Intervista Alla Regista Valentina Esposito

Intervista Alla Regista Valentina Esposito

Dopo il successo dello spettacolo “Famiglia” al teatro Lo spazio dello scorso maggio, la regista Valentina Esposito si racconta per Unfolding Roma.

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fonte immagine: planetfilm.it 

Dopo il successo dello spettacolo “Famiglia” al teatro Lo spazio dello scorso maggio, la regista Valentina Esposito si racconta per Unfolding Roma.

Valentina Esposito, autrice e regista di successo da sempre impegnata nel sociale, come è nata la passione per il teatro e la decisione di indirizzare il suo lavoro verso le problematiche sociali?

A 18 anni ho iniziato un’accademia di arte triennale, la scuola d’arte Enrico Maria Salerno, che venne fondata nel 95, a un anno dalla morte del regista, dagli attori della sua compagnia stabile; praticamente, fui tra quelli che entrarono durante il primo anno. Se vogliamo, quindi, ho avuto una formazione fortemente tradizionale e, tra l’altro, in direzione attoriale. Mi sono laureata, contemporaneamente, in disciplina dello spettacolo alla Sapienza di Roma ma, fin da subito, ho iniziato a fare dei laboratori nei contesti più vari: prima di tutto nelle scuole di ogni ordine e grado, quindi nei centri per anziani e, infine, nelle periferie di Roma. Ci sono stati anni in cui ho fatto l’attrice ma, contemporaneamente, già scrivevo e facevo regie; nel 2005, ho vinto la Biennale Internazionale dei Giovani Artisti di Napoli, con un lavoro che non aveva nulla a che vedere né con i laboratori che svolgevo né con il mio lavoro di attrice.

Dal 2003 al 2016, ha diretto insieme a Laura Salerno e Fabio Cavalli la direzione delle attività teatrali presso il carcere REBIBBIA di Roma. Come è stato collaborare con persone segnate dall’esperienza del carcere e con un vissuto non facile?

Nel 2003, ho iniziato a lavorare come attrice con la Compagnia di alta sicurezza di Fabio Cavalli e questo è stato fondamentale per il mio percorso. Stando con loro sul palco, mi sono resa conto di quali erano i problemi, di quale era la strada per dialogare con loro, di quali erano le loro difficoltà nel comprendere le indicazioni di regia, perché è chiaro che lì è un contesto particolare di persone che a volte non sanno nemmeno leggere; di conseguenza, non ci si può approcciare agli attori detenuti nello stesso modo in cui lo si fa con attori professionisti, ci vuole un approccio molto maieutico, pedagogico. Questa esperienza, questo stare con loro, il risolvere i problemi sul palcoscenico mi ha dato la chiave di accesso. Poi, nel 2008, ho preso la direzione di un reparto sempre a Rebibbia Nuovo Complesso come regista e autrice e ho diretto questa compagnia per 8 anni all’interno di Rebibbia.

Da questa esperienza, nel 2014 è nata la compagnia Fort Apache Cinema Teatro, laboratorio di formazione teatrale permanente esterno al Carcere e i cui membri sono detenuti in misura alternativa ed ex detenuti di Rebibbia, come è nata l’idea?

Fort Apache è nato da un’esigenza fortissima, da uno sperdimento che molti di loro hanno avuto uscendo, dall’idea folle che questo percorso che li aveva portati a ritrovarsi si interrompesse all’improvviso al di là della porta blindata. Per questo, quando, casualmente, si sono ritrovati ad uscire più o meno tutti negli stessi anni, è stato, praticamente, necessario fondare la compagnia. Fondamentalmente, si è trattato di una loro richiesta a continuare questo percorso e mia a non perdere quella relazione artistica, professionale e umana che avevamo costruito in tanti anni. È stato proprio un: “cosa facciamo adesso”; dal punto di vista del gruppo, non c’era una struttura che funzionasse da rete di accoglienza e quest’esperienza sta diventando simbolica per tutti coloro che ancora sono dentro e che si stanno formando. È fondamentale, nell’ambito di questo progetto, entrare in contatto con altri strati sociali e culturali, per questo ci tengo tantissimo che nella compagnia ci siano anche studenti appartenenti ai corsi di formazione che porto avanti nelle università. Inoltre, ho creato un sistema di rete con delle agenzie di spettacolo, tramite le quali cerco di creare una rete di orientamento per inserirli nel mondo del cinema. Il caso di Marcello Fonte è stato appunto il risultato di questo lavoro di messa in rete.

Per alcuni di loro, vedi, appunto, Marcello Fonte e Alessandro Bernardini, si sono anche spalancate le porte del cinema e della televisione, quanto pensa abbia influito l’esperienza con Fort Apache Cinema e Teatro?

Prima di tutto, ha influito a livello di formazione. Ad esempio, nel caso proprio di Alessandro l’ho conosciuto già in misura alternativa e non aveva mai fatto nulla né di teatro né di cinema e la prima cosa che abbiamo fatto insieme è stato il film Ombre della sera. In realtà, l’ho conosciuto inseguendo un altro degli attori che faceva già parte della compagnia all’interno di Rebibbia e del laboratorio esterno di Fort Apache in una comunità di prevenzione alle tossicodipendenze, dove ho coinvolto tutto il centro, sia gli operatori e gli psicologi che li seguono, sia gli utenti. Tra gli utenti c’era appunto Alessandro che si è approcciato al progetto con una grande prova di coraggio ed è stato talmente bravo, talmente talentuoso che è diventato il protagonista di quell’episodio. Mentre giravamo il film, essendomi accorta di quale grande talento fosse, l’ho subito proposto per dei provini (occupandomi, ovviamente, della sua situazione in quanto dovevo fargli avere dei permessi dalla magistratura di sorveglianza all’epoca) e, nello stesso anno, venne preso subito da Calligari per Non essere cattivo; da qui, poi, è nata una collaborazione con la Planet film, con Iona Marcangelo, che li ha contrattualizzati. Ogni volta che facciamo uno spettacolo o ci sono dei provini invitiamo registi, aiuto registi casting e una sera vennero appunto coloro che stavano scegliendo gli attori per Dogmen, che hanno riconosciuto in Marcello Fonte l’attore di cui avevano bisogno.

Cosa ha significato entrare in pianta stabile nella compagnia per gli attori?

Per loro è stata una vera e propria prova di coraggio, hanno avuto la capacità di tentare, anche in età avanzata, di cambiare strada, vita, ambienti, contesto di amicizie. Però quello che dicono è che in questo momento, nonostante le difficoltà, sono più felici di prima e questo mi rincuora. Per questi ragazzi, questo viaggio, oltre a rappresentare un’opportunità professionale, è stato anche un ritrovarsi. Per questo motivo, cerco sempre di creare una rete di relazioni amicali che vada al di là della loro esperienza, di ricreare intorno a loro una nuova comunità che non sia quella di appartenenza e questo rappresenta per loro una rete di salvataggio.

Come è stato per loro accettare quello che gli stavate offrendo, ossia sia una possibilità di svago all’interno del carcere sia una possibilità poi di uscire di lì cambiati e con nuove prospettive?

All’inizio l’adesione dei detenuti è strumentale e, di questo, ero pienamente consapevole anche all’epoca. Per i detenuti, infatti, partecipare alle attività teatrali è un modo per impiegare quel tempo fatto di nulla, che spesso se non ha un senso diventa fonte di ansia, di disagio; c’è molta sofferenza da questo punto di vista. Inoltre, partecipare ad attività teatrali significa anche iniziare un percorso che è riconosciuto dalla direzione, dagli organi direttivi. Vengono riconosciuti loro dei benefici, la possibilità di uscire fuori dal carcere per fare lo spettacolo ed accedere quindi a dei permessi premio di lavoro che, poi, restano nel curriculum di un detenuto, facilitando, quindi, il decorso carcerario. È con questa prospettiva che arrivano sul palcoscenico. Poi, è chiaro, il teatro è una scoperta, diventa qualcos’altro e quando diventa qualcos’altro queste motivazioni non contano più e chi pensava di farlo solo per questo abbandona perché è molto impegnativo.

In che modo questa esperienza l’ha accresciuta a livello umano e professionale?

All’inizio è stato un grande choc perché il carcere ti travolge, entri in contatto con questa umanità sofferente, caotica, violenta e conflittuale; non è semplice, all’inizio, gestire queste persone che non conoscono la mediazione. Per quanto mi riguarda, ho ritrovato il senso di fare teatro, perché c’era una necessità di utilizzare quel momento come una finestra di dialogo con la società che altrimenti è preclusa a queste persone. Usare il teatro per raccontare sul palcoscenico la sofferenza, le criticità e dialogare in modo diretto con chi guarda, perché non si tratta di uno spettatore qualsiasi, perché chi guarda in carcere è tua moglie, è tuo figlio, è il direttore, il magistrato, chi guarda fa parte della comunità che vive quel luogo. Lì dentro, il teatro ritrova la sua ritualità perché ciò di cui si parla è, almeno all’inizio, sempre molto aderente e consente al detenuto di ritrovare, attraverso delle metafore di vita, delle risonanze con la propria condizione. Per me, quindi, è stata una grande sorpresa, è stato come entrare in contatto con una letteratura incarnata, nel senso che il carcere ti ripropone i grandi temi della letteratura, come appunto la vendetta, il tradimento, la colpa, la pena, l’amore negato, la separazione dagli affetti, calati, però, nell’esistenza vera e propria. Questi temi che per noi sono i grandi temi della poesia, della letteratura, lì diventano quotidianità e tornare, poi, a un teatro classico fuori di lì, per me è diventato impossibile.

Famiglia, andato in scena dal 30 maggio al 2 giugno al teatro Lo spazio, è uno spettacolo che parla di attaccamento alle origini e legami contorti di amore e odio, come nasce l’idea della sceneggiatura?

Le relazioni familiari pesano su queste persone in un modo terribile. Nel corso degli anni che ho trascorso a Rebibbia, ho assistito a persone che venivano a conoscenza che il proprio padre o la propria madre erano morte nel corso delle attività giornaliere che stavano svolgendo. Persone a cui non veniva data l’opportunità di andare al funerale o di assistere la madre o il padre negli ultimi momenti prima della morte. C’è una sofferenza pazzesca che deriva dal fatto che tra le famiglie e le persone recluse si alza un muro di silenzio, in quanto le famiglie non comunicano più quelle che sono le questioni di tutti i giorni per non caricare la persona reclusa di ulteriori preoccupazioni e, alla fine, ci si ritrova, dopo tanti anni, a non conoscere più le persone più strette e a vivere grandi sensi di colpa nei confronti delle persone che non ci sono più. E questo rappresenta, proprio, il fulcro della sceneggiatura di Famiglia: il fatto di essersi ribellati ai propri genitori, trasformando, poi, la ribellione in devianza; il senso di colpa per aver deluso i propri genitori e il peso del loro giudizio. La detenzione e, quindi, la lontananza e la morte di queste persone durante la reclusione e l’impossibilità di ricomporre il conflitto che resta pertanto aperto, è un peso che, chi più chi meno hanno vissuto tutti quanti. Nello scrivere la sceneggiatura, ho lavorato proprio su questo, analizzando con loro moltissimi brani che trattavano queste relazioni in ogni sfumatura e consentendo loro di ridisegnare una mappa emotiva delle proprie relazioni. In questo modo, sono riusciti a dare un nome alle cose, a identificare alcuni momenti del proprio passato con quegli episodi che noi poi teatralizziamo in scena. Per loro diventa un modo per condividere ciò che hanno dentro. Famiglia, in questo senso, è stato uno spettacolo che ha raccolto tutti i loro contenuti emotivi e li ha, poi, messi in scena. Il senso del lavoro in questo spettacolo è di essere polifonico, di dare conto delle sofferenze e dei punti di vista di tutti i personaggi, per dare una visione più equa dei rapporti familiari e questo li aiuta a rivedere il passato e a vivere il presente.

Recentemente, è dilagato in maniera esponenziale il problema del bullismo, soprattutto in ambito scolastico. Pensa che possa essere utile proporre nelle scuole, un progetto teatrale come quello intrapreso a Rebibbia, per ridurre il fenomeno e riavvicinare i ragazzi?

Noi saremmo disponibilissimi. Tempo fa, abbiamo portato in scena “Umani troppo umani” proprio nell’istituto di Monterotondo della ragazza che ha ucciso il padre e, dopo un anno di lavoro, sul palcoscenico c’erano sia i ragazzi sia gli ex detenuti ed è stato un momento straordinario di condivisione. L’efficacia dell’intervento è evidente. Il teatro dovrebbe essere una materia curriculare, dovrebbe essere parte del programma ministeriale, essere trasversale alle materie accompagnare i ragazzi nel periodo scolastico. Che sia efficace da questo punto di vista è riconosciuto ma non viene riconosciuto dal punto di vista istituzionale e questo crea dei problemi perché le scuole devono trovare da sole le risorse per accogliere i laboratori e non è semplice. Inoltre, spesso ci troviamo difronte anche allo scetticismo degli insegnanti, i quali sono restii a coinvolgere persino ragazzi del biennio, perché li ritengono troppo piccoli. Cosa, in realtà, non vera, tant’è che quando siamo riusciti anche a portarli a teatro, c’è stato un riscontro straordinario; quando è una persona che si è fatta 30 anni di carcere a dirti che non ne vale la pena di fare determinate cose, l’ascoltano molto di più di quanto ascolterebbero me o la loro insegnante. Gli stessi attori dicono che forse se avessero conosciuto il teatro da adolescenti avrebbero preso scelte diverse.

Cosa pensa si potrebbe fare nel piccolo per iniziare a cambiare qualcosa?

È una domanda difficile visto soprattutto il momento politico che stiamo vivendo. Penso che questi piccoli gruppi che lavorano utilizzando le metodologie del teatro sociale, possano essere dei piccoli focolai di rivoluzione, nel senso che hanno le potenzialità per ravvivare le coscienze, per creare delle comunità alternative dove lavorare sull’identità dei singoli e instaurare relazioni per vincere la paura dell’altro. Il teatro si porta dietro soprattutto questo: la capacità di riconoscere chi è diverso da te e riconoscerlo anche dentro di te. Si può lavorare insieme, creare delle occasioni di incontro, di scambio, di confronto, di dialogo. Noi, ogni volta che facciamo uno spettacolo, facciamo anche delle matinée con le scuole con conferenze introduttive e con un dialogo finale con gli attori per portare avanti piccoli percorsi di educazione alla legalità.

Progetti futuri?

Sono tanti. Al momento, sto scrivendo due soggetti cinematografici perché vorrei per la prima volta portarli tutti insieme al cinema. A ottobre, inizieremo un nuovo laboratorio tra gli attori della compagnia e gli studenti dell’università, aperto anche agli attori professionisti che cercano sempre di essere presenti perché per loro è un modo diverso di approcciarsi alla professione. In questo modo, daremo il via, anche, al nuovo progetto teatrale proprio come è nato Famiglia: tra le aule universitarie, coinvolgendo anche gli studenti; infatti, sul palco, sono presenti, anche, due studentesse che avevano partecipato al laboratorio e sono poi rimaste con la compagnia: Viola, la sposa, e Gabriella la zia del sud.

Alessia Graffi

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