Il Discorso Del Capitano Al Teatro Flaiano

Il Discorso Del Capitano Al Teatro Flaiano

Fino al 16 dicembre Giuseppe Manfridi racconta Francesco Totti.Articolo di Alessia de Antoniis

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Fino al 16 dicembre Giuseppe Manfridi è autore e interprete di uno spettacolo imperdibile al Teatro Flaiano: Discorso del Capitano. Roma-Genoa 3-2, regia di Claudio Boccaccini, musiche di Antonio Di Pofi, aiuto regia di Eleonora Di Fortunato.

Protagonista assoluto della narrazione è Francesco Totti, raccontato attraverso le pieghe delle vicende che hanno accompagnato squadra e tifoseria al confronto cruciale col Genoa, atto conclusivo del campionato 2016/17, gara decisiva per la conquista del secondo posto in campionato e conseguente accesso alla Champions League. Non solo: era la partita di addio di Totti.

Roma-Genoa 3-2. Che sarà mai? Per una come me, che paragona l’Olimpico del calcio al Colosseo delle belve e dei gladiatori, andare a vedere uno spettacolo intitolato Il discorso del Capitano era più che altro un sacrificio.

Durante il tragitto da casa al teatro Flaiano, una bomboniera nel cuore di Roma, continuavo a chiedermi per quale motivo uno scrittore come Sergio Manfridi, drammaturgo complesso, artista di grande spessore culturale, avesse potuto scrivere….di calcio! Ero quasi delusa.

In teatro, sul palco, due sedie. Sulla prima un pallone, sull’altra Giuseppe Manfridi. Solo in scena, la domina, la riempie e, all’improvviso, non stai più assistendo ad uno spettacolo: sei in salotto insieme a lui e a tanti altri amici, sentendo raccontare le performance di 25 anni di vita calcistica dell’unico capitano che la Roma abbia mai avuto. Neanche Falcao è rimasto nei cuori dei tifosi romanisti come è accaduto con Francesco Totti.

Il racconto veloce, fluido, coinvolgente, animato, passionale, di Manfridi rapisce anche chi, come me, non appartiene a quel mondo, stavolta, forse, con un po’ di dispiacere.

Esilarante quando Manfridi racconta di Florentino Perez, presidente del Real Madrid, “rompicoglioni instancabile che ogni Natale, puntualissimo, mandava a Totti una camiseta blanca, con un assegno, blanco pure quello”, come la camiseta sulla quale era scritto TOTTI. “Francisco” Totti. Un episodio della vita del capitano raccontato in modo divertente, ma che fa riflettere sulla lealtà di un ragazzo alla sua squadra. Quanti avrebbero rifiutato?

Il fiume in piena di parole di Manfridi trascina poi il pubblico al campionato 2010/2011, quando Totti supera il record fantastico che fu di Nordhal: 211 goal con la stessa maglia. Ma chi è Nordhal? Non lo so....Ma ero commossa anche io!

Manfridi riesce, nel suo amore incondizionato per Totti, ad inserire nel suo concitato racconto, anche Giacomo Leopardi e il suo Infinito, sapientemente recitato in marchigiano. In quel momento mi sono ricordata che lo sfigatissimo poeta di Recanati scrisse “Il giocatore nel pallone” dove descrive un “magnanimo campion”. Giuseppe (Manfridi….ormai sono un’ospite sul suo divano insieme ad un folto gruppo di amici), non mi appariva più così strano.

Nel suo monologo continua ad elencare date, partite, punteggi, una serie infinita di flashback che, alla vigilia della partita Roma-Genoa, l’ultima del capitano, ricostruiscono la vita calcistica di un ragazzo di Porta Metronia, nel quartiere romano di San Giovanni, che ha vissuto venticinque anni della sua vita “con questa unica maglia”. Con questa unica maglia: le parole del discorso del capitano che, al termine di quell’ultima partita, hanno fatto esplodere l’Olimpico.

Centomila persone, oltre alle migliaia in collegamento, hanno assistito al discorso letto da un foglietto bianco stropicciato. Noi in teatro stiamo ricordando questo, rapiti dai racconti di Giuseppe, che parlano apparentemente di calcio, in realtà di una fede.

In un’intervista a Guido Gerosa, il grande Pier Paolo Pasolini spiegava che “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”.

Di questo parla lo spettacolo di Giuseppe, uno che ama il calcio e lo segue, forse perché, come scrive il regista, Claudio Boccaccini, essere tifosi significa rimanere eternamente bambini.

Per spiegare lo spirito che viene condiviso nei ricordi raccontati, indagati, inventati da Manfridi, mi permetto di rubare le parole a Carmelo Bene, quando scrive “senti che centomila persone sono in sintonia con questo fiato nostro. Un fiato sospeso. E questo levar di fiato collettivo, annienta il collettivo, ma al tempo stesso annienta la comunicazione. Annienta la visione. Annienta anche l’ascolto. Per quel momento, quei centomila all’Olimpico non sono in sé. Non ci sono”(Discorso su due piedi)

La generazione di tifosi con meno di trent’anni, non ha mai conosciuto una Roma senza Totti. Come sarà adesso?

Dal discorso del capitano Francesco Totti il 28 maggio 2017 (ma detto da Giuseppe fa più effetto…): “Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà dopo”.

No, nessuno sa come sarà, ma è bello ricordare insieme a Giorgio Manfridi, Claudio Boccaccini ed Eleonora Di Fortunato, amici e compagni di fede (giallorossa….ovviamente) venticinque anni trascorsi con un solo capitano, romano e romanista. E poi, come ricorda Manfridi in scena, parafrasando Anna Karenina di Tolstoj, “in quell’angolo solitario della coscienza dove ogni romanista, quando è infelice, è romanista a modo suo”, sicuramente tutti, romanisti e non, ameranno vedere una festa che finalmente parla di calcio come dovrebbe sempre essere.

Alessia de Antoniis






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