Salvatore Striano

Fino a domenica 13 gennaio Il Giovane Criminale all'Off Off Theatre - Dai quartieri spagnoli ai fratelli Taviani - intervista di Alessia de Antoniis

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Da martedì 8 a domenica 13 gennaio 2019 all'OFF/OFF Theatre torna sul palco di Via Giulia, dopo averlo inaugurato nella stagione passata, Salvatore Sasà Striano, con il suo spettacolo dal titolo Il Giovane Criminale, Genet/Sasà.

Striano è un attore. Ha recitato in film come Gomorra, di Matteo Garrone, Cesare deve morire dei fratelli Taviani, Napoli Napoli Napoli di Abel Ferarra, Fortapàsc di Marco Risi, ha lavorato per la televisione e per il teatro. Salvatore, però, è anche un ex detenuto, un ragazzino dei quartieri Spagnoli che inizia a delinquere a dieci anni, uno cresciuto per strada, che è stato detenuto a Poggio Reale, Nisida, Rebibbia, nel carcere di Madrid. È il classico ragazzo per il quale “non c'è più niente da fare”, un avanzo di galera che consideri un irrimediabile peso per la società. Nel suo spettacolo Salvatore dice una cosa molto semplice: è facile giudicare quello che conosci solo tramite internet. Ecco, lui è uno di quei casi per i quali noi emettiamo sentenza, seduti sul divano di casa, con un bicchiere di vino in mano, certi di sapere cosa c'è nella sua vita, perché si è perso e dove. La cosa stupefacente è che lui si è ritrovato, ha visto l'inferno e ha deciso che non voleva più vivere lì. Poteva togliersi la vita, come altri detenuti, invece ha deciso di usarla. È diventato attore e scrittore, ha trasformato il suo iniziale fallimento in una missione bellissima: mostrare agli altri, soprattutto ai giovani, la sua vittoria su quella società respingente che aveva già gettato la chiave, voltata dall'altra parte per non vedere l'ennesimo fallimento. Ci sono persone sicuramente irrecuperabili, ma tantissime altre chiedono solo di avere una possibilità. Il messaggio che Salvatore urla con i suoi libri e i suoi spettacoli è che la cultura può salvare il mondo. A parole siamo tutti bravi, ma con i fatti?

Parlare con Salvatore è stato a tratti difficile da accettare, a tratti emozionante, ma, soprattutto, è stata una bellissima esperienza di condivisione, una di quelle che ti priva di parte delle tue inutili certezze.Andare a vedere il suo spettacolo è sicuramente un modo per ascoltare una voce di quel mondo parallelo che preferiamo non conoscere, felici di aver demandato ad altri di occuparsi di quello che disturba la nostra visione preconfezionata del mondo che ci circonda.

Salvatore, Saviano ha la scorta altrimenti lo uccidono, perché con Gomorra ha denunciato fatti di camorra. Perché tu sei ancora vivo, giri liberamente e non ti hanno ucciso neanche in carcere?

Perché Saviano dice un sacco di cazzate. Era un giovane che ha iniziato con buoni propositi ma si è perso. Raccoglieva articoli di altri giornalisti che rischiavano la vita, stando sul posto a cercare le notizie di cronaca. Può essere pericoloso, ma una volta che te ne sei andato non accade più niente. I camorristi fanno una vita così disperata, che Saviano non è neanche l'ultimo dei loro pensieri. Quando sono rientrato in galera con i fratelli Taviani, per girare Cesare deve morire, i Casalesi che stavano al carcere di Rebibbia ci dicevano “non ci toccate a Robertino, perché è la più grande pubblicità che noi abbiamo al mondo, manco Adidas e Nike hanno una pubblicità così forte come ce l'abbiamo noi grazie a Saviano. Prima non ci conosceva nessuno. Ora grazie a Saviano basta che diciamo Casalesi che tutti quanti si spaventano”. Saviano è una macchina da soldi, per fare libri e fiction. Ci sono rimasto male quando, pur sapendo che io ho un passato criminale, nel suo ultimo libro, La paranza dei bambini, ha cambiato il nome dei boss di Forcella e Giuliano, mettendo il cognome Striano. Nonostante questo, mi auguro che nascano mille stupidi come Saviano e non mille persone come quelle che lui descrive, sicuramente cattive ma che non rappresentano un pericolo per la sua vita. Nessuno lo pensa. Anche perché le persone che lui ha nominato, erano già state condannate all'ergastolo, quindi non hanno subito un danno da Saviano, anzi, con i suoi libri e con i suoi articoli, ha suggerito loro come continuare a comandare da dietro le sbarre. Gli ha insegnato i nuovi mestieri, che i camorristi, nella loro ignoranza, non immaginavano.

Hai dichiarato: “se nei vicoli di scuola avessi incontrato Amleto e Macbeth, non sarei arrivato in carcere”. Dirlo adesso è facile, ma a quindici anni?

A quindici anni ho incontrato solo gente che mi usava e mi presentava il mondo in un altro modo, ma io no lo capivo. È lì che bisogna intervenire, quando i giovani sono incoscienti e sono facilmente plagiabili. Bisognerebbe mettere più artisti di strada, spiegare ai ragazzi che di malavita si muore, che il crimine non paga. I ragazzi non lo sanno. Se vedono una serie tv o i boss del quartiere che comandano indisturbati, pensano che quello sia la cosa migliore da fare. E io quello pensavo. Quando poi in carcere ho scoperto che nella biblioteca c'erano centinaia di libri che mi raccontavano che di malavita si muore, che per stare bene bisogna stare lontano dalle tragedie, e in questo mi ha aiutato soprattutto Shakespeare, mi sono sentito stupido e ho detto: ora non mi fregate più, io non voglio essere Macbeth, non voglio essere Amleto, non voglio autodistruggermi. Ripeto quello che ho detto in altre occasioni: tra gli anni Ottanta e Novanta, nei Quartieri Spagnoli, le porte del crimine erano tutte aperte e le porte dello Stato erano tutte chiuse. È stato facile perdermi. Mi prendo tutte le responsabilità, però mi sarebbe piaciuto incontrare più persone che mi avessero avvisato di quello che poi ho sperimentarlo sulla mia pelle. Mi ritengo un uomo fortunato, perché molti altri sono morti o sono ancora in carcere dopo trent'anni.

22 ottobre 2009: muore Stefano Cucchi. La storia è ora di dominio pubblico non perché Stefano è stato ucciso, ma perché sua sorella ha chiesto di sapere come, non arrendendosi davanti a motivazioni preconfezionate. Stefano è morto nel reparto di medicina “protetta” dell'ospedale Sandro Pertini di Roma. Le carceri sono un mondo parallelo dove la società cosiddetta civile mette ciò che non vuole vedere, gli scarti, dei quali poi non vuole sapere più nulla. Hai mai visto da vicino situazioni come quella di Stefano?

Ho rischiato di fare la fine di Cucchi già la prima volta che sono entrato a Poggio Reale. Avevo circa diciannove anni. Una guardia ci portò delle cozze, di nascosto, perché nelle carceri è un cibo vietato. Poco dopo iniziai a sentirmi male per una febbre tifoide. In infermeria, non volevo raccontare il fatto per non mettere in difficoltà la guardia o i compagni di cella e mi hanno riempito di mazzate, finché il medico non ha visto che la febbre saliva sopra i quaranta. Portato in ospedale, ho trovato medici che mi hanno protetto, Stefano no. La responsabilità non è solo dei carabinieri che lo hanno preso a calci in faccia, ma anche di quelle persone che si sono girate dall'altra parte e lo hanno lasciato morire. L'ho vissuto sulla mia pelle, ma ne abbiamo viste tantissime. Il novanta percento delle guardie penitenziarie sono brave persone, le altre sono violente. La cosa brutta è che quel novanta percento non riesce ad opporsi agli altri. È un po' come succede a Napoli. Il novanta percento è gente che non ha niente a che fare con la camorra, il restante dieci è la camorra. Il problema è che chi è costretto a convivere con la camorra, sta zitto, non denuncia, non la combatte. Quando a Rebibbia chiedevamo a qualche poliziotto penitenziario perché il suo collega si comportasse male, mi rispondevano: Striano che possiamo fare, se lo denunciamo, non possiamo più lavorare qua. Verremmo accusati di aver fatto perdere il posto ad un padre di famiglia per difendere un delinquente. Ma quello non è un padre di famiglia, è un violento. E rispondevano: sì lo so, ma qui nessuno lo capirebbe. E quindi stanno zitti e la violenza nelle carceri continua. A Rebibbia, al G11, c'era il braccio della morte. Noi ci siamo salvati quando abbiamo iniziato ad avere i computer e abbiamo iniziato a registrare le minacce che ci facevano le guardie; poi andavamo dalla direttrice per avvisarla che avevamo inviato i file all'esterno e che se ci succedeva qualcosa siete la responsabilità sarebbe ricaduta su di loro. Così ci assicuravamo che nessuno ci avrebbe toccato. Con la morte di Cucchi non è cambiato molto. Ora l'opinione pubblica sa che queste cose succedono, quindi faranno più attenzione a non ammazzarti oppure troveranno un modo per farlo diversamente, ma continuerà a succedere. È raro, ma accadrà ancora. Il mondo penitenziario è un mondo complesso. Sono anni che dico che, per combattere la violenza dalle carceri, bisognerebbe consentire l'accesso ai volontari h24. I carcerati pagano i propri errori con la prigione e meritano di essere tutelati. I detenuti spesso vengono sedati per non creare problemi. Io mi sono salvato grazie alla letteratura e al teatro evitando di impazzire. Nei miei sette anni a Rebibbia ho assistito a sette suicidi, uno dei quali nella mia stessa cella. Non è facile sentirsi dire: Stefano alle cinque di questa mattina ha preso una corda e si è impiccato. 

Nel 2016, in occasione della legge sulle unioni civili, Salvini incitò i sindaci alla ribellione. Oggi, da ministro dell'Interno, li minaccia di mandare ispezioni dal ministero se non attuano il Decreto sicurezza. Quanto è pericoloso trasformare qualsiasi situazione riguardi il Paese, in un mero scontro tra buoni e cattivi: o stati con gli immigrati o stai con gli italiani, o stai con i poliziotti o stai con i delinquenti? Non c'è più, a nessun livello, uno scontro costruttivo tra opinioni diverse…

Credo che Salvini sia battibile democraticamente, però dobbiamo. Noi gli abbiamo consegnato il Paese, delusi dai politici che hanno tradito i nostri ideali. Il suo modo di fare funziona e lui continua, distraendo l'opinione pubblica mostrandosi col biscotto con la nutella o cose simili. In verità, un uomo da solo non fa mai nulla. Se noi lo facciamo diventare un eroe nazionale, in positivo o in negativo che sia, sbagliamo tutti quanti. C'è una classe politica che lo appoggia e che lo sostiene. Non si può fare politica con un contratto di Governo: è assurdo! La politica si fa tutti i giorni. Ma noi dove stiamo? Dov'è il contrasto a questa politica di indifferenza, di razzismo? Perché noi continuiamo ad accettare le provocazioni o la guerra tramite web? Questo gioco è stato creato da Beppe Grillo e Casaleggio, ma Salvini è stato più bravo di loro e se ne è appropriato. Grillo e i suoi dicevano cose peggiori di Salvini, ma ora hanno i ministeri. Questa politica, fatta di divisioni, ci sta portando indietro di mille anni. In Italia i nostri amici omosessuali vengono picchiati per le strade: significa che siamo ancora dei trogloditi, che non riusciamo ad avere un senso civico. Le differenze ci arricchiscono, non ci dovrebbero dividere. Ho vissuto una vita nell'odio e da quando ho iniziato ad amarmi, ho scoperto il bello di farmi amare dalle persone e sto in pace con me stesso. È quello che dobbiamo fare. Non dovremmo giudicare i nostri politici dagli atteggiamenti, ma per le loro azioni. Stanno facendo con banca Carige quello che Renzi e la Boschi hanno fatto con le altre banche. La politica è questa. Dobbiamo decidere con chi stare, ma non per dispetto.

Il sindaco di Napoli, De Magistris, ha comprato giorni fa tre codici di diritto della navigazione da regalare a Di Maio, Salvini e Toninelli per spiegare loro che chi si trova in mare deve essere salvato…

Facesse il magistrato, il sindaco di Napoli non lo sa fare. Tornasse da dove è venuto. Noi non abbiamo bisogno di Masaniello a Napoli, di buffoni, di persone che fanno finta di aiutare. Se davvero tu ami gli extracomunitari che si trovano in difficoltà, vai nelle zone di Napoli e gli insegni il senso civico, la cultura. Dice che la cultura napoletana è una delle più belle al mondo, allora perché non gliela insegna, perché non li aiuta davvero ad integrarsi? Lui punta ad arrivare a Roma, come hanno fatto gli altri. Ogni cosa è buona per provocare. Abbiamo una città disastrata, con le periferie che sono bombe ad orologeria, piene di killer della camorra, gente che ci maltratta e ci vessa dalla mattina alla sera e lui non dice nulla. C'è una donna che sta mandando appelli da settimane con un figlio malato di leucemia e che vogliono sfrattare. De Magistris le ha risposto che c'è una lista lunga, con molte persone in attesa. Tutto questo finto buonismo fa prendere sempre più voti a Salvini. Hai comprato i libri di diritto? Leggiteli! Lo abbiamo votato e ci ha deluso come Matteo Renzi. Come Orlando a Palermo, che parlava male di un giudice che hanno fatto saltare in aria, autorizzando la mafia a fare quello che ha fatto. E ancora abbiamo quella classe politica. Perché i vecchi politici, come Veltroni, Rutelli o altri, per qualche errore commesso, si sono ritirati in buon ordine? Che cosa c'è dietro che gli italiani non sanno? E poi è nato questo nuovo fenomeno, M5S. Non so cosa siano, non hanno un'anima e un partito senza un'anima è destinato a morire dopo qualche anno, come Italia dei Valori o partiti simili che sono scomparsi. Dovremmo riformare tutto. Martina che dice che al sud il reddito di cittadinanza non va dato perché la gente è disonesta. Come puoi governare delle persone che definisci disoneste? Dice che poi vanno a lavorare a nero. Ma secondo te, uno che prende 780 euro al mese, si va a mettere in un negozio rischiando un controllo che gli farebbe perdere sia il lavoro in nero che il reddito di cittadinanza? Che modo è di fare politica? Renzi e la Boschi oggi dicono che il progetto di salvataggio di Carige non si deve fare: quindi state dicendo che anche voi avete sbagliato a salvare le banche che avete aiutato? Gli italiani vengono quotidianamente presi in giro. Io mi sono rimboccato le maniche e fatto tutto da solo. Non possiamo aspettare che siano gli altri a risolverci i problemi. Non accadrà mai.

A Roma, quando uscì lo scandalo di Mafia Capitale, durante un'intercettazione, Buzzi disse: Ma tu c'hai idea de quanto ce guadagno io co gli immigrati? Ora chiudiamo i porti per obbligare l'Europa a collaborare con noi. Ma quanto ci ha fatto comodo gestire i fondi che ci ha dato l'Europa ed, in più, fornire manodopera quasi gratis alla criminalità organizzata?

In teoria è giusto. È la forma che è sbagliata e serve solo a prendere voti. Io sono entrato nei centri di accoglienza per gli immigrati. Ho scritto un libro che si chiama Giù le maschere. Ho visto cosa viene fatto sulla pelle di queste persone e di come ci guadagnano. Lo so. Ma non lo puoi dire perché diventi razzista o fascista. Però ci stiamo approfittando delle disgrazie delle persone solo per fare soldi. Sono delle discariche sociali, dei lager, dove nessuno ha fatto mai niente. In altri Paesi europei c'è più integrazione, si mettono in regola e conquistano i loro diritti. Qui gira la voce che non c'è diritto neanche per l'italiano. Allora uno dice: meglio rubare, vivere per la strada, tanto noi i soldi in Africa li dobbiamo mandare comunque. È qui che abbiamo consegnato il Paese in mano a nuove realtà politiche. Buzzi e Carminati, nelle loro intercettazioni, ci hanno spiegato dove stavamo fallendo e cosa c'era sotto, ma non se ne parla più. Ad un certo punto del processo, ai giornalisti è stato vietato di entrare nell'aula bunker con le telecamere. C'erano informazioni e dichiarazioni spontanee da parte degli imputati che la gente comune non doveva ascoltare. E questo è pericoloso, perché significa che una parte della magistratura sapeva e, d'accordo con una parte della politica, hanno deciso che certe cose i cittadini non le devono sapere.

È quello che è stato fatto quando sono stati protetti i colpevoli del caso Cucchi mettendo tutto a tacere: lo Stato è stato omertoso. Non è lo stesso modus operandi di un'associazione criminale di stampo mafioso?

Hanno voluto difendere la loro categoria, le loro malefatte e lo sanno fare solo con il silenzio. L'Italia è un Paese dove i crimini di Stato non vengono mai puniti: dalla strage di Ustica al patto tra mafia e Stato per la morte di Falcone e Borsellino. Di Cucchi ce ne sono tantissimi. Con Ascanio Celestini abbiamo fatto un film sul caso Aldovrandi che si intitola Viva la sposa, dove facevo la parte del ragazzo che viene ammazzato in questura. A Venezia siamo stati denunciati dal sindacato di Polizia. Neanche la cultura è libera. Onore ad Ilaria Cucchi che non si è mai arresa ed è riuscita a far uscire tre quarti di verità dell'assassinio del fratello. Ma altre cose devono uscire fuori, sperando nella buona coscienza di qualche carabiniere, medico o poliziotto penitenziario che si mette una mano sulla coscienza. Perché Cucchi, dopo essere stato pestato a morte, è stato insultato e offeso, sia in carcere che in ospedale. Medici ed infermieri hanno continuato a tacere e a non denunciare. Tutte quelle persone andrebbero sospese perché non hanno fatto il loro lavoro. Invece sono ancora là e noi gli affidiamo ancora le nostre vite.

Conosci le case famiglia dall'interno. In Italia ci sono circa trentamila minori in affido. Ne viene adottato, nonostante la lista lunghissima di richieste, uno su cinque. Molti entrano neonati ed escono maggiorenni. Il giro di affari è tra 70 e 400 euro a minore. Qual è la tua opinione sulle case famiglia?

 La prima cosa che ho bandito è il termine casa famiglia. Non si può chiamare una casa di accoglienza casa famiglia, perché quando entri trovi dei poveri operatori che hanno le mani legate, sempre a rischio di denuncia penale. Non possono esercitare come vorrebbero, non hanno nessun supporto, in quelle case non entra i cittadini; vengono trattate come discariche sociali e non come parte integrante di un quartiere. Non funzionano. In molte case che sono a Roma, ad esempio, i ragazzi si riversano in zona stazione Termini dove praticano spaccio, contrabbando, prostituzione, crescono nel malaffare e sono destinati ad entrare nelle patrie galere. Per quanto riguarda l'adozione, è un iter così difficile che spesso chi ne fa richiesta, spesso è addirittura vittima di estorsioni. Anche lì c'è il caos. È sempre il Dio denaro che comanda.

Ho visto che vieni dalla scuola di Fabio Cavalli, docente al D.A.M.S. di RomaTre, che insegna teatro in carcere. Cosa ti ha insegnato, a parte il teatro?

Mi ha insegnato che l'arte senza rispetto non ti porta da nessuna parte e a non smettere mai di andare nelle scuole e illustrare la mia storia come esempio. Posso solo ringraziarlo. Lo spettacolo è dedicato a lui.

Alessia de Antoniis


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