Dario Ballantini

Da Striscia all'Off/Off di via Giulia per far rivivere la Roma del grande Ettore Petrolini dal 19 al 24 febbraio – intervista di Alessia de Antoniis

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Classe 1964, livornese, esordisce nel 1983 nel cabaret. Dopo varie esperienze televisive in Rai e nelle nascenti reti Mediaset, nel 1994 Antonio Ricci lo vuole con sé a di Stiscia la Notizia, dove diventa famoso imitando personaggi come Valentino, Gianni Morandi, Vasco Rossi, Margherita Hack, Gino Paoli, Paola Borboni, Ignazio La Russa.

Famoso in Italia come comico e trasformista, Dario è conosciuto sulla scena internazionale come pittore, apprezzato da personaggi come il critico d'arte Achille Bonito Oliva, arrivando ad esporre ad eventi come Art Basel a Miami e alla Biennale di Venezia.

Abituati a vederlo in televisione, Dario debutterà dal vivo il 19 febbraio all'Off/Off Theatre di via Giulia con lo spettacolo Ballantini e Petrolini, dove fa rivivere il grande comico romano della fine dell'Ottocento.

All'Off/Off presenti Ballantini e Petrolini. Fai esattamente quello che faceva lui?

Per quanto riguarda i suoi sette personaggi che porto in scena, sì perché io sono un po' maniaco del perfezionismo. Se devo attuare un'operazione di trasformismo, cerco di dare l'illusione che lì ci sia davvero Petrolini, vestito come lui, con i suoi tempi e i suoi ritmi. La parte che riservo a me è la spiegazione del personaggio, tutti i collegamenti che ha con l'attualità e quello che ha suscitato in me.

Dicono che non fosse simpatico...

Era sicuramente una persona amareggiata, cinica, disincantata, come possono esserlo molti comici. Credo fosse dovuto al fatto che, avendo iniziato da giovanissimo ed essendo autodidatta, ha dovuto affrontare una lunga gavetta, anni di difficoltà e di stroncature. Quell'amarezza ti rimane dentro, perché quando sei molto giovane sei pieno di sogni e, se te li infrangono, il trauma resta. Lo capisco, è successo anche a me.

Il personaggio di Petrolini che hai trovato più attuale?

Per assurdo è Fortunello, perché ho scoperto, studiandolo, che ha inventato il rap, nel 1906: il suo è uno scioglilingua, un gioco di parole, che anticipò i futuristi, ma anche il rap. Per quanto riguarda la satira, direi Nerone. È un personaggio con il quale Petrolini prende in giro il potere e lo strapotere: “io sono io e voi non siete niente”, lo ha detto prima lui di altri comici. C'è chi dice che si riferisse a Mussolini, ma qui c'è un dibattito ancora aperto.

Si racconta che a palazzo Venezia, quando fu insignito di una medaglia, abbia risposto “E io me ne fregio”, parafrasando un celebre detto fascista...

E dire che aveva deriso il fascismo, però lo aveva fatto prima che l'Italia entrasse in guerra. È morto prima. Non ha dovuto fare attenzione alla sua comicità nei momenti bui.

E' vero che volevi fare lo psicologo?

Sì! Dove lo hai trovato?

Non pensi che per fare delle valide imitazioni, uno debba essere un po' psicologo?

Sì, certo. Per metterti nei panni di qualcuno, devi prima analizzarlo. In questo la psicologia aiuta.

Quando ti trasformi per fare le tue imitazioni, nascondi te stesso, dipingendo sulla tua faccia quella di un altro, e infatti molti non conoscono il tuo reale aspetto. Sei un pittore, e anche in questo caso ti mostri senza farti vedere. Hai mai pensato di analizzare questa tua peculiarità?

Sono stato in analisi, ci vado tuttora, ma ormai convivo con questo aspetto di me. É il mio tipo di vita. È strano ma è così.

Arrivi a striscia nel 1994. All'inizio non è un gran successo. Poi arriva Valentino. È stato un caso fortunato o era cambiato qualcosa?

È una triplice cosa: la fortuna è stata l'intuizione di Antonio Ricci di decidere che sarebbe stato un personaggio da provare. I tempi erano sicuramente cambiati e in studio le trovate macchinose, impostate, non funzionavano più. Per cui nacque la tv fatta in strada e Valentino è stato uno dei primi. Le imitazioni fatte in strada non erano mai state fatte e, sfruttando l'improvvisazione, diventava un telefilm dal vivo. Quella è stata la novità. Su consiglio di Ricci, le ho portate tutte in strada, perché mi disse: “Vedrai che tutte le altre imitazioni che hai in repertorio, fatte dal vivo, avranno successo”. Tornarono ad avere successo anche quelle imitazioni che avevano smesso di funzionare. Pensa che ora, invece, le imitazioni che prevedono un trucco elaborato funzionano di nuovo, grazie una nuova era di imitazioni, tra le quali le mie. E lo dico senza falsa modestia.

Qual è il materiale migliore per un comico: i vecchi politici o i nuovi? Penso a Noschese che faceva Andreotti...

Io preferisco i vecchi. Sono poi appassionato di Noschese. I politici attuali sono avvezzi alla tv, preparati a stare sul set, mentre i vecchi politici avevano quell'imbarazzo che consentiva di creare meglio la gag dal vivo. Questi di ora sono più sfrontati.

Diventa l'imitazione di un'imitazione? Un po' sì...

C'è un politico che avresti voluto imitare e non lo hai potuto fare?

No, semmai lo scorso anno mi è dispiaciuto fare solo un Mattarella: veniva bene, ma devo ammettere che risentiva di uno stile alla Noschese, per i tempi lenti, per la battuta non certo frizzante e svelta, perché è una persona dai modi compassati.

Parlando di tempi, come ti rapporti con i nuovi tempi televisivi, sempre più brevi?

Ora sono davvero brevissimi. Ho dovuto imparare ad andare in onda solo un minuto. È più efficace, più fruibile, però io sono nato negli anni Sessanta e per me è un po' traumatico. Purtroppo siamo vittime di questo nuovo modo di fare televisione e, soprattutto quella che va in onda all'ora di cena, fatta di satira e di risate, va bene se è breve. Per fortuna ci sono altre forme di intrattenimento che conservano tempi di visione più lunghi.

Cosa perdi con questi nuovi ritmi?

Io ho perso la capacità di verificare la qualità del mio lavoro. Sono costretto a rivedere quello che è andato in onda, anche due volte, per capire se ho fatto bene il mio lavoro oppure no e quali errori ho commesso.

A volte i comici che fanno stand-up lamentano che in televisione non sei libero di dire tutto quello che vorresti. In teatro riesci a far ridere senza censure o per il tuo tipo di comicità è ininfluente?

È indifferente, perché in teatro non faccio le stesse cose della televisione. Infatti porto Petrolini, che non faccio in tv, come lo spettacolo su Lucio Dalla. Se facessi le stesse cose avrei più scelta di testi rispetto al minuto che ho in tv.

Nel 1986, a Fantastico 7, Grillo va in scena con la famosa battuta a proposito del viaggio di stato in Cina: “Ma se qui sono tutti socialisti, a chi rubano?”. Fu cacciato dalla Rai. Oggi una battuta così neanche la noteremmo. Ci sono comunque dei limiti che non dovete oltrepassare, pena il licenziamento, o potete dire e fare qualunque cosa?

A me non è mai capitato di avere limiti, anche se il montaggio lo fanno Antonio Ricci e gli altri autori. Se devo essere sincero, sono io che mi censuro un po', forse perché sono troppo educato, con una mia morale. Poi, magari, sarà accaduto ad altri, soprattutto in esibizioni che durano più di un minuto. In un minuto non è che puoi dire più di tanto. Io faccio una satira mischiata alla risata, quella che si chiama satira a zona, che ti fa ridere con cose buffe e che ha dentro anche la battuta di satira. Il mio non è un discorso politico, è una satira ad ampio raggio mischiata alla comicità.

Michele Serra (giornalista ed autore televisivo – nda), in una puntata di La storia siamo noi del 2007, su Rai2, dichiarò: “Un politico che facesse un programma di Governo identico alle cose che dice Grillo in teatro, non lo voterei mai”. Alle ultime elezioni M5S è stato il partito più votato. Il futuro dei comici non è più quello di prendere in giro i politici, ma di fare i politici?

Su Grillo io non saprei. Secondo me si è ritrovato in questo progetto politico e, quando è cresciuto così tanto, ha preferito defilarsi perché non è un politico e sapeva di non esserlo. Però quello che diceva nei suoi monologhi in teatro una ventina di anni fa, sugli scandali e i retroscena della politica, ha smosso molto. Ora è diverso e mi sembra che si sia un po' defilato.

Cos'è cambiato a Striscia in tutti questi anni?

Sono cambiati i tempi, i servizi sono diventati mordi e fuggi, striscia è scesa molto in strada. Nei primi anni c'erano molte cose costruite in studio, anche le gag, più cose da varietà; poi, piano piano, è diventa una tv di satira, di presa in giro della tv stessa. Ha svolto il compito di smontare tutto il falso che c'è nei mass media e si è ritrovata ad educare il pubblico a non rimanere ingannati da cosa vedono in televisione, uno strumento il cui potere è cresciuto troppo.

Un programma famoso per i comici è Zelig. Tu vieni anche da lì...

Sì! Ho lavorato allo Zelig, quando era nel retro di un bar, e poi nel teatrino dello Zelig Off, che ho visto costruire.

Oggi è cambiato molto ed è registrato in un grande teatro. Recupereresti quel vecchio modo di fare comicità?

Tornerei addirittura al retro del bar, che non è mai andato in tv, con le sedie, che sapeva molto di cabaret, dove il pubblico era così vicino che stava quasi sul palco.

E qualche vecchia trasmissione?

Recupererei quelle che mi hanno formato, come Non Stop e Drive-in. Erano programmi che hanno stimolato la fantasia dei comici della mia generazione.

Il pubblico gradirebbe?

Credo di sì. La figata di Non Stop, ad esempio, era che il pubblico del comico era tutto intorno a lui ed erano gli altri comici del programma a fargli da pubblico: fu una trovata geniale di Trapani. Drive-in di Ricci, invece, aveva le automobili con il pubblico dentro, che era in scena, e non c'era un palco. Il contatto con il pubblico oggi si recupera nei locali e nei teatri, dove sempre più comici decidono di esibirsi. Per questo, divulghiamo un po' di teatro!

Oltre a Valentino, hai portato in strada anche l'arte: a Miami ti sei dedicato alla street art.

Ho fatto un murales di diciannove metri, senza progetto, in nove ore. È il mio record personale!

Ci sono artisti quotati che espongono nei musei, come Obey, ma nascono per strada. Com'è passare dalla tela al muro? Non è da tutti...

E' bello! Lavorare su dimensioni così grandi mi ha sprigionato un'energia nuova. E poi il muro risponde al colore in un'altra maniera, come la tavola. So che la tela è più pregiata e i galleristi mi chiedono espressamente di lavorare su tela perché ha più valore, ma come rispondono la tavola e il muro è un'altra cosa. È un lavoro più immediato ed è anche una questione fisica: dipingere su un muro ti dà la sensazione che tu stia facendo una cosa trasgressiva, di grande impatto visivo, è un po' come se sferrassi un pugno.

Alessia de Antoniis







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