Finale Di Partita

Fino al 9 dicembre Filippo Gili alle Carrozzarie n.o.t. con il capolavoro di Beckett – di Alessia de Antoniis

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Finale di Partita


Finale di Partita: la storia di un padre che tiene accanto a sé un figlio che vuole cominciare a vivere e due genitori che vogliono continuare a morire. Sembra una storia di ordinaria follia, come ce ne sono tante, solo che è raccontata da Beckett, uno dei maggiori esponenti del teatro dell'assurdo.

Ma se Beckett non fosse davvero così assurdo?

Il regista Filippo Gili legge Beckett in chiave più concreta, più realista, giocando con un linguaggio che fa parte della vita, con i suoi meccanismi ripetitivi, reiterati, che creiamo per andare avanti giorno dopo giorno, mentre aspettiamo Godot, sperando che alla fine non arrivi.

In Finale di partita, siamo davanti ad un uomo geniale, perfido, che non vuole far crescere suo figlio, istituendo nella sua mente una serie di manipolazioni atte a tenerlo accanto a sé.

È Hamm, interpretato da Giorgio Colangeli, un uomo che non può mai alzarsi, al centro della scena su una sedia a rotelle, apparentemente dipendente dagli altri, che invece diventa il centro gravitazionale di personaggi che non hanno abbastanza coraggio per liberarsi. Ecco quindi che Hamm diventa il vincolo di un uomo ed una donna morti - interpretati da Matteo Quinzi e Olivia Cordsen - obbligati a restare in vita da questo figlio, ormai anziano, che li vuole rinchiusi in due bidoni, personificazione dell'immondizia che loro rappresentano nella sua mente.

È altresì un vincolo per suo figlio Clov che, per contro, non può mai sedersi, continuamente teso verso la libertà, immaginata fuori dall'unica apertura della stanza, quella finestra posta in alto, ma in realtà prigioniero delle sue paure, che identifica con ciò che è fuori da sé, suo padre.

Clov – Giancarlo Nicoletti - è un ragazzo, paradigma di tutti ragazzi di tutti i tempi, che ha desiderio e angoscia di autodeterminarsi; Hamm è paradigma di tutti gli uomini, di tutti i padri, di tutte le madri di tutti i tempi, che amano e contemporaneamente odiano la possibilità di essere abbandonati, racconta il regista. I meccanismi che vengono posti in essere sono quelli di sempre, di potere, desiderio, frustrazione.

Gili porta in scena un racconto universale, che rispecchia quello che accade nella vita di tutti i giorni. Nella scenografia non è previsto il solito pavimento a scacchiera, perché, come ci spiega Filippo Gili, la partita a scacchi è semplicemente una metafora, un paradigma per raccontare la reiterazione del peccato originale della relazione umana, l'antitesi tra amore e odio, tra ammirazione e rispetto.

Il regista preferisce mettere subito in scena la valigia, perché dà risalto al coraggio di Clov. E’ questo il frame che caratterizza Finale di partita.

La bellezza del personaggio di Clov, la sua attualità, è proprio nella sua lotta tra paura e coraggio. Chi ha coraggio, non è detto che non abbia paura, ma decide di agire. Clov decide di uscire dal buio di quella stanza, dove abita Hamm, dove abita la sua paura, la paura di entrambi; decide di prendere quella valigia, che Gili sapientemente nasconde davanti ai nostri occhi per tutto lo spettacolo, che rappresenta la sua vita, e di affrontare ciò che non conosce e che potrebbe essere la sua felicità, questa grande sconosciuta che tutti cercano e che, come Godot, speriamo sempre non arrivi mai.

Hamm, alla fine dello spettacolo, dice “finale di partita, persa”, forse sottolineando che non si vince facendo mosse giuste o sbagliate su una scacchiera ma, più semplicemente, giocando il grande gioco della vita. Già quell'azione è una vittoria.

Alessia de Antoniis

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