19 20 Festivaletteratura, A Mantova Sport, Narrativa E Tante Storie

19 20 Festivaletteratura, A Mantova Sport, Narrativa E Tante Storie

Tanti ospiti internazionali e 123 mila presenze nei quattro giorni di rassegne e incontri

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Ventitreesimo anno, oltre 300 eventi e una miriade di argomenti toccati. E' il Festivaletteratura che come ogni anno a inizio settembre porta a Mantova cultura, sport, società e soprattutto molti visitatori. Museo Diocesano, Piazza Alberti, Piazza Castello, i licei e le aule magne, la tenda di piazza Sordello, in tutta la città si snodano eventi con partecipazione popolare. E in un tempo, che sembra non aver mai fine, di magra per librerie, edicole, lettura e interesse alle parole più che agli smartphone, lo sciame di persone che scorrazzano per la città e riempiono gli eventi e la tenda libri, è certamente una buona notizia. Sono 122 mila le presenze totali, 64 mila i biglietti staccati e in 59 mila hanno presenziato agli eventi gratuiti. Un festival mai come quest'anno pieno di presenze straniere: sono 75 gli ospiti provenuti dall'estero. Lo scrittore e saggista statunitense Safran Foer, la scozzese Ali Smith, il romanziere Dave Eggers e soprattutto il gran finale di domenica 8 settembre con Ian McEwan e il suo "Macchine come me". 

File ovunque, platee gremite e anche tanti giovani, il dato positivo del Festival. Anche lo sport è stato protagonista: sabato sera ha avuto grande successo l'esibizione di Federico Buffa, noto storyteller di Sky, affiancato da Carlo Annese, autore de "I Diavoli di Zonderwater". I due, alternando la narrazione storica a quella sportiva, hanno ripercorso le tappe dei 94.000 soldati prigionieri del campo di Zonderwater, Sudafrica, dove tra il 1941 e il 1947 i prigionieri di nazionalità italiana brillarono nelle attività sportive, quali calcio, con un vero e proprio campionato organizzato, scherma e pugilato. Con i toni da autore teatrale consumato e alternando ironia e serietà, Buffa, con la spalla fondamentale di Annese, ha raccontato una storia quasi sepolta dalla storia stessa, in un luogo di prigionia ma così lontano dagli orrori degli altri teatri di guerra che uccisero milioni di innocenti. In platea, anche l'amico Billy Costacurta accompagnato dalla moglie Martina Colombari e foto e autografi, compreso il firmacopie, con gli spettatori a fine spettacolo.

Calcio protagonista anche nell'incontro con la redazione de L'Ultimo Uomo e lo scrittore Matteo Codignola, appassionato di tennis e autore di "Vite brevi di tennisti eminenti", per parlare, con Filippo Lorenzon, match-analist della nazionale italiana di calcio, di come i numeri incidano sul giornalismo sportivo. Non esiste una verità scritta che recita "parole = bene, numeri = male". Esiste una interpretazione di questi numeri, una versione proficua che possa giovare a chi raccoglie dati. L'inesattezza dei giornali nel parlare di numeri a volte poco approfonditi, il rapporto di stretta vicinanza tra un match-analist e un allenatore, e lo stravolgimento del ruolo preciso di un giocatore, giudicato in base a quello che produce numericamente sul campo. Lasciando lo sport, di grande impatto è stato il viaggo intrapreso da Luigi Ballerini e Marco Dotti, domenica mattina nel chiostro del museo Diocesano, partito metaforicamente dal Titanic, con la storia di una squadra di cuochi di un ristorante sulla nave più famosa del mondo, presa come esempio per il cammino umile di un lavoratore che parte dal basso e che arriva ad alte vette. Ciò che nella società di oggi pare di difficile attuazione: i giovani vogliono soldi, subito e senza fare troppa fatica. Ballerini e Dotti hanno sviscerato l'argomento tirando in ballo anche il gioco d'azzardo, strumento di controllo della società, un salto triplo che può elevare l'individuo salvo poi rigettarlo a terra con più violenza se la ricchezza viene sperperata. Una immediatezza affrontata anche dagli autori nell'ambito della tecnologia: un messaggio su Whatsapp, se non riceve risposta, può dar adito ad assurde incomprensioni. Abbiamo bisogno di risposte veloci e immediate e Dotti ipotizza tra duecento anni la visita di un antropologo, destinato a studiare la nostra società: ne ricaverebbe che mentre un tempo le guerre avvenivano tra eserciti sul campo, oggi avvengono nelle più banali riunioni di condominio. Un incontro che ha esaltato la platea, durato ben oltre il tempo consentito e che ha deliziato i presenti. 

Nel pomeriggio, UnfoldingRoma ha seguito l'esplorazione, seppur metaforica, della metropoli più celebre al mondo: New York. Protagonisti dell'evento sono stati Peter Lang, architetto americano, e lo scrittore Salvatore Scibona, nato in Ohio 44 anni fa, uscito da poco nelle librerie con il suo ultimo romanzo "Il volontario". Aneddoti e scorci di una New York particolare, vissuta dai due: i pompieri della piccola caserma di un quartiere di Brooklyn dimezzata per il 50% martedì 11 settembre 2001, i cinesi che si spostano a Queens e testimoniano quanto la città sia in perenne movimento, le tante case popolari che c'erano negli anni Settanta, un'epoca più a buon mercato, e oggi la città che diventa sempre più per turisti perché gli appartamenti, a 15 o 20 mila dollari al metro quadro, restano sfitti. E l'unicità dei newyorkesi, che se vedono un palazzo del 1910, per loro è vecchio come avesse trecento anni o ancora una volta Brooklyn protagonista con il suo melting-pot e le case basse, così vicina e così lontana da Manhattan. Nella cornice del seminario vescovile, gremito anch'esso all'inverosimile, scorrono immagini della New York di ieri e di oggi e l'obbiettivo di entrare nelle sue viscere riesce a pieni voti.

A chiudere la rassegna, come detto, Ian McEwan, inglese di Aldershot che con la sua ultima opera, alla quale seguirà a breve un pamphlet sulla Brexit, ha sovvertito il 1982: le Falkland diventano argentine e i Beatles ritornano a suonare. In Piazza Castello, l'autore di "Espiazioni" delizia la platea con il racconto di Adam, una sorta di avatar che instaura un rapporto col protagonista Charlie. E non si lascia scappare, su spinta del pubblico, il suo pensiero sull'imminente uscita del suo paese dall'Unione Europea. E non le manda a a dire: "Ai tempi belli, quando avevamo i nostri problemi, grossi o piccoli che fossero, guardavamo all'Italia e ci tiravamo su il morale. Oggi ci chiediamo dove andremo a finire. Mi piace camminare in montagna: una volta con un amico camminammo in Slovenia, e sembrava di essere in Austria. Che miracolo questa Unione Europea, pensavo. Oggi penso ai giovani britannici che vorrebbero venire in Europa a lavorare e ai giovani europei che vorrebbero venire in Regno Unito e dovranno compilare dei moduli col rischio di sbagliare e beccarsi le occhiatacce della dogana. Saranno loro a soffrire. E proprio i giovani hanno votato in larga maggioranza per restare in Europa. Siamo un paese diviso come non mai, con manifestazioni violente e scontri. La Gran Bretagna inizia a somigliare agli Usa, due civiltà diverse che non si parlano tra loro. Cosa può fare uno scrittore? Affrontare con coraggio i temi, è il massimo che può fare. E questo dobbiamo fare". Il Festival torna nel 2020: si svolgerà dal 9 al 13 settembre.

Stefano Ravaglia 

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