Intervista A Nicola Vicidomini

Artista poliedrico, dalle innate capacità e dalla spiccata verve, il più grande comico morente, ha siglato un altro connubio perfetto di comicità, riflessioni filosofiche e paradossi surreali.

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Foto di Claudio Castello

Dopo il grande successo del debutto nazionale dello scorso 28 aprile, domenica 26 maggio andrà in scena, al teatro Vascello, la terza e ultima rappresentazione dello spettacolo “Fauno”, di e con Nicola Vicidomini.

Artista poliedrico, dalle innate capacità e dalla spiccata verve, il più grande comico morente, ha siglato un altro connubio perfetto di comicità, riflessioni filosofiche e paradossi surreali, lasciando lo spettatore divertito e, al contempo, desideroso di guardarsi dentro e di riflettere sull’umanità che ci circonda.

Come nasce Fauno?

Fauno muove da una visione incomunicabile e ne è probabilmente uno tra gli affreschi possibili. Posso accennare a come si sia sviluppato il lavoro in corso di realizzazione, ma non saprei mai dire com'è nato. Sarebbe come descrivere la nascita di Dio. Sono state determinanti le musiche di Piero Umiliani che ne scandiscono il respiro, e attraverso le quali l'intera azione ha individuato i suoi sensi di marcia. Piero nella sua assenza ha suggerito costantemente una sorta di regia a distanza, dimostrando che il miglior regista di uno spettacolo teatrale è quello che non c'è. 

Quale messaggio vuole trasmettere attraverso la comicità surreale che padroneggia con maestria sul palcoscenico?

Nessun messaggio. Il mio lavoro è un insensato fenomeno chimico. Un'opera rispettabile non ha nulla a che spartire né con la comunicazione, né col linguaggio comune, figuriamoci se possa essere mai depositaria di un messaggio. È un evento che nel suo manifestarsi attenta all'uomo. Molti mi dicono che dopo lo spettacolo si sentono "leggeri", probabilmente perché in una risata dissolvono inconsapevolmente l'"io", le sue stucchevoli narrazioni individuali e comunitarie, quel reale che non sarà mai vero. Fauno dimostra che l'umorismo può fare a meno di tutto il corollario del reale, di ogni riferimento condiviso e nascere da una visione incomunicabile, sgorgare da un altrove. Sono il primo e l'unico a portare avanti un discorso del genere e lo faccio riempendo i teatri. Qualcuno ha paragonato la mia comicità alla pittura di Bacon.    

Nello spettacolo utilizza una capra (muta) come capo espiatorio. Cosa dobbiamo espiare secondo lei? E visto il suo ruolo , perché non farla parlare di questa umanità fasulla che viviamo?

Più che espiare dovremmo andare verso la capra. Dissolvere l'antroprocentrismo. Imparare dall'esistenza degli animali a essere il pensiero - non a riferirlo - in ogni scatto del corpo. La capra parla già per il solo fatto di essere capra, per la sola ragione di essere altro dal senso.  

Durante la prima, ha dedicato, con occhi lucidi, lo spettacolo al compianto Mario Marenco, cosa ha significato per lei la sua amicizia e quale eredità le hanno lasciato le vostre collaborazioni?

Mario è tra i maggiori umoristi di tutti i tempi. La sua scrittura è una stella polare per chiunque voglia frequentare l'esercizio umoristico. Descrivere cosa siano state le nostre scorribande in macchina in giro per l'Italia, avventure senza meta e senza approdo, e raccontare i danni che abbiamo fatto sarebbe come parlare dell'infinito. Da Mario, ho percepito in profondità una cosa che per comodità mi piace definire con la parola "libertà". Da lui ho imparato la sintesi nella scrittura umoristica, attraverso di lui ho consolidato il mio cinismo, grazie a lui ho abbandonato gli ultimi residui di stucchevole volontà espressiva. Tutto quanto possa essere espresso è prima e dopo la nostra volontà. I pezzi migliori sono quelli che sfuggono a noi stessi. "Le cose trovano il loro posto da sole", mi disse una volta durante l'allestimento di una serata. È inimmaginabile il vuoto che ci ha lasciato.     

Un altro momento commovente della serata, è stato quando ha invitato sul palco, per i ringraziamenti finali, le figlie di Pietro Umiliani, come nasce la scelta di utilizzare le sue musiche per lo spettacolo?

Direi che sono stati proprio questi inediti di Piero Umiliani a scegliere Fauno. Una sera a cena dalle figlie, Elisabetta e Alessandra, abbiamo ascoltato sul Revox due nastri mai aperti che giacevano in uno scaffale dai primi anni '70. Non avrei mai utilizzato della musica, sono sempre stati solo il mio corpo e la mia voce a dettare ritmi, cadenze e musicalità in senso stretto. Ma quelle sembravano essere state realizzate il giorno successivo per l'occasione. In seguito alla visione di Fauno, anche Alessandra ha preso atto di quanto quei brani sembrassero prodigiosamente realizzati a posta. Non è stata la morte ad impedire a Piero di continuare a comporre per il teatro.     

Durante la rappresentazione, salta all'occhio la superficialità della società in cui viviamo oggigiorno, dove l'apparenza la fa da padrona sulla concretezza e sui valori umani. Un esempio lampante di ciò, lo abbiamo avuto recentemente dai social media, dove si dava più risalto alla nascita del Royal Baby piuttosto che ai recenti attacchi missilistici in Siria o agli attentati nello Sri Lanka. Qual è la sua opinione a riguardo?

Non ho nessuna opinione su tutto quanto passi il convento mediatico. Non mi riguarda. Ormai non mi fanno nemmeno più ridere. 

Al termine dello spettacolo del 28 aprile scorso, si è espresso con soddisfazione sul fatto che il teatro fosse pieno nonostante si trattasse di un giorno festivo. Cosa pensa dell'odierna situazione culturale italiana? Ritiene ci si stia allontanando da teatri e cinema di spessore?

È in corso una spietata omologazione dell'immaginario in cui l'unica prospettiva estendibile sembra essere il barbarico modello culturale occidentale, che ha fatto centro, tra gli altri, nel Giappone tramortito da due bombe atomiche ed ora anche nella Cina asfaltata e sempre più tossica e ottimista. Oltre questa constatazione generale, nello specifico, in Italia una parte non irrilevante di responsabilità rispetto al nulla dilagante credo sia attribuibile ai contributi ministeriali. Lo stato non deve occuparsi dell'arte. È necessario reinstaurare quel rapporto fondamentale tra artisti e pubblico. Solo il pubblico pagante può decretare il valore di un'opera ed esprimere il cosiddetto "interesse culturale". Bisognerebbe ritornare alla condizione dei Comici dell'Arte. Il problema risulta ancora più evidente nel Cinema. Fino ai primi anni '80 esisteva un rapporto diretto tra produttori e esercenti, e quindi tra produttori e pubblico, con l'avvento delle multisale e l'incursione delle "commissioni" e dei "punteggi", il pubblico viene tagliato fuori in partenza. Non vengono prodotte opere ma operazioni, destinate a non avere fruitori. Non so chi tra Vincenzoni e Flaiano disse "la commedia all'italiana è morta quando gli sceneggiatori hanno smesso di prendere i mezzi pubblici". Nulla di più veritiero. Oggi non solo non prendono i mezzi pubblici, ma rimangono immobili, paralitici, assorbiti dai social a emanare l'olezzo di un quotidiano tramontato. 

Alessia Graffi

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