Il Calcio Secondo L'appassionato Pasolini

Il Calcio Secondo L'appassionato Pasolini

Edito nel 2018, il libro di Valerio Curcio analizza lo scrittore bolognese nelle sue varie vesti, con il calcio sullo sfondo

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Li chiamava "napoletani". Non c'entrano gli abitanti del capoluogo campano, era un nomignolo che andava bene per tutta Italia. Sono i tifosi dalla mentalità chiusa, quelli che negano l'evidenza, l'individuo irrazionale e ammaliato dalla sua squadra del cuore che non ascolta nessuno e difende sempre la sua creatura. "Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo", scriveva poi Pier Paolo Pasolini. Due esempi di profonda analisi sociale e antropologica del calcio, aspetti da cui lui era sempre stato affascinato e attratto, nonostante fosse ciò che di più lontano ci fosse dal giornalista sportivo. "Il calcio secondo Pasolini", libro edito nel 2018 da Aliberti a firma di Valerio Curcio, giovane giornalista romano classe 1992, indaga e scompone l'uomo Pasolini in cinque vesti: tifoso, calciatore, narratore, cronista e intellettuale. Pasolini bolognese ma romanista, lui che nella capitale ha abitato per tanto tempo e che all'atto della sua morte, nel suo feretro, ha trovato posto anche una maglia della Roma a fargli compagnia.

Maglia rossoblu a righe larghe, calzettoni, scarpe che parevano due ferri vecchi. Il calcio di un'altra epoca, l'esibizione del suo fisico a testimonianza di come fondesse l'erotismo con la pratica sportiva: "Insieme alla letterature a all'eros, il calcio è uno dei grandi piaceri della mia vita". Pasolini aveva iniziato a giocare là dove fu fondato il Bologna, all'altezza dell'odierno Ospedale Maggiore: sui Prati di Caprara il 20 marzo 1910 il Bologna disputò il suo primo incontro ufficiale, un 10-0 contro la Sempre Avanti. Pasolini che nel 1963 intervista i giocatori del Bologna, che da lì a pochi mesi vincerà lo scudetto, pudici e timidi sull'argomento, in un'epoca in cui l'Italia deve ancora prendere confidenza con la libertà sessuale. Pasolini che tira calci a un pallone dovunque, anche negli intervalli delle riprese dei suoi film, fino ad arrivare a una sfida inedita tra "Salò o le 120 giornate di Sodoma" e "Novecento", due film capolavoro con i due cast che si sfidano davanti agli occhi di Bernardo Bertolucci in una partita disputata a Parma nel 1975 e nota come "Novecento contro Centoventi". Nel 1960 Pasolini è affascinato anche dalle Olimpiadi romane. Non tanto dal discorso di apertura, pieno di retorica, quanto dalla parata delle nazioni. Nel settimanale "Vie Nuove" scrive il racconto dal titolo "Un mondo pieno di futuro", ma da acuto osservatore guarda già avanti: "Ma quando si sarà finito di costruire stadi, velodromi e palestre, tutti questi edili, tutti questi manovali, cosa faranno?".

Ovunque vi fosse possibilità Pasolini giocava. Ovunque andasse, telefonava sempre agli amici fidati per sapere quando e dove si organizzava una partita per poter rientrare in tempo. Soltanto agli ignoranti e ai superficiali non calciofili è permesso di ritenere blasfemo accostare il calcio alla letteratura. Il calcio è di per sé letteratura: per le storie che racconta, degne del miglior romanzo, per i personaggi che rivela, per il suo accostamento così immediato alle cose della vita. Umberto Saba ne scriveva, Nick Hornby con "Febbre a 90" ne ha sdoganato tutta l'essenza. Ma il personaggio di punta del nostro tempo, è stato senz'altro Pasolini, che ha avuto rispetto e passione di un pallone che rotola, elevandolo dall'ambito strettamente sportivo a uno decisamente più romantico e umano. Che è un po' quello che anche gli appassionati di oggi, tra plusvalenze, bilanci truccati, ripescaggi, fallimenti e polemiche arbitrali, vorrebbero ritrovare e conservare. 

Stefano Ravaglia 

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