Beata Gioventù, Chi Vuol Legger Lieto Sia

Beata Gioventù, Chi Vuol Legger Lieto Sia

Beata gioventù, l’ultimo romanzo di Vincenzo Galati, ci accompagna con piacevole leggerezza nelle nostre serate estive.

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Recensione di Gioia Di Mattia

Parliamo di "Beata gioventù", romanzo edito il 15 giugno di quest’anno dalla Oakmond Pubblishing, una piccola ma audace realtà nel campo editoriale.

Vincenzo Galati, scrittore part time già alla sua terza opera. Esordiente per Onirica Edizioni, nel 2011, con "Lo strano mistero di Torre Mozza", un giallo corale di impianto classico, ha poi pubblicato nel 2016, per Eclissi, "Chi non muore", continuando sulla linea del grottesco che vede per protagonisti degli anziani ma vivaci combattenti.

Ritroviamo anche nella sua ultima opera il medesimo impianto: un gruppo di arzilli e stravaganti signori, tra cui spicca di pepe della vecchietta Olga, si ritroverà per fortuite ragioni, coinvolto in un omicidio ed un furto di una moneta di valore.

L’impianto è, come nei suoi precedenti romanzi, corale: abbiamo un gruppo di personaggi, ciascuno molto ben caratterizzato, con grande ironia ed una punta di sarcasmo. E l’interazione stessa tra i protagonisti costituisce l’energia che fa emergere le caratterizzazioni e manda avanti il plot fino al suo compimento.

Intravediamo, dietro questo schema classico, molta buona lettura dei classici del genere: pensiamo soprattutto alla giallistica britannica tradizionale.

La lettura è coinvolgente, più che per la curiosità di svelare i misteri che vi sottintendono, per la fluidità della scrittura e per la piacevole leggerezza delle atmosfere tratteggiate.

La scrittura è semplice, ma colorata. Il registro linguistico è basico, si riferisce al semplice mondo dei suoi personaggi, ma, nel contempo, ne lascia trasparire l’allegra confusione e l’autoironia.

Il dialogo è molto presente, forse anche eccessivamente, perché a volte non ci permette di cogliere con quale intento ed inflessione le domande e risposte vengono scambiate tra i personaggi.

Questa struttura dona, comunque, molta scorrevolezza alla lettura.

Il leit motiv dell’intera opera è, comunque, una sferzante ironia, che non possiamo disgiungere dalla genovesità dell’autore, che del resto traspare, non solo nella sua cifra stilistica, ma nelle ambientazioni e perfino nell’interazione tra i personaggi.

“Il mugugno per un genovese è un’arte che richiede una precisa gestualità, e in questo D’Urso era un vero astista. Seduto in fondo alla fila di seggiole di plastica messe a disposizione dei clienti della lavanderia a gettoni di corso Torino, guardò le cinque lavatrici allineate contro il muro, alzò le spalle, inarcò il sopracciglio e con tono cantilenante domandò: «SI può sapere cosa ci facciamo qui?»”

Non possiamo, dunque, non apprezzare particolarmente il sarcasmo genovese che permea tutto il romanzo e sicuramente dona quella marca stilistica che lo caratterizza.

Ne concludiamo che Vincenzo Galati ha qui ormai ben definito la sua cifra stilistica, sia in termini di strutturazione dei suoi romanzi, che hanno ormai un impianto ben consolidato, sia da un punto di vista dello stile narrativo.

Consigliamo questa scorrevole lettura per momenti di piacevole leggerezza, senza un approfondito impegno intellettuale. 

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