Michela Andreozzi

Al Teatro della Cometa fino al 6 gennaio con L'Amore al tempo delle mele - intervista di Alessia de Antoniis

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Vi ricordate la canzone “Dreams are my reality” di Richard Sanderson? E quando i lenti si ballavano con lei che metteva le mani sulle spalle di lui e lui che metteva le sue, a pinza, tutte sudate, sui fianchi di lei? E quando arrivava quello con la scopa e scoppiava la coppia? Quando il telefono aveva la prolunga per portarlo in giro, perché non c'erano i cellulari e neanche i cordless? Quando pensavate che con un bacio si potesse rimanere incinta? (spero siate in poche....eravamo negli anni Ottanta, ma del Novecento...) O che bisognasse trattenere il respiro per tutto il tempo? Vi ricordate il settimanale “Cioè”? E i diari sui quali scrivevamo di tutto tranne che i compiti per casa? Le pareti della stanza tappezzate di poster? Bene, se i vostri primi amori, i vostri ricordi più teneri mentre uscivate alla scoperta del mondo, risalgono a quella “notte dei tempi”, allora L'Amore al tempo delle mele di Micaela Andreozzi, al teatro della Cometa fino al 6 gennaio, non sarà solo un altro spettacolo da andare a vedere, ma una specie di viaggio in una memoria collettiva, accompagnato dalle musiche della nostra adolescenza. Un po' stand-up, un po' commedia ma, soprattutto, una serata di musica dal vivo dove il pubblico è in salotto, a chiacchierare tutti insieme e a ricordare i nostri amori al tempo delle mele.

Michela Andreozzi, divisa tra le serate a teatro e le sue attività cinematografiche, ha trovato il tempo per chiacchierare con noi, in maniera informale, così come accoglie il suo pubblico in teatro.

È Olimpia Copulati, moglie di un palazzinaro di Roma nord, che abita ai Parioli. Una volta c'erano i Vanzina, con cui ha lavorato, con Vacanze di Natale e Yuppies. Questo tipo di fiction è l'evoluzione? Non so se questa sia una evoluzione di quei film, sicuramente è una evoluzione del mezzo comico. Per fortuna si sta andando verso un formato più internazionale, che qualche volta spiazza, ma sicuramente è una ventata di novità. Era ora!

Ne Le Finte Bionde, sempre dei Vanzina, la Leone dice “ahò, avemo fatto er sarto...dar quartiere africano a via Archimede!”. Chi sono i nuovi arrivati “a Parioli”? Ma poi: è davvero un punto di arrivo? Direi che, soprattutto nella serie Romolo + Giuly, i pariolini sono dipinti come la peggior incarnazione del romano di Roma nord. Cioè sono esattamente i nipoti de “le finte bionde”, non li considererei  “punti di arrivo”. Direi che, forse, sono stati più i “radical chic” che hanno preso il posto dei pariolini. Non credo ci sia più una questione di estrazione sociale, quanto di appartenenza culturale.

In un mondo globalizzato, noi non solo non abbiamo ancora fatto gli italiani, ma dividiamo Roma in nord e sud? Siamo così provinciali? E uno del centro storico che fa: assiste alla partita? Perché la guerra Roma nord-Roma sud va tanto di moda tra i ragazzi? Eppure viaggiano, hanno internet, hanno un mondo davanti a loro.     Credo che la guerra Roma nord-Roma sud funzioni soprattutto come tema di fiction di cui ridere e sorridere, più che un argomento su cui schierarsi. Tutto quello che è una nomenclatura in stereotipi è sempre rassicurante, tanto che se oggi vediamo un vecchio film in bianche nero con cowboy e indiani, ancora sappiamo di chi stiamo parlando e cosa stiamo vedendo. E lo vediamo volentieri!

Anni Ottanta. L’amore al tempo delle mele: volevamo sposare Simon Le Bon. Oggi? Se fossimo adolescenti, vorremo sposare uno che fa i soldi con la spazzatura e abitare in un attico all’Eur? Magari al Sic, come Totti? Onestamente non ho mai voluto sposare Simon Le bon. A me piaceva Miguel Bosé. Per fortuna poi, crescendo, ho aggiustato il tiro, visto che con Bosé avrei avuto pochissime chances di mettere su famiglia. Oggi, se volessimo mettere su famiglia lo vorremmo fare con un rapper, un Fedez, uno Sfera e basta, direi, almeno se dovessi valutare la gioventù dai social network.

Le donne italiane cercano ancora un buon partito o un uomo che le diverta, le faccia sentire vive, le apprezzi, le sostenga? Io spero che le donne italiane cerchino di essere un buon partito per loro stesse, piuttosto che cercarne uno fuori, anche se lo stereotipo della donna da trofeo che desidera sposarsi con il calciatore è ancora in auge. Per fortuna per una “ragazza copertina” c’è una Wanda Nara che, per quanto leopardata e in copertina, è anche una ottima manager per il marito Mauro Icardi. Insomma, c’è scambio: vale sempre il detto “c’è una grande donna dietro un grande uomo”, ma si sta facendo strada anche la variante della donna “che tira la carretta accanto ad un grande uomo”.

La violenza sulle donne è dilagante. Soprattutto nei ceti medio alti, dove le donne denunciano meno. Anzi, spesso sono proprio quelle che se ne accorgono più difficilmente. Sono drogate dal benessere, che hanno paura di perdere? O sono vittime delle apparenze, per cui non denunciano per non essere giudicate? Un occhio nero sotto un paio di occhiali Chanel o un livido sotto un vestito di Gucci, fanno meno male? Io credo che nei ceti medio alti facciano paura le conseguenze: non tanto la paura di perdere tutto, quanto la paura di perdere la faccia, di avere contro avvocati potenti, di perdere non soltanto lo status sociale ma anche quella fragile rete di protezione che il ceto in cui vivi ti sembra offrire. È un tema delicato.

Ancora il Tempo delle mele: eravamo romantiche, avevamo i diari, scrivevamo frasi sognanti, aspettavamo il tipo che ci piaceva all’uscita di scuola, magari immaginando quello che non era mai accaduto (mi ha guardata!....) Oggi ci sono 37 mila persone in coda per vedere la Ferragni che si trucca a 650 euro a biglietto. Teoricamente sono le figlie delle ragazze del tempo delle mele. Dove ci siamo perse? Dov'è il romanticismo degli anni del liceo? Non vedo una gran differenza tra noi e le nostre “figlie” (anche se io non ho figli sono tutti nostri figli), che scrivono e condividono sui social network e che impazziscono per Chiara Ferragni e Fedez, come noi impazzivamo per i Duran Duran. Hanno semplicemente strumenti diversi. E non mi dispiace che siano emerse delle figure femminili positive che occupino un immaginario romantico al posto di figure maschili lontane e irraggiungibili. Ferragni versus Le Bon? Forse non mi dispiace. Oggi il romanticismo è anche nel rispecchiarsi in quello che si vuole diventare, credo.

Volevamo essere diverse dalle nostre madri. Ci siamo riuscite? In meglio o in peggio? Dunque, giudicare mi sembra uno sport poco utile. Posso certamente dire che ho vissuto più di mia madre e che ho avuto più strumenti per essere più realizzata di lei. Se più felice non lo so. Certamente siamo diverse dalle nostre madri nella misura in cui siamo una manifestazione di una altro step dell’evoluzione. In alcune situazioni ci stiamo comportando meglio, con più attenzione: per esempio riguardo la questione femminile, le pari opportunità, l’ecologia, temi che la generazione precedente sentiva e affrontava molto meno.

Perché nel 2018 è così difficile ammettere di non volere figli? Perché non siamo in grado di mettere la felicità davanti ai condizionamenti sociali e una donna ancora oggi si deve giustificare se non ne ha?Perché la donna non viene mai separata dalla sua funzione biologica: se ha un utero in qualche modo deve giustificare il fatto di scegliere se usarlo o meno. Per quale motivo il miracolo di dare la vita dovrebbe soddisfare il desiderio di realizzazione di un essere umano? Ovviamente non è così, come non lo è stato in passato, ma nessuno lo ammetteva: adesso, piano piano, qualcuna prende coraggio e riesce a dire che non sempre la felicità passa attraverso la realizzazione della maternità. Le persone sono differenti e realizzano la loro vita in modi differenti, di qualsiasi sesso siano.

Non volere figli ed essere gay, in Italia, sono ancora oggi malattie sociali? Quanto è colpa della società e quanto siamo noi a non volerci svincolare dal pregiudizio, dall’idea che gli altri hanno di noi? Quanto siamo vittime della morale cattolica? Non sono troppo esperta di morale cattolica, non essendo cattolica, ma credo che la presenza della Chiesa su questo territorio ci abbia pesantemente vincolato, portandoci a giudicare le scelte, soprattutto sessuali o di realizzazione personale, attraverso la lente del cattolicesimo, per cui la maternità non si mette in discussione, la biologia non si mette in discussione, la Bibbia non si mette in discussione!

Tre persone con cui ha lavorato che sono state formative per lei? Cosa le hanno insegnato? Tutti mi hanno insegnato qualcosa, il primo è stato Boncompagni, che mi ha insegnato che, anche se si fa la televisione del “nulla”, bisogna farla meglio. Poi ci sono stati i grandi registi: tutti mi hanno lasciato un incoraggiamento, una frase, un gesto, una attitudine al lavoro, un piccolo segreto. Voglio citare tra tutti Papaleo, che è stato il primo a pensare che potessi fare cinema. Certamente tra loro c’è mio marito Max Vado, che mi ha insegnato, principalmente, che non importa ottenere subito un risultato, l'importante è impegnarsi, e che le cose buone della vita sono regali che non si meritano, accadono.

Teatro, cinema, regia, scrivere libri: dove si trova più a suo agio?Dipende dal periodo. Sono spinta dalla curiosità e, qualche volta, dalla paura di annoiarmi. Per cui cambiare fa parte della mia natura e impegnarmi in ambiti diversi, facendo cose sempre diverse, mi aiuta a mantenere lo spirito vivo, attento, e, come si dice in gergo, a stare “con le chiappe strette”.

Parlando ancora di mele...Siamo cresciute cercando l’altra metà della mela. In natura non esistono alberi che producono mezze mele, ma solo mele intere. Perché ci menomiamo privandoci di una metà di noi, dannandoci poi l’anima per cercare quello che avevamo già in partenza, spendendo soldi in terapie che ci aiutano a vivere a pezzi? Fa così paura dire che siamo nate perfettamente dotate, che siamo belle così come siamo e che possiamo essere felici? Sinceramente non mi riconosco nella tipologia che descrivi. Ho incontrato mio marito a 45 anni, quando a tutto pensavo tranne che a sposarmi di nuovo, e non ho mai pensato che un matrimonio potesse in qualche modo completarmi. Sono sempre stata alla ricerca dell’equilibrio individuale. Il matrimonio mi rende più felice di quello che sarei se fossi da sola, e credo che sia esattamente lo scopo del matrimonio: renderci più felici insieme a qualcun altro.

Il film che avrebbe voluto girare? Quello che ho girato. E The Help!

Quello che vorrebbe girare? Il prossimo!

Il suo rapporto con le donne? Ottimo, ho appena finito di girare un film che si chiama “Brave Ragazze” con quattro attrici protagoniste.

Perché le donne sono le migliori nemiche delle altre donne? Dici? Lo trovo uno stereotipo.

Nel film di Pieraccioni “Se son rose...”, dove interpreta Angelica, dice: “troppa memoria a volte fa male”. Cosa dovremmo dimenticare più facilmente e cosa, invece, dovremmo non dimenticare mai? Dovremmo dimenticare quello che ci siamo legati al dito. E non dovremmo dimenticare da dove veniamo.

Progetti? Sempre!

Al teatro La Cometa, durante lo spettacolo, chiede che diari avevamo. Al liceo avevo diari di Snoopy, Linus e Smemoranda. Che tipo di donna dovrei essere? Simpatica, un po’ asociale e comunista.

Direi che me la sono cercata...

Alessia de Antoniis


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