Tiziana Sensi, Il Suo Amore Per Il Teatro E Per Lo Studio Dell'Attore - Di Alessia De Antoniis

Tiziana Sensi, Il Suo Amore Per Il Teatro E Per Lo Studio Dell'Attore - Di Alessia De Antoniis

Anti-diva, amante della recitazione e desiderosa di trasmettere questa antica arte ai giovani, ha realizzato un sogno: la sua scuola Lo Studio dell’Attore - intervista di Alessia de Antoniis

764
stampa articolo Scarica pdf

Bella, gentile, professionale, una anti-diva completamente diversa da alcuni ruoli da cattiva che hanno contribuito al suo successo. Leggendo il suo curriculum, vengo colpita dalla facilità con cui passa dalla macchina da presa al teatro, dalla recitazione alla regia, dall'insegnamento alla collaborazione con il Miur. Una donna forte e impegnata che, come ci racconta in questa intervista, ad un certo punto non si è limitata ad aspettare che il telefono squillasse, ma ha creato la sua carriera. Tra i suoi progetti, alcuni mi hanno particolarmente colpito: un laboratorio con disabili visivi, uno con i ragazzi a rischio dispersione scolastica in una scuola media di Vibo Marina e un laboratorio teatrale con malati psichici gravi, psicologi, psichiatri e assistenti, tenuto insieme all’attrice Lucia Vasini in collaborazione con il Teatro Gioco-Vita di Piacenza. Elencare collaborazioni con colleghi famosi è facile e, forse, dà più lustro, ma lo spessore di Tiziana come donna e come professionista credo che emerga già dalla diversità delle sfide che l'hanno vista protagonista e che dimostrano, concretamente, il grande potenziale che l'arte della recitazione ha per creare persone di valore.

Giovanissima, partecipi al noto programma televisivo di Boncompagni “Non è la Rai”, che ruotava attorno a decine di lolite, spesso con poca preparazione. È stata una trasmissione che ha cambiato la televisione italiana o ha solo sdoganato una trasformazione che già era avvenuta, per cui si può fare televisione anche senza un'adeguata preparazione?

Io ero co-conduttrice insieme a Paolo Bonolis, che conduceva la trasmissione prima di Ambra. Avevo un contratto diverso e ho lasciato dopo tre mesi. Le ragazze erano molte e non ho avuto la possibilità di conoscerle tutte. In genere avevano una formazione nel campo della danza. Eravamo tutte molto giovani e per noi era una palestra. Ad alcune era data anche la possibilità di studiare danza e canto. Non so se Non è la Rai sia stato uno spartiacque. Credo che il lolitismo sia sempre esistito e oggi è ancor più imperante, a tal punto che sembra quasi che le persone non possano più permettersi di invecchiare, che si debba essere sempre giovani, belli e pieni di energia. Questa non è la vita. Prima di Non è la Rai c'era stato un altro luogo che è solo un'esibizione del corpo femminile: Miss Italia. Alcune persone che sono uscite da Non è la Rai hanno fatto carriera e sono anche brave, come Ambra Angiolini, che per un lungo periodo ha pagato la notorietà che aveva velocemente raggiunto. Non dobbiamo però dimenticare che allora aveva poco più di sedici anni. Per lei è stata una bellissima esperienza, dopo la quale si è costruita, intelligentemente, una carriera di attrice. Non credo si debba esprimere sempre un giudizio negativo su quel programma. 

Com'è stato per te il dopo Non è la Rai?

Io guadagnavo molto, eppure ho lasciato per tornare al teatro, accettando di guadagnare la centesima parte di quello che percepivo facendo televisione. Avevo ventuno anni e certi compensi fanno davvero girare la testa, soprattutto a quell'età; ma avevo capito che quel tipo di televisione non era la mia strada. Mi piace fare le cose che sento dal profondo della mia anima: è la mia anima che deve essere felice, non il conto in banca. I momenti di difficoltà ci sono, ma se li usi per crescere assumono un profondo significato. Dopo i trent'anni ho imparato a non aspettare più una telefonata, che magari non arriva, ma ad agire in prima persona. 

Oggi sei tu a lavorare con i giovani. Quali differenze trovi? Le adolescenti non vogliono più essere Ambra, ma fare l'influencer come Chiara Ferragni e guadagnare tantissimo, o entrare nel mondo dei reality, che danno popolarità improvvisa a chiunque, indipendentemente dalla preparazione. Pensi che ci sia bisogno di una formazione professionale?

Vanno fatte due distinzioni. L'era della comunicazione è cambiata e quindi vent'anni fa non si parlava, come oggi, di follower. La grande influencer è una. Le ragazze possono prenderla come modello, ma dietro al lavoro di un influencer di quel livello, c'è un progetto imprenditoriale grande e tantissimo lavoro. Un successo vero, che duri nel tempo, è qualcosa che ha alle spalle un duro lavoro. Può accadere che tu abbia un colpo di fortuna, ma in genere dietro a grandi professionisti ci sono impegno e competenza. In questo momento, tutti pensano di poter fare tutto e il campo della recitazione è quello più inflazionato. Le persone pensano che basti mandare un testo a memoria e andare in scena. In realtà, dietro al mestiere dell'attore c'è un lavoro immenso, che dal mio punto di vista è stato banalizzato da persone che si sono improvvisate in questo ambiente. Dietro agli attori che vediamo al cinema, in televisione, in teatro, che hanno una lunga carriera, c'è tanto studio. La bellezza ti può aiutare alcuni anni, ma dopo, se non hai le competenze necessarie, vieni fatto fuori. È un mestiere dove serve una dose di fortuna molto alta, ma devi essere molto brava se vuoi continuare. È passato un messaggio semplificato nel mondo dei giovani, a volte dato da alcuni talk dove ballano, cantano, e nel giro di tre mesi raggiungono la notorietà. Poi bisogna vedere quanto durano. A volte è un abbaglio. Mi è capitato di incontrare persone uscite dai reality che hanno avuto il loro attimo di gloria, ma oggi fanno altri lavori e sono depressi. Bisogna stare attenti, con i piedi per terra.

Parlando di comunicazione, Il 21 settembre al teatro Marconi va in scena “CONFERENZA. Nativi digitali e relazioni liquide”. Che progetto è?

Per la festa dei teatri a Roma, con il direttore artistico Felice Della Corte, abbiamo organizzato questa conferenza. Il testo è stato scritto dalla psicologa Maria Grazia Aurilio. In un lavoro come questo, la competenza è fondamentale, ecco perché l'esperienza di Maria Grazia è stata determinante. Il progetto pone un quesito: il problema che noi abbiamo in questo periodo, è tecnologico o educativo? Bullismo, cyberbullismo... i numeri di alcuni fenomeni che abbiamo affrontato sono impressionanti. L'81% dei genitori non sa che i figli hanno ricevuto messaggi a sfondo sessuale, il 67% non sa che i figli hanno incontrato delle persone conosciute in rete, il 56% dei genitori non sa che i figli hanno subito atti di cyberbullismo. Sono numeri preoccupanti e non possiamo ridurlo ad un problema meramente tecnologico, ma anche educativo. Penso che sia importante riflettere su questo e che queste domande vengano portate alle persone coinvolte, per poter essere di maggiore aiuto nella società; credo che dare informazioni ai ragazzi, agli insegnanti, alle famiglie, sia un dovere. Ecco perché è stato importante partire dal lavoro di una professionista Maria Grazia, che io ho semplicemente adattato per il teatro. 

Affrontate anche il modo in cui sta cambiando il nostro cervello....

Sì, ad esempio guardando come il nostro cervello reagisce davanti alla gratificazione illusoria che abbiamo rispetto ai mi piace su Fb, oppure analizzando come questo mondo virtuale, nel caso di alcune menti più fragili, possa creare problemi esistenziali. Prendiamo in considerazione come sta cambiando la capacità di mantenere l'attenzione, di imparare a memoria, il contatto con la vita reale. Il mondo dei social è un mondo che può raccontare di noi, nel bene e nel male. Oggi un tradimento può venire alla luce grazie a FB; dopo un colloquio di lavoro, la nostra vita può essere verificata sui social. La separazione tra pubblico e privato è sempre più labile e noi dobbiamo imparare a vivere in questa realtà liquida.

Parlando di social, pochi giorni fa eri a Milano con un altro progetto al quale partecipi, Companies Talks. Di cosa si tratta?

È un progetto che amo tantissimo, ideato e prodotto da Andrea Dotti. Mi occupo della parte artistica, della selezione e preparazione degli attori, della regia e, come attrice, porto in scena la storia di Google. È un progetto che nasce per raccontare le storie delle grandi “dot com”: Google, Facebook, Amazon e Airbnb. Il prossimo progetto, già in preparazione, è la storia di Instagram. Raccontiamo la storia delle aziende che hanno un successo planetario e che hanno cambiato il mondo. Chi ha dato inizio a queste rivoluzioni, cosa importante per i ragazzi, sono stati proprio dei loro coetanei che hanno lavorato sodo e hanno pensato in modo diverso dagli altri. Noi viviamo in un paese che quando vai a parlare con qualcuno, magari per un lavoro, ti chiede di replicare quello che è già stato fatto, mentre il modo di agire di ragazzi come Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin, Brian Chesky, è stato guardare un problema che gli altri hanno risolto sempre nello stesso modo e risolverlo in modo diverso. È un progetto bellissimo. Non possiamo non osservare che un cambiamento di questa portata, avvenuto in così breve tempo, non ha precedenti nella storia dell'uomo. 

Quindi basta con la demonizzazione del web, ma studiamolo per sfruttarne al meglio le potenzialità?

Pensiamo a quante cose oggi facciamo attraverso la rete o ad un giorno della tua vita senza internet mentre lavori. Anche fuori dall'ambiente lavorativo. Io stasera vado a vedere uno spettacolo e, in tempo reale, posso fare i complimenti all'autore, contemporaneo, che in quel momento è dall'altra parte del mondo. È meraviglioso! Internet non va demonizzato, ma ci sono situazioni del mondo educativo che devono fare i conti con una società che cambia velocemente. 

Facebook ha chiuso i profili di Casa Pound e Forza Nuova perché diffondono odio. I social sono solo strumenti e come tali sono neutri. Siamo noi che dobbiamo cambiare?

Il problema della tecnologia è grande e noi non eravamo preparati a questo cambiamento. Ecco perché credo sia importante dare, soprattutto ai ragazzi, gli strumenti adeguati per poter stare bene dentro questo mondo virtuale....e penso, ad esempio, all'odio sui social. Internet è un luogo straordinario. Va solo saputo gestire....e torniamo al problema dell'educazione.

Per te l'educazione dei giovani è importante e si vede dalle tue numerose attività. Al teatro Marconi hai aperto una scuola di recitazione. Come è impostata?

Al teatro Marconi ho aperto questo luogo che si chiama lo Studio dell'attore, (https://www.teatromarconi.it/stages/4/lo-studio-dell-attore-corso-triennale) . Il corso è  diviso in due parti. Il corso triennale, nato quest'anno, è un corso propedeutico al mestiere dell'attore, durante il quale i ragazzi saranno seguiti da ben cinque insegnanti.

Iniziamo il 1 ottobre e il 24 settembre alle ore 16:00 ci sarà la lezione di prova gratuita.

Una volta al mese, poi, abbiamo un weekend full immersion per attori che vogliono allenarsi o perfezionare la loro tecnica. (https://www.teatromarconi.it/stages/4/lo-studio-dell-attore-corso-triennale) Non ho scelto nomi particolarmente conosciuti al grande pubblico per tenere i corsi, ma artisti di grandi competenze che sono attivi nel loro settore.

Ospitiamo anche casting e il nostro materiale è sia sulla pagina facebook (https://www.facebook.com/lostudiodellattore/) che sul nostro canale youtube (https://www.youtube.com/channel/UCq5esfcEHyfmCIHmjHbeNCg ). E' un luogo dove si studia e il cui obiettivo è preparare i ragazzi, indipendentemente da quello che poi decideranno di fare in seguito. Le tecniche teatrali sono un ottimo bagaglio per affrontare qualsiasi percorso si scelga nella vita perché lavoriamo molto sulla concentrazione, sulla respirazione, sulla gestione delle emozioni. 

Ci sono tantissime scuole di teatro. Come si posiziona la tua scuola rispetto alle altre scuole di recitazione e alle accademie?

C'è una grande distinzione da fare. In Italia le scuole importanti come l'Accademia di Arte Drammatica e la scuola del Piccolo di Milano, sono sovvenzionate dallo Stato; l'Accademia ad esempio, è equiparata ad un corso universitario e rilascia un diploma di laurea. Siamo però in una fase successiva, quando il ragazzo, che ha capito che questa è la sua strada, decide di iniziare un percorso esclusivo. Le scuole, invece, sono tantissime e di vari livelli. Quello che vorrei consigliare ai ragazzi, al di là della scuola che decidono di frequentare, è di verificare chi sono gli insegnanti e che esperienza hanno. Prima di insegnare, devi avere una lunga esperienza di palcoscenico, recitazione davanti ad una macchina da presa o in teatro, perché devi sapere bene cosa accade dentro di te e in quale ambiente ti muovi, per poter trasmettere questa arte. Molto spesso vengono assunti insegnanti molto giovani che non hanno una formazione così importante da poterla trasmettere. Per trasmettere qualcosa, devi conoscerla bene: devi aver studiato molto e aver messo in pratica quello che hai imparato. Consiglio sempre di controllare il corpo docenti e il loro curriculum, perché se hanno all'attivo due o tre spettacoli, per quanto bravi possano essere, mancano di esperienza. È poi importante capire l'offerta formativa e vedere i risultati. Alla fine del primo anno un ragazzo deve sapersi muove sul palcoscenico e saper usare la voce. La crescita verrà in un secondo momento. Ma se, alla fine del primo anno, non c'è profondità vocale e una giusta costruzione del personaggio sul palcoscenico, quella scuola non ha reso il servizio che voleva l'allievo.

Un sogno nel cassetto?

Il mio sogno è che Lo Studio dell'Attore possa diventare una scuola full time, dal lunedì al venerdì, dalla mattina alla sera, dove i ragazzi possano studiare gratuitamente. Non so quando raggiungerò questo sogno, ma ce le metterò tutta. C'è tanto dietro questo progetto: mi impegno al massimo delle mie possibilità in qualsiasi cosa io faccia, ma questo ha tutta la mia attenzione, lo amo moltissimo. Adoro stare in mezzo ai ragazzi, vederli crescere, realizzare il loro sogno, vedere come quel bagliore di entusiasmo riesce, attraverso il loro talento e il loro impegno, a diventare davvero luce. Vorrei insegnare loro che non serve fare le scarpe a nessuno o passare sopra agli altri, ma che è importante creare spirito di gruppo, raggiungere un buon livello di professionalità, lavorare insieme, credere profondamente in quello che si fa.

In un mio spettacolo, quello di Pippa Bacca, c'è una battuta “se non siamo noi a credere al nostro progetto, chi lo farà?”

Questo è il messaggio più grande: Credi in te stesso e vai avanti!


Alessia de Antoniis



© Riproduzione riservata