Il Quarto Vuoto Conquista I Solisti Del Teatro

Il Quarto Vuoto Conquista I Solisti Del Teatro

Il Quarto Vuoto, un percorso di ricerca affrontato senza paura e senza difese, guidati dal testo profondo e sensibile di Gina Merulla - di Alessia de Antoniis

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Nella suggestiva cornice dei Giardini della Filarmonica Romana, la Teatro Hamlet Produzioni ha portato in scena Il Quarto Vuoto, scritto e diretto da Gina Merulla. Sicuramente un'esperienza da vivere più che uno spettacolo da guardare. Un viaggio in dodici tappe, da affrontare insieme.

Dodici quadri come il percorso iniziatico che compie Ercole con le dodici fatiche; come il ciclo dell'anno fatto di dodici mesi; come le tribù d'Israele, i cavalieri della tavola rotonda di re Artù, gli apostoli. Dodici quadri che, nella via tracciata da Gina Merulla vanno dall'illusione al caos, passando per paura, dolore, distacco, realtà, impermanenza, piaceri carnali, follia, lato oscuro. La porta di accesso è il risveglio nel quarto vuoto.

Nasciamo, ci ammaliamo, invecchiamo, moriamo. Non importa chi siamo, quale sia il nostro status sociale, il colore della pelle, il credo religioso: nessuno può evitare queste realtà e questi sono gli unici paletti che delimitano la nostra esistenza, il nostro viaggio, ma per non affrontare queste sofferenze, preferiamo vivere illusi.

Il Quarto Vuoto di Gina Merulla è un viaggio nel deserto più inospitale e sconosciuto del nostro pianeta, il Rub Al-Khali nella penisola arabica e, allo stesso tempo, un viaggio all'interno della parte più deserta e ignota dell'animo umano, il quarto vuoto interiore.

Un antico testo, scritto originariamente proprio in lingua araba, la Tavola di Smeraldo, recita: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa”.

In un mondo basato sulle dicotomie, quello nel quarto vuoto è un viaggio verso l'interno e verso l'esterno contemporaneamente: non più dentro e fuori, alto e basso, illuminazione e oscurità, ma “il miracolo di una cosa sola”. Un viaggio nel basso, la “materia” del deserto, e insieme un viaggio nell'alto, il proprio sé: due aspetti dell'esistenza speculari tra loro, non opposti.

L'unica differenza sta nella decisione dello spettatore di partire o restare; rimanere nel proprio deserto esteriore fatto di paure, solitudine, desideri, o iniziare un cammino nel deserto interiore alla scoperta dalla sua vera voce, della vita che si cela tra le sue sabbie.

Il deserto da cui parte Gina è quello delle illusioni, sintetizzato nella frase iniziale del filosofo Blaise Pascal: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”.

Allo spettatore la libertà di iniziare o meno un cammino, guidati dalla voce fuori campo di Andrea Lavagnino e ispirati dai movimenti evocativi di Mamadou Dioume, Sabrina Biagioli, Massimo Secondi e Fabrizio Facchini, quattro bravissimi performer in grado di portare in scena un testo senza parole e parole senza voce.

Perché quando decidi di attraversare il deserto, non ci sono più i suoni del linguaggio codificato del mondo delle illusioni, ma solo il suo assordante silenzio che lascia emergere la voce che non sei mai riuscito ad ascoltare: quella della tua anima, quella del tuo universo interiore che è tutt'uno con quell'infinito del quale scopri di essere parte.

Quando i suoni, che riempiono le orecchie di chi non vuole ascoltare, tacciono all'improvviso e le luci che accecano occhi che non vogliono vedere si spengono, ti accorgi che vivevi da morto; e in quel momento rinasci.

“Salvati!” ripete senza sosta la voce fuori campo: e tu percepisci la paura. La voce si quieta e realizzi che dolore, miseria e disperazione erano la sabbia che scottava sotto i tuoi piedi ormai insensibili, mentre ti scopri lontano da te, dai tuoi sentimenti; lontano dagli altri; incapace di amare, incapace di vivere.

Nel vuoto del palcoscenico, i quattro corpi di Mamadou, Sabrina, Massimo e Fabrizio, si muovono interpretando ruoli, emozioni, sensazioni, pensieri. Non c'è un protagonista e dei comprimari, c'è un unico organismo vivente che non è lì per esibire se stesso, ma per condividere una storia con generosità.

Quattro eccezionali performers che non esistono più come singoli, ma che si muovono con la naturalezza delle parti di un unico corpo, trasformandosi addirittura in un battito cardiaco.

Più che una messa in scena, Il Quarto Vuoto è un rito, che inizia dagli attori e coinvolge il pubblico.

Determinante è sicuramente la presenza di Mamadou Dioume, nella cui mimica, gestualità, ritualità, è potente l'eco delle sue radici senegalesi, nonché della sua formazione al centro di ricerca di Peter Brook. Non mette in ombra i suoi giovani colleghi, anzi la sua esperienza e la sua energia sono al servizio del gruppo e contribuiscono alla riuscita dello spettacolo.

La fine di questo viaggio è raccontata dalla voce di Andrea Lavagnigno alla fine del dodicesimo quadro, ma ogni spettatore può decidere se restare nel suo lato oscuro, arrendersi ai suoi mondi bassi, o illuminare il suo percorso considerando il caos solo un aspetto di un ordine più grande, dove non esiste alto o basso, luce o buio, bene o male, ma l'armonia di tutti gli opposti, la loro unità. 

Le luci si spengono, il sipario si chiude e il vero viaggio inizia. Se vuoi.

Alessia de Antoniis









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