Isotta Bellomunno

Isotta Bellomunno

“La bara galleggiava e tagliava l'acqua perfettamente, finalmente realizzavo quel viaggio propiziatorio” - Intervista all'artista Isotta Bellomunno

264
stampa articolo Scarica pdf

Isotta Bellomunno nasce a Napoli nel 1987. Nel 2005 si trasferisce a Milano per studiare Scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove si diploma nel 2011. Durante questa sosta nella città meneghina, l'artista partecipa a numerose esposizioni che le consentono di presentarsi ad un pubblico sempre più vasto. Fulcro della sua opera sono l'ironia, a tratti beffarda e provocatoria; d'altro canto, troviamo invece le origini famigliari, le quali costituiscono un vero e proprio perno esistenziale. La Bellomunno adotta diverse soluzioni formali, dal disegno alla fotografia, dalla scultura all’arte performativa, segno di un eclettismo sempre rinnovato ed incontenibile.

Ha da poco inaugurato presso lo spazio espositivo “Casa vuota” di Roma la tua personale “Da consumarsi preferibilmente entro”. Che relazione esiste tra questo titolo e la tua arte?

Da anni tratto il tema della morte, e questo perché le origini familiari hanno per forza di cose influenzato il mio lavoro. Sin da piccola, sono cresciuta in un ambiente dove la morte veniva vissuta ogni giorno come la cosa più normale e semplice che ci fosse. Ricordo mia zia Gabriella nell'ufficio di via Tribunali a Napoli che mi accoglieva sempre con una gioia e un sorriso smagliante e, nonostante fosse un'agenzia funebre, l'aria era sempre molto allegra; e in qualche modo, ho voluto riportare questo modo di affrontare/aspettare il trapasso nel mio lavoro.

Bufalino scrive: “Dio violentò l'Eternità: nacque un frutto della colpa e fu il Tempo.” Qual è il tuo rapporto con questa entità tanto corrosiva quanto inesorabile?

Non credo che il tempo possa in qualche modo corrodere in senso negativo. Ho uno strano rapporto con lo scorrere della vita, aspetto sempre con frenesia il susseguirsi dei miei giorni, quasi ad aspettare che accada qualcosa di incredibile prima o poi. E come tutti, anche io ho paura della morte ma non vorrei congelare gli attimi che vivo; probabilmente il mio modo di esorcizzarla mi aiuta ad affrontare lo scorrere del tempo senza temerla più di tanto.

In fondo, è la morte che vuoi esorcizzare con le tue installazioni e performance. Lo dimostra la tua traversata a remi verso il Castel dell’Ovo su una speciale “bara-barca” nel settembre del 2013. Cosa ricordi di quell'esperienza? Come è stata accolta dal pubblico? Parlaci del suo valore simbolico e metaforico e, direi, anche metafisico.

Credo che #labarabarca sia il lavoro che mi rappresenti di più attualmente. Ad oggi la ritengo l'esperienza artistica e di vita più importate che abbia fatto. É stata la realizzazione di un sogno. Ricordo ancora il momento in cui ho iniziato a remare, la bara galleggiava e tagliava l'acqua perfettamente, e finalmente realizzavo che quel viaggio propiziatorio per la città stava prendendo forma. Una traversata nel golfo partenopeo, fino al Castel dell'Ovo, che ha simboleggiato il percorso di una vita che, anziché terminare con la morte, si concludeva con una nuova rinascita. La performance è stata accolta in maniera molto positiva ma non sono mancate le critiche, soprattutto dai cittadini avversi a trovarsi faccia a faccia con una bara galleggiante; ma nonostante questo, ancora oggi se ne parla e per me è davvero fantastico. Sono molto legata a quest'opera e spero, di poter compiere traversate anche in altre città di Italia, perchè infondo #labarabarca è un opera che può assumere nuove simbologie in nuovi contesti.

Sei stata protagonista di varie residenze artistiche. Quale annovereresti come la più significativa e per quale motivo? Che valenza assume nel percorso di un artista questo tipo di scambio?

Nonostante le problematiche che ha affrontato degli ultimi anni, problematiche che tutti conoscono, direi che la residenza BocsArt di Cosenza, all'epoca organizzata dai Martedì Critici in collaborazione con il comune di Cosenza, sia stata una delle più significative. In particolar modo, in questo caso, ho avuto il piacere di stringere significative amicizie con artisti con cui tutt'oggi sono a stretto contatto, e successivamente alla residenza ho avuto il piacere di collaborare. Un'esperienza del genere è assolutamente fondamentale per la crescita di un artista, e non parlo di una crescita strettamente lavorativa agli occhi di galleristi o curatori, parlo di una crescita interiore, non a caso ho specificato quanto stringere amicizie con altri artisti sia la parte veramente importate di questo tipo di situazione.


Polo antitetico alla morte e spesso altrettanto presente nei tuoi lavori è il nutrimento materno. Quali sono le ragioni di tale fascinazione? So che reca in sé una concezione particolare dell'elemento femminile, collocato tra religiosità, mitologia e credenze popolari. L'archetipo materno e la ricerca del calore primitivo sono per l'appunto i nodi fondamentali della mostra “Latte di mamma”, risalente al 2015, che riesci in qualche modo a smascherare e a sovvertire. Cosa rimane oggi di quella concezione?

Il nutrimento materno che propongo nelle mie opere fa più riferimento alla nascità, e inevitabilmente si ricollega al mio modo di esprimere il concetto di morte. La serie “Latte di mamma”, esposta in una personale del 2015, curata da Chiara Reale a Castel dell'Ovo, in qualche modo è un continuum del mio percorso artistico che, da #labarabarca, una traversata verso la rinascita, si arriva al bisogno di ritornare e compiere un viaggio a ritroso sino al momento della nascita, all'attimo in cui ci attacchiamo per la prima volta al seno materno, a quell'attimo di assoluta protezione e sicurezza. Del progetto “Latte di mamma” fanno anche parte una serie di tavole grafiche, “Santini”, che non sono altro che una rivisitazione del santino che i nostri nonni conservavano nel portafogli. In queste rivisitazioni, l'iconografia religiosa cambia solo la forma, mantenendo in maniera più evidente ed esplicita il messaggio del nutrimento come nelle “maternità” dipinte dai grandi maestri della storia dell'arte: le figure della Madonna e di Cristo possiedono delle mammelle di mucca sul basso ventre, con le quali allattano animali e persone, attraverso l'uso di macchinari industriali per il tiraggio del latte.

Sei ottimista o pessimista?

Tendenzialmente mi ritengo una persona ottimista, e cerco di vedere i lati positivi di tutte le cose.

Progetti futuri?

Portare #labarabarca a Roma.

Chiara Zanetti

© Riproduzione riservata