Nanni Moretti Racconta Una Storia Di Accoglienza Con Santiago, Italia

Nanni Moretti Racconta Una Storia Di Accoglienza Con Santiago, Italia

Venerdì 2 agosto al CineVillage Talenti è stato presentato il film Vincitore del Nastro d’Argento 2019 per il Miglior Documentario, Santiago, Italia, diretto da Nanni Moretti.

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Nanni Moretti ha girato un documentario che racconta, attraverso le parole di testimoni che, a vario titolo, (sindacalisti, intellettuali, giornalisti, militari, clericali), hanno avuto un ruolo attivo nei mesi successivi al colpo di stato dell'11 settembre 1973, che pose fine al governo democratico di Salvador Allende in Cile. Il film esalta il ruolo svolto dall'ambasciata italiana a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime del generale Pinochet, consentendo poi loro di raggiungere l'Italia. Questo aspetto costituisce la chiave interpretativa dell’intero lavoro, che come leggeremo dalle stesse parole di Nanni Moretti: rappresenta una bella storia di accoglienza italiana.

Nanni Moretti ci racconto nel dettaglio la genesi di questo lavoro e la chiave di lettura che il regista ne ha voluto dare.

Nelle parole di Moretti:

Questa è una storia dei miei vent’anni, ma penso che possa parlare anche ai ragazzi che oggi hanno vent’anni oltre che a quelli della mia generazione, per cui il Cile è stato molto importante.

All’inizio degli anni 70, in Italia si vivevano con molta partecipazione le vicende del Cile. Italia e Cile erano, del resto, due Paesi in cui c’erano delle forti analogie politiche. Sia in Italia che in Cile c’erano la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, i Radicali, i cattolici di sinistra e la sinistra extra parlamentare.

Quando nel 1970 il socialista Salvador Allende diventò presidente del Cile, in Italia, (ed era un’Italia un po’ diversa da quella di oggi), si vivevano con molta passione le vicende cilene. Era la prima volta in cui la sinistra andava al potere democraticamente, non con una rivoluzione, non con le armi, ma con il voto.

Quando dopo tre anni, l’11 settembre 1973, questo esperimento democratico ebbe forzatamente termine, perché il generale Pinochet guidò un colpo di stato contro il presidente democraticamente eletto, dall’Italia vivemmo con molta partecipazione le vicende del Cile.

Naturalmente quei tre anni di socialismo democratico nel Cile spaventarono gli Stati Uniti, come è ben documentato negli archivi della Cia, e di conseguenza gli Stati Uniti parteciparono attivamente alla preparazione del colpo di stato.

È stata una dittatura molto lunga, quella del Cile, molto più lunga rispetto a quella dell’Argentina: durò sedici anni e mezzo.

Ho pensato di farne un film, prendendo spunto dal ruolo che ebbe l’ambasciata italiana.

L’11 settembre 1973 l’ambasciatore italiano in Cile era in Italia per motivi familiari; furono quindi due giovani diplomatici a dover fronteggiare una situazione nuova: Piero de Masi e Roberto Toscano, che ho intervistato nel mio lavoro.

Succedeva che perseguitati politici scavalcavano il muro di cinta dell’ambasciata italiana in Cile e chiedevano asilo politico. in mancanza di indicazioni precise da parte del governo italiano, loro presero una decisione velocemente ed in autonomia e presero la decisione giusta (decisero di accogliere i rifugiati ed aiutarli dopo a giungere in Italia in qualità di rifugiati politici ndr)”.

Il regista continua spiegandoci la particolare impostazione che ha voluto dare al suo documentario, un’impostazione che più che spiegare o far parlare esperti in materia che spiegano la situazione, fa raccontare direttamente a chi quei fatti li ha vissuti.

Così ci racconta Moretti:

“Io, quando ho cominciato a girare questo documentario, pensavo di intervistare anche storici ed esperti dell’America Latina; poi, invece, ho capito che quello che volevo era questo: far parlare solamente i testimoni, solamente quelli che hanno vissuto sulla loro pelle questa vicenda.

Volevo, però, che ci fossero anche i cattivi. Ho chiesto, così, alla mia co-produttrice cilena di farmi andare in un carcere, dove ci sono quei pochissimi militari condannati per gli atroci delitti commessi sotto il regime di Pinochet. Volevo andare a chiedere come fosse stato possibile commettere quello che avevo fatto.

Ho intervistato un ex militare che vive tranquillamente a casa sua, poiché mai incriminato, ed un altro ex militare, che è detenuto in un carcere un po’ privilegiato, dove ci sono poche persone condannate per le atrocità del regime militare.

In questo documentario fa una bella figura la Chiesa Cattolica, tramite una suora che dà una mano a questi richiedenti asilo e tramite un cardinale cileno; purtroppo non è una premessa per una mia futura conversione religiosa, purtroppo non ho avuto questo dono, non sono credente anche questa cosa mi dà abbastanza fastidio, non ne sono per niente orgoglioso, però durante gli anni della dittatura la Chiesa ebbe un ruolo molto importante in Cile. Del resto, anche oggi, spesso la Chiesa Cattolica dimostra molta più attenzione rispetto a certi problemi, rispetto a tanti politici di professione, ancora oggi”.

E su questo punto, dobbiamo dire, che la voce già di per sé roca, di Moretti, si fa stizzita ed anche la mimica facciale sembra voler sottolineare questo paragone alla situazione politica attuale- Lo stesso film, del resto, con questo taglio sullo spirito d’accoglienza italiana, sembra voler mandare un messaggio chiaro nel contesto politico attuale. Da Nanni Moretti, del resto, ci aspettiamo sempre film politici, anche quando, la forma apparente, non lo denuncia palesemente.

Moretti continua con dei riferimenti alla situazione attuale del nostro Paese:

“Quando ho cominciato a girare, questo Paese non era così ringhioso, così incattivito, così rancoroso. Oggi, purtroppo, un gran pezzo della società italiana è andato nella direzione opposta ai valori dell’accoglienza, ai valori delle solidarietà. È andato nella direzione opposta rispetto alla curiosità verso gli altri, verso chi non si conosce, e alla compassione.

Ecco, quindi, sono contento di farvi vedere oggi questa bella storia italiana di accoglienza”.

E qui tutta la chiave del film.

Articolo di Gioia G. Di Mattia

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