. Se arrivano nel modo giusto, aiutano e ti riportano con i piedi per terra e da lì poi riparti. Questo mestiere è un po’ un ascensore, un’alternanza di emozioni, però forse è proprio il suo fascino.

Alla luce di quanto fatto in carriera tra teatro, cinema, tv e radio. C’è un sogno nel cassetto da realizzare: un progetto, trattare un tema o interpretare un ruolo in particolare?

La domanda è importante. Questo spettacolo è una mia emanazione, mentre per gli altri lavori ti chiamano perché devi fare la posa per quel ruolo, in questo caso è una mia espressione. Quindi mi rappresenta e credo che pur essendo un format variabile, togliendo e aggiungendo qualcosa a questo contenitore, questa sia la sua forma definitiva. Può sembrare un paradosso, ma il sogno è di avere pubblico, cioè di allargare la mia platea, perché è il problema di chi fa questo lavoro, a meno che non sei diventato una persona famosa, però e non è detto che se sei famoso offri qualità, così come al contrario chi non è famoso non ha qualità. Mi piacerebbe arrivare a più gente possibile. Avere una platea di persone che non siano gli amici o gli amici degli amici, ma un pubblico da conquistare, da sedurre, da tirare dentro a questo gioco e incrementarlo, alimentando un meccanismo in cui la platea da 50 persone diventa di 100-200, perché è un momento di energia incredibile. Avere platee sterminate, come a volte può essere capitato, davanti a un Vasco Rossi di turno o a un Enrico Brignano, per cui parliamo di centinaia di persone, credo che sia una sensazione emotiva, per chi sta sul palco, straordinaria. E secondo me inevitabilmente è talmente tanta l’energia e l’adrenalina che ne risente in modo positivo il proprio mestiere, perché hai così tanto impatto e tanto feedback che quello decolla ulteriormente. Quindi se dovessi avere un sogno mi piacerebbe questo, anche perché aumentando la platea poi hai maggiore visibilità, quindi un riflesso sulle altre attività, teatro convenzionale, cinema e fiction. Essendo questo il mio spettacolo sicuramente il desiderio è di avere un pubblico nuovo sera dopo sera da conquistare e a cui lasciare delle belle sensazioni, soprattutto per aver fatto passare una piacevole serata che poi è l’obiettivo del mio spettacolo.

Ci tengo assolutamente a ricordare che in questo spettacolo mi affianca con la preziosa assistenza tecnica di Stefano Di Fiore. La figura del tecnico è fondamentale perché è il cuore dello spettacolo per questo è preziosa. È una persona che non è sul palco, ma, di fatto, è come se ci fosse, mi affianca a distanza. Questo mi sembra il giusto riconoscimento per lui, che mi dedica tempo e professionalità.

Intervista di Sabrina Redi 

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