Tra Fiaba E Periferia: Lo Schiaccianoci Del Balletto Di Roma

Tra Fiaba E Periferia: Lo Schiaccianoci Del Balletto Di Roma

Una rilettura contemporanea che intreccia tradizione classica e impegno sociale

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In occasione del suo sessantacinquesimo anniversario, il Balletto di Roma sceglie di confrontarsi con uno dei titoli più emblematici del repertorio ottocentesco, Lo Schiaccianoci, affidandone regia e coreografia a Massimiliano Volpini. La rappresentazione, andata in scena all’Auditorium Conciliazione di Roma dal 18 al 20 dicembre, si presenta come un’operazione artistica consapevole e ambiziosa, capace di trasformare il celebre balletto natalizio in uno strumento di lettura del presente, senza rinnegare la potenza evocativa della musica di P. I. Čajkovskij.

Il primo atto segna con decisione questa scelta: la casa borghese degli Stahlbaum lascia il posto a una periferia metropolitana segnata da povertà, solitudine e perdita di identità. Un muro divide lo spazio scenico e diventa simbolo tangibile della distanza tra centro e margine, tra chi è incluso e chi resta fuori. In questo contesto si muove Clara, interpretata con misura e sensibilità da Giulia Strambini, protagonista di un percorso di crescita che assume i contorni di una ricerca di speranza più che di una semplice avventura onirica.

Lo Schiaccianoci, dono atteso e figura eroica, incarna qui il mito di chi è riuscito a superare le barriere sociali. Attorno a lui si costruisce la presenza ambigua e affascinante di Drosselmeyer, affidata a Tommaso Stanzani, che tratteggia un personaggio carismatico, sospeso tra benefattore e illusionista, capace di guidare e allo stesso tempo destabilizzare. Paolo Barbonaglia, nel ruolo del Principe, offre una prova solida e lirica, sostenendo il versante più classico e poetico della narrazione.

Il secondo atto riannoda i fili con la tradizione: le danze e il viaggio attraverso mondi e culture restituiscono allo spettatore la dimensione incantata del balletto, ma senza cancellare la tensione critica introdotta in apertura. Il passaggio dalla scena urbana, fatta di mattoni, crepe e graffiti, a uno spazio fuori dal tempo risulta netto e volutamente non conciliatorio: il sogno non risolve la realtà, la sublima per un istante, lasciando emergere una riflessione lucida sui risvolti terreni della società contemporanea.

Di grande efficacia le scene e i costumi di Erika Carretta, che scelgono una cifra essenziale e simbolica, capace di ridimensionare lo sfarzo senza perdere l’impatto emotivo. Il disegno luci di Emanuele De Maria accompagna con precisione i cambi di atmosfera, scolpendo lo spazio scenico e amplificando la drammaturgia. Significativo l’apporto della LICC / urban company, le cui azioni coreografiche, curate da Martina Licciardo, innestano il linguaggio della urban dance in modo coerente e non decorativo, dando corpo fisico all’energia e al disagio della periferia.

La coreografia di Volpini, dinamica e articolata, dimostra un equilibrio consapevole tra rispetto del repertorio e desiderio di rinnovamento. La scelta di sottrarre fasto per privilegiare senso e movimento consente allo spettacolo di parlare a un pubblico ampio, mantenendo viva la tensione narrativa e restituendo al balletto una funzione non solo estetica ma anche civile.

Nel suo insieme, Lo Schiaccianoci del Balletto di Roma si impone come una rilettura fresca e vitale di un classico intramontabile: un lavoro che accetta il rischio della trasformazione, divide forse gli sguardi più tradizionalisti, ma conferma la maturità artistica di una compagnia che, a 65 anni dalla sua nascita, continua a interrogarsi sul presente e sul ruolo della danza come linguaggio capace di raccontare il mondo.

Cristina Gallo

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