Flavio Insinna

La Macchina della Felicità. Al Sala Umberto fino alla Befana e un modo piacevole per trascorrere la notte di San Silvestro - di Alessia de Antoniis

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Chiedo due accrediti: vado per lavoro e mi risparmio il regalo di Natale per mia madre, che passerebbe almeno un mese indecisa se cambiarlo o meno, tra cortesi lamentele e rimpianti per … boh, non ho mai capito per cosa. Almeno, in questo caso “il regalo si autodistruggerà un'ora e quaranta minuti dopo averlo aperto”: vai, vedi e finisce là. Insinna mi era piaciuto nel film Ex, ma lì finiva la mia conoscenza del divo del quizzone e delle fiction per famiglie.

Non appare subito sul palcoscenico, ma inizia a parlare stando in mezzo al pubblico e accogliendo i ritardatari che continuano ad arrivare (niente da fare...alla fine il pubblico romano ha avuto la meglio sulla ferrea regola che in teatro non si accede dopo l'inizio dello spettacolo). L'atmosfera è amichevole, sembra una serata tra amici. Il mio desiderio, che quel sacrificio natalizio si compia nel minor tempo possibile, inizia a lasciar posto ad una strana leggerezza (mentre una vocina mi ricorda che non ho niente a che spartire con tutte quelle donne felici di vedere il loro idolo televisivo...io che don Matteo non l'ho mai visto...). Quel curioso modo di accogliere il pubblico scalda l'atmosfera e prepara il terreno alla domanda che dà il via allo spettacolo: “Chi di voi è felice? Chi è felice alzi la mano!”. Partendo da questa provocazione, lo spettacolo prosegue leggendo le risposte a questa domanda, scritte dagli spettatori su una scheda data loro all'ingresso.

Tra improvvisazione, racconti più o meno autobiografici, risposte che generano l'ilarità generale, Insinna fa rivivere una delle più belle peculiarità del teatro: l'interazione con il pubblico. Siamo tutti lì, insieme, come in una grande riunione per le feste natalizie, insieme alla signora che ha ricevuto per Natale una tovaglia riciclata (pure già usata...questa mi mancava), quella per cui la felicità sono le farfalle nella pancia e il signore che, invece, è felice se le farfalle se le mangia con panna e speck (sempre in pancia finiscono....)

Nonostante il successo ottenuto grazie al piccolo schermo, Flavio dimostra di essere prima di tutto un buon attore e lo fa dove tutto è nato, a teatro, dove non c'è “bona la decima”, non ci sono effetti speciali e tecniche di montaggio. Non ti colpisce solo quando fa ridere, ma anche quando è passionale, come nel monologo tra Laura e Vittorio, i protagonisti del suo romanzo dal quale originariamente era tratto lo spettacolo; quando parla, in modo profondo e delicato, della violenza sulle donne o quando ti ricorda che il presepe “non può più stare in soggiorno, perché sono tutti stranieri e il permesso di soggiorno non glielo danno”; quando, rispondendo a braccio ad una donna per cui felicità è un diritto sancito anche nella Costituzione degli Stati Uniti d'America, ricorda che lì è tutelata la ricerca della felicità, ma in Siria ed in altri Paesi questo diritto non esiste.

Partendo dal libro, Insinna ha ricavato uno spettacolo teatrale “work in progress”, intenso e piacevolissimo, che si è arricchito di pensieri e riflessioni, che il pubblico ha aggiunto di data in data, nel corso di questo lungo tour. Il segreto della riuscita de La macchina della felicità credo sia in quel fiume di parole con le quali Insinna coinvolge il pubblico, rendendolo parte integrante dello spettacolo, insieme all'ottima musica jazz e pop della Piccola Orchestra, composta da Martina Cori, voce, Vincenzo Presta, saxes, Angelo Nigro, piano e tastiere, Filippo D’Allio, chitarre, Giuseppe Venezia, basso e contrabasso, e Saverio Petruzzellis, batteria e percussioni: pochi elementi ma bravissimi, a sottolineare ogni passaggio essenziale dello spettacolo.

Marco Perrone, Marco Presta, Franco Bertini, Fabio Toncelli sono gli autori che, insieme a Flavio, hanno contribuito a trasformare una lettura con accompagnamento musicale, in uno spettacolo che merita di essere visto. Magari la sera di Capodanno.


Alessia de Antoniis



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