Mariano Brustio

Mariano Brustio racconta genesi e sviluppi del suo romanzo "Era una giornata di sole", riflettendo sulla scrittura e sul mestiere del romanziere

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Caro Mariano, intanto la ringrazio per aver acconsentito ad essere nostro ospite.Il suo ultimo libro, “Era una giornata di sole”, è particolarmente focalizzato sulla statura psicologica dei personaggi e sull’alone poetico che li avvolge. Come è riuscito a mettere a punto la loro caratterizzazione?

In realtà non è stato particolarmente difficoltoso immaginarmi i personaggi. Sono tutte persone vere, realmente esistite, salvo qualche apparizione saltuaria di altre figure che stavano diventando indispensabili durante la stesura del racconto. La rude dolcezza di Eugenio, il Capitano attorno al quale si snoda l’intera storia, era la caratteristica di questo omone all’apparenza burbero, con il giaccone di panno pesante e l’immancabile zaino, che ho conosciuto da ragazzino in un cantiere nautico su un lago del novarese. Così come il capostazione Nicola, che era davvero il capostazione del paesino, dal quale ho appreso tanti racconti del periodo nel quale era anche lui ragazzo in Puglia. Giulio ad esempio era un personaggio straordinariamente attivo e mi ricordo dei suoi racconti quando era sfollato in Svizzera a fare realmente lo stalliere. Ho voluto restituire loro, compresi tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto, un’esistenza forse più fortunata di quella che in vita hanno realmente vissuto, unendoli da quel filo della fortuna che tutti desideriamo ci passi accanto almeno una volta. In questo caso, più che la fortuna espressa in termini monetari, quel sentimento di Amicizia che li ha legati così a lungo. Discorso a parte meritano le figure femminili, anche queste mutuate da persone realmente conosciute. Il reale pilastro attorno a cui nascono le mie storie.


È soddisfatto del risultato finale?

Tutto è migliorabile. Ma essermi cimentato in questa fatica mi ripaga ancora quando rileggendo certe pagine, mi sorprendo di nuovo ad emozionarmi. La vera soddisfazione arriverà quando qualche lettore verrà a dirmi di essersi emozionato leggendolo.



Chi sente di dover ringraziare per i traguardi tagliati sinora?

Non so esattamente quali risultati ho ottenuto o potrei ottenere. Voglio stare con i piedi per terra. Per parafrasare una frase ascoltata da un’Artista molto importante, Io credo che ci sia bisogno di umiltà in qualsiasi mestiere si scelga di fare nella propria vita. Per me poi non è nemmeno un mestiere, ma un’occasione per raccontare e raccontarmi. Ma con il cuore devo ringraziare coloro che mi hanno sostenuto, i test readers per dirla con un parolone, che mi hanno incoraggiato a proseguire. E ovviamente l’Editore Calibano che ci ha creduto e rischiato di suo.

Esistono scrittori metodici, pragmatici, che redigono scalette e rileggono a più riprese i loro scritti e autori che istintivamente buttano giù passaggi su passaggi fino a dare vita ad un romanzo. Lei che tipo di scrittore è?

Ovviamente una cronologia ed una scaletta erano doverose, se non altro per non scrivere degli strafalcioni. Ad esempio dai racconti ascoltati, mi sono documentato per capire l’ambientazione temporale ed almeno non fare troppa confusione sulle date. Non so se sia stata una operazione brillante, e nemmeno se con questo ho appesantito troppo il racconto, ma non è stata una scrittura di getto. Quando Fernanda Pivano tanti anni fa ha letto qualche pagina di questo racconto, peraltro era solo un abbozzo elementare nella trama e nell’esposizione, ha preso il telefono e ha cominciato a chiamare qualche suo amico editore. Le era piaciuto il mio modo di esprimermi con le parole. Ma un nome sconosciuto come me non avrebbe mai potuto pubblicare con una major. Fernanda mi ha scritto una pagina intera per il mio racconto, che conservo ancora gelosamente, ma non ho voluto approfittare della sua assenza e metterla in cima al romanzo. Il rispetto per questa straordinaria persona che mi ha insegnato davvero tante cose, ha avuto la meglio e ho preferito conservare quelle parole solo per me stesso.*





Stila una scaletta prima di mettersi a scrivere o va dove la porta la penna?

Sia l’una che l’altra cosa. Del resto la fantasia, almeno per me, deve aderire alla realtà.

Come ha fatto a rendersi conto di essere uno scrittore?

Come dicevo prima, vorrei permettermi il lusso di diventare, magari un giorno, uno scrittore. Nel senso di poterlo fare per professione. Andando ad aprire i social, di qualsiasi genere, si apprende che esistono una quantità di scrittori che quasi supera il numero dei lettori. Io sono un semplice autore che ha tentato di trasmettere qualche emozione. Spero di esserci riuscito. E non voglio nemmeno mandare messaggi. Non è nel mio stile, non desidero portare il lettore ad amare o condannare un personaggio. Desidero solo descrivere certe situazioni, certi accadimenti da un punto di vista diverso rispetto alla maggioranza di coloro che scriverebbero e supporterebbero a spada tratta la propria opinione. Io voglio mostrare appunto un punto di vista diverso in modo che il lettore si faccia una propria opinione. Questo lo ha colto molto bene Giancarlo De Cataldo che nella sua prefazione ha scritto testualmente: “un autore che crede nella compassione e si astiene da ogni frettoloso giudizio morale: perché, come dice Chepi, la sposa indiana di un rude boscaiolo del Québec, “Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini”.In questo mio racconto ho cercato di sottolineare il valore dell’Amicizia che è anche la parte fondamentale e più importante che io ho cercato di trasmettere. Se non altro per emozionare me e l’ipotetico lettore. Un amore può anche finire, un’Amicizia se finisce non era tale. Ho voluto scrivere di questo ed i miei personaggi riflettono appunto questo sentimento. Ma del resto, pensiamoci bene, non si racconta mai per dire qualcosa a qualcuno. Lo si fa per sé stessi. Per rivivere certe emozioni ed anche certe sensazioni. Il successo di un’opera, di un quadro, di un libro, di un progetto architettonico, è tale sempre e solo se quelle emozioni si riescono a trasferire agli altri. Sarò felice o meno a proposito del mio romanzo, se saprò trasmettere le stesse emozioni che ancora a volte mi prendono rileggendolo.

La giornata di sole ha senz'altro un valore iconico; vuole commentare?



Vuole essere il simbolo di una realtà che continua ad esistere, di una vita che deve continuare, che deve essere presa proprio per la bellezza del ritorno alla vita stessa. Per cercare di trovare la positività anche in tutte quelle piccole azioni quotidiane che comportano la costruzione di una esistenza degna. Intendo dire, piena di dignità, senza doversi affidare a quei plusvalori che ci stanno riempiendo le giornate, e che a volte confondiamo con la realtà. Oggi purtroppo siamo arrivati a confondere il mezzo di comunicazione con la realtà. Il Media Caldo e Media Freddo, come nella definizione, molto semplificata in questo caso da me, del sociologo canadese Marshall Mc Luhan. Ecco la espongo così, è meno faticoso aderire e condividere certe posizioni, politiche preconfezionate o anche culturali per estensione, che soffermarci a ragionare veramente sulle cose e sugli accadimenti. Anche per questo motivo il mio sollecito a guardare “la giornata di sole” vorrebbe riportarci ad una dimensione meno artefatta della realtà, magari più vicina ai sentimenti ed alle emozioni.


Qual è, a suo avviso, il ruolo dello scrittore contemporaneo?

Rivelare cose vere o dimenticate per un saggista, saper emozionare per chiunque altro. Saper stimolare la curiosità per andare oltre. Se l’artista per estensione non sarà capace di stimolare la curiosità e ad emozionare, per me ha fallito nel suo scopo, sia un musicista, un pittore, uno scrittore.




Ha un rapporto particolare con la musica d'autore. Come è nato questo legame? Come si intrecciano parola scritta e parola cantata?

Ho avuto la fortuna ed il privilegio di poter conoscere artisti importanti, nella musica e nella letteratura. Per restare nel primo campo, credo di ricordare che una fra le prime esperienze sia stata con la allora “Associazione Fabrizio De Andrè” nel modenese, anno 2000 o 2001. Mi avevano chiamato Pepi Morgia e Vincenzo Mollica. Si era sparsa la voce fra gli addetti ai lavori che avevo delle cose interessanti di e su Fabrizio De André, cose uniche. E mi hanno permesso di esporre qualche vinile ed altro fra i manoscritti di Fabrizio, per far comprendere, io credevo, l’immensa opera di ricerca che risiedeva fra i risvolti dei testi nelle canzoni di Fabrizio De André. Salvo scoprire poi che l’attenzione del pubblico andava quasi solo alle immagini; come dicevo prima a proposito di Mc Luhan e semplificando al massimo, è meno faticoso guardare un’immagine che leggere o scoprire l’origine di un testo. Mi ricordo che in qualche occasione avevo esposto alcune pagine tratte da un libro di leggende indiane, dei nativi del Canada: “The Contest between Coyote e Spider Woman”. Mi chiederai che c’entra. É la leggenda da cui Fabrizio ha tratto l’incipit della canzone “Se ti tagliassero a pezzetti”. Mi spiego meglio. Una leggenda commentata verso per verso da cui De André trasse una strofa. Una sola. E chissà quanti altri libri aveva letto per comporre solo quella strofa.Nessun commento, nessuna domanda, apatia e disinteresse totale. La curiosità non si era rivelata.Ben vengano oggi, e specialmente in questo particolare momento, le centinaia di libri su Fabrizio De André, ma se manca la curiosità per andare oltre, allora la diffusione anche della conoscenza non solo dell’artista, ma della società nella quale l’Artista si esprime, vista ed osservata dall’artista stesso con la sua personale critica e quindi da un punto di vista diverso, come accennavo prima, è miseramente fallita.Cosa intendo dire con tutto questo: io ho cercato, anche magari da una posizione privilegiata, di comprendere e capire perché certe emozioni che l’artista aveva cercato di trasmettermi, mi sono arrivate come una fucilata nel petto. E mi sono dato un gran daffare per scoprire il senso e l’origine di certi versi. Sono stato “curioso”. Ed ho scoperto ad esempio che “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” è mutuata, interpretata ed arricchita anche dal verso di Jacques Prevert, nella poesia “Embrasse Moi” “il buon Dio ha già troppo da fare nel quartiere dei ricchi”. E da lì o da altri versi, la mia curiosità mi ha spinto a scoprire tanti altri autori, racconti, poesie, confidenze anche dagli artisti stessi, e lo ho incastonate insieme alla mia fantasia nel romanzo di cui stiamo parlando. “Era una giornata di sole” non narra di storie inventate, ma sfido la vostra curiosità per farne vostro almeno qualche passaggio.



Se dovesse consigliarci un libro non suo, quale sarebbe?

“Gli strumenti del comunicare” di Marshall Mc Luhan, sociologo canadese.


Ha altri sogni nel cassetto?



Sono banale, me ne rendo conto, ma continuare a raccontare le storie riaffiorate da chissà quale quaderno di bordo del Capitano Jacques Traverso e di sua moglie Mireille Boucher, comandante di fregata della Royal Navy Canadese. E chi sono mi chiederete? Siate curiosi anche voi, leggete “Era una giornata sole” e capirete.

Grazie mille,

Chiara Zanetti

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