Silvio Laccetti

Generazione Diabolika “Il paradiso è sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste” - intervista di Alessia de Antoniis

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Presentato lunedì al cinema Barberini “Generazione Diabolika”, opera prima del regista Silvio Laccetti. Il lavoro di Laccetti, insieme a quello dei produttori Giuseppe Di Renzo e Gianmarco Capri, va a colmare una lacuna su un fenomeno che ha segnato un'epoca, nato a Roma nel 2003 e sviluppatosi durante il primo decennio degli anni 2000.

Per farlo, i tre produttori hanno scelto la forma del documentario, girato tutto in notturna, come viveva la gente della notte della generazione Diabolika. La prematura scomparsa dell'ultimo grande vocalist Lou Bellucci, diventa l'opportunità per raccontare altro: uno stile di vita, il bisogno di trasgredire, di “mordere la mela perché si vive meglio”, la parabola di un fenomeno di nicchia che diventa fenomeno di costume, una realtà romana che, andando controcorrente, non importa ma esporta all'estero un format vincente.

Il cast è formato da chi ha realmente inventato, creato, reso grande, fatto vivere e morire il fenomeno Diabolika: Henry Pass, Vladimir Luxuria, Emanuele Inglese, Paolo Bolognesi, Emix, Simone Lp e Sara Bellucci, sorella di Lou Bellucci.

Su Unfolding Roma ne parliamo con il regista Silvio Laccetti.

Come nasce il tuo documentario? Hai vissuto quel fenomeno o lo hai solo voluto analizzare da osservatore esterno?

Tutto parte nell'agosto 2017 quando, durante un viaggio in macchina con Gianmarco Capri e Giuseppe Lorenzo, a Giuseppe è venuta in mente questa idea. Abbiamo detto “non è possibile che non sia mai stato fatto un documentario su un fenomeno del genere” e lo abbiamo fatto noi. Da adolescenti abbiamo vissuto questo fenomeno tra Abruzzo e Marche, da “provincialotti”, nelle rare occasioni in cui i djs del Diabolika sono venuti in tour. Facciamo parte di quella generazione, ma non l'abbiamo vissuto direttamente. Quando siamo partiti abbiamo pensato fosse un'idea originale perché in Italia i documentari sulle discoteche sono rarissimi, soprattutto di una certa portata.

Nel documentario viene detto che Diabolika è finita come è finita la discomusic. Dire disco music è come dire R&B o tecno. Sono generi musicali. Diabolika non è un genere musicale. Cos'è?

Quella frase si riferiva alla tecno-house che è questa mescolanza dell'house alla tecno, detta anche tech-house. Diabolika era stata innovativa, da questo punto di vista, perché la prima parte della serata era dedicata alla techno e la seconda parte si caratterizzava per le sonorità più house. Diabolika è un party che nasce dall'idea di quattro organizzatori romani che, a differenza degli altri organizzatori di quel periodo, invece di pagare tantissimo djs di grido, hanno detto “perché non ce li cresciamo tra i nostri?” E così è stato. Con l'ingresso di radio M2O, poi, è stato tutto più veloce. 

Quanto ha influito la sinergia con M2O sul successo del fenomeno Diabolika?

Tantissimo, perché chi non era di Roma poteva comunque seguire la serata, anche in macchina. Chi la sentiva in macchina, poi, la voleva vivere e da lì le richieste in tutta Italia di organizzare party Diabolika. Dal mio punto di vista è stato fondamentale. Però, come dice Paolo Bolognesi, è stato fondamentale per Diabolika, ma anche per la radio. 

Radio M2O apparteneva già ad un network consolidato e importante...

Sì, però era appena nata.

Il Diabolika nasce in un periodo particolare: è l'ultimo momento prima dell'avvento di Facebook, è l'ultimo momento prima del dilagare di internet, prima dell'avvento delle nuove tecnologie, il vinile sta finendo. Nel documentario si è fatto anche riferimento al fenomeno degli haters che si sono avventati contro Diabolika. Quanto hanno contribuito questi nuovi fenomeni alla rapida fine del Diabolika?

Quando Diabolika è nato, nel 2003, ha fatto i numeri che ha fatto senza la pubblicità online. Solo locandine, flyer, messaggi su msn, l'unica forma di pubblicità online che c'era. Non sono stati gli haters o Fb, ma si sono rotti i rapporti: è questo che ha causato la fine di Diabolika. Secondo me, era una realtà che poteva continuare ancora per molti anni.

Non sono riusciti a superare le divergenze interne neanche in occasione del party per ricordare il vocalist Lou Bellucci?

No.

Già alla fine degli anni Novanta, in Gran Bretagna, insieme al diffondersi dell'acid house, si sviluppa il consumo di ecstasy, diventando un vero e proprio problema giovanile. Dire che nelle discoteche non si consumi droga è come dire che al luna park non si vende zucchero filato. Nel documentario emerge che questa problematica e stata utilizzata per diffamare i party Diabolika. Che influenza ha avuto questo fenomeno sulla parabola discendente del Diabolika?

Secondo me il declino del Diabolika non è assolutamente dovuto alla droga. Perché, come hai sottolineato, era un problema già esistente anche altrove. Il declino del Diabolika è arrivato per una serie di rapporti che non hanno funzionato più. Noi abbiamo trattato la droga come un fatto, cercando di non dare un giudizio in merito perché sarebbe stato inutile. L'associazione droga-discoteca è banale, superficiale e, in molte occasioni, ha forse rovinato il movimento, ma il declino del Diabolika non c'entra con il consumo di droga.

Diabolika arriva al Cocorocò di Rimini, al Rolling Stone di Milano e allo Space di Ibiza. Vi siete chiesti come mai un fenomeno italiano, per di più romano, sia sbarcato ad Ibiza, dove già nella seconda metà degli anni Ottanta questa nuova musica nata a Chicago si era diffusa in numerose discoteche come l'Amnesia? In un periodo in cui la house non era più una novità, come hanno fatto questi ragazzi ad approdare ad una meta ben più grande, soprattutto allora, anche di Rimini?

Ce l'hanno fatta perché hanno fatto dei numeri allucinanti in Italia e, anche se l'intrattenimento che proponevano non era originalissimo, perché attingeva a realtà internazionali già diffuse, grazie secondo me non solo alla qualità dei djs ma all'intrattenimento dei vocalist, ha avuto un tocco in più. Per quanto riguarda Ibiza, nel documentario lo dice Stefano Santacruz, sono state una serie innumerevoli di avventure che li hanno portati lì. La cosa importante è che ci sono rimasti. Ci sono molti party fatti da italiani che però sono nati ad Ibiza. Diabolika invece nasce a Roma e viene esportato lì.

Nel documentario mi è sembrato di capire che Emanuele Inglese lascia per la deriva commerciale del fenomeno Diabolika. Da underground a commerciale: questo è un processo che da un lato snatura l'aspetto elitario delle origini, ma dall'altro fa guadagnare denaro. Non mi sembra che sia un aspetto che sia stato disdegnato. I djs resident erano diventati star. Lo raccontano loro stessi.

Quella è una sua spiegazione, ma dall'interno si capisce che i motivi sono altri. Uno riguarda sicuramente questioni di leadership e divergenze rispetto all'evoluzione musicale del Diabolika. La rottura dei rapporti ha sicuramente contribuito ad aggravare certe situazioni che si stavano palesando.

Quindi, nonostante il palcoscenico fosse ampio e i soldi tanti, ad un certo punto è ugualmente diventato uno spazio stretto?

Sì, nonostante fossero quattro djs che alla fine non suonavano più neanche lo stesso giorno, perché quando Emix e D-Lewis stavano a Roma, Inglese magari stava in Sardegna e Paolo Bolognesi in Puglia. 

Se avessero avuto una mente più imprenditoriale, quel sistema avrebbe potuto continuare a fruttare?

Dal mio punto di vista almeno il doppio degli anni. Perché non è stato un fenomeno di moda che è finito, come ha detto Paolo Bolognesi. Nel montaggio abbiamo rispettato il suo punto di vista. Però la moda non è finita, sono finiti i rapporti.

Secondo me, ad un certo punto si è iniziato a pensare “chi è il re”, ed è un problema che ho avuto anche io quando ho iniziato a lavorare al progetto. 

Secondo te, c'è oggi tra le nuove generazioni, qualcosa che farà storia?

Credo di sì, ma è diversa la generazione alla quale si rivolge, quindi sono fenomeni diversi. Non c'è un altro fenomeno come Diabolika. C'è la trap: è una realtà in crescita, ma non sono fenomeni paragonabili. 

Al Barberini ho visto ho visto giovani che non lo sono più dal punto di vista anagrafico e persone che probabilmente hanno incrociato la fine del fenomeno Diabolika quando avevano solo quindici anni. Eppure lunedì sera il pubblico era la cosa più bella. Nel documentario uno dei protagonisti dice che lo spettacolo del Diabolika era il pubblico e io l'ho rivisto, in piccolo, alla presentazione... 

Nessuno può dire “Diabolika sono io”. Diabolika erano le persone che partecipavano ai party. Quando abbiamo aperto la pagina fb del film, il montaggio era terminato e il documentario durava sessanta minuti. Le persone hanno iniziato ad inviarci la metà del materiale di archivio che abbiamo esaminato. È sicuramente un'operazione nostalgia, ma dietro c'è un attaccamento delle persone a quel periodo. Quando è morto Lou Bellucci, la mia idea era di fare un documentario sulla fine di un adolescente, per testimoniare la bellezza di un ragazzo morto di arresto cardiaco mentre si parlava di morte per overdose. Metaforicamente, secondo noi, con la morte di Lou è arrivata anche la fine dell'adolescenza: Lou che muore e porta via con sé l'intero periodo. Questo è anche il motivo per cui abbiamo racchiuso tutto in una notte. 

Mi sintetizzi il passaggio Muccassassina, Scandalo, NRG, Diabolika?

Il Diabolika e il Muccassassina sono due realtà completamente diverse. Quando però abbiamo iniziato a collazionare materiale per la realizzazione di questo progetto, abbiamo visto che non c'era niente, neanche una pagina wikipedia. Siamo dovuti partire da zero. Si poteva iniziare direttamente dal Diabolika. Cercando, ho però visto che Emanuele Inglese era stato scoperto da Valdimir Luxuria, che lo aveva portato al Muccassassina, e ho scoperto che Muccassassina è stata una delle palestre per molti dj romani. Un'altra palestra è stata Scandalo. Allo Scandalo suonano anche Emix, D-Lewis ed Emanuele Inglese. Per questo abbiamo deciso di iniziare da là. Nel 2002 Vladimir Luxuria esce dal Muccassassina, porta con sé Emanuele Inglese e formano Scandalo, dove si esibiva anche Lou Bellucci. Scandalo va avanti dal 2002 al 2005 ed è la vera premessa del Diabolika, perché è il momento in cui si incontrano i quattro organizzatori di quello che poi sarà il Diabolika.

Scandalo era una via di mezzo tra un club e un rave, perché nella forma era più simile ad un rave: era tutto buio, un palco e una consolle. L'influenza dei vocalist c'era, ma in quel periodo non era così forte come al Diabolika, dove invece diventeranno fondamentali.

Quando abbiamo scritto il film, abbiamo deciso di partire dalla scena gay, anche se erano locali frequentati anche dagli etero, e dal mondo della musica house, perché i locali che hai citato, dove è iniziato il fenomeno house, erano locali gay. La house è la musica che nasce dai gay. Quando ho letto queste cose, si è rafforzata l'idea di cominciare da Muccassassina, anche se Vladimir col Diabolika non c'entra perché nel 2003 ha preso una strada completamente diversa. 

Mettere la grande consolle centrale, far diventare i djs protagonisti, trasformarli in star, sviluppare la figura dei vocalist, è un format che nasce al Diabolika?

Dal mio punto di vista hanno attinto da altre realtà. L'idea originale è stata di mescolarle insieme. L'altra idea geniale è stata poi quella di far crescere i loro djs nella discoteca invece che chiamarli da fuori, ovvero chiamarli ma lasciandoli quasi in secondo piano. I resident erano tutti romani. A livello economico hanno avuto un'intuizione strepitosa, perché in quel periodo chiamare un dj di fama costava moltissimo. Quella è, secondo me, la cosa più rivoluzionaria che hanno fatto i quattro organizzatori. 

Il pubblico in sala lunedì al Barberini era un pubblico parziale, emotivamente coinvolto, che ha vissuto quell'esperienza e considera il Diabolika un pezzo della propria vita. Era una piccolissima rappresentanza della “Generazione Diabolika” ed era entusiasta. Vuol dire che il lavoro di Silvio Laccetti è stato apprezzato. Il messaggio è arrivato e i giovani di tutte le età presenti alla prima, hanno rivissuto quegli anni che nessuno potrà mai restituire loro. Se il documentario sia un successo, credo che nessuno meglio di chi alzava e batteva le mani in quel decennio che apriva il nuovo millennio, possa decretarlo. E, a sentire e vedere l'emozione che batteva forte in sala, “Generazione Diabolika” ha centrato l'obiettivo.


Alessia de Antoniis









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