Stone All'Etruria Dance Festival 2026

Stone All'Etruria Dance Festival 2026

La materia come anima, il corpo come rito

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La forza più profonda di Stone risiede nellafflato spirituale che pervade la performance, inteso nel significato più puro e quasi catartico del termine. La danza sembra progressivamente liberarsi dalla semplice dimensione coreografica per assumere i caratteri di un rito: i corpi non rappresentano soltanto, ma attraversano una condizione, una trasformazione, un passaggio.

Al centro di questa tensione stanno i massi, presenze sceniche apparentemente inerti che, nel corso della performance, acquistano un valore simbolico sempre più evidente. Vengono sollevati, sostenuti, trasportati, accolti dai danzatori: non semplici oggetti, dunque, ma quasi materializzazioni delle anime, del loro peso e insieme della loro possibilità di evoluzione.

Ogni pietra sembra racchiudere una memoria. È il fardello dellesperienza, ciò che ciascun individuo porta con sé, ma anche il nucleo più profondo della propria identità. Il gesto di sostenerla assume allora una valenza quasi sacrale: il corpo accetta il peso, lo incorpora, lo accompagna e infine tenta di trasformarlo.

Nelle sequenze collettive questa simbologia diventa ancora più potente. I danzatori si raccolgono, si cercano, sembrano proteggersi reciprocamente mentre la materia attraversa lo spazio. Lindividualità progressivamente confluisce in una dimensione corale: lanima singola entra nel movimento delle altre anime, in un processo di elevazione che non elimina il peso terreno, ma lo trasfigura.

È proprio qui che Stone raggiunge la sua dimensione più autenticamente spirituale. La pietra, simbolo per eccellenza della gravità, dellimmobilità e della permanenza, viene affidata a corpi fragili e transitori. Nel contrasto fra queste due nature la fissità della materia e linstabilità della carne, nasce la tensione poetica della performance.

Il danzatore cade, si piega, sostiene, si rialza. La pietra resta, ma cambia significato. Da ostacolo diviene sostegno; da peso diviene presenza; da materia inerte diventa quasi anima visibile.

Anche la disposizione scenica contribuisce a questa percezione. Sotto la luce fredda e quasi ultraterrena, i corpi vestiti di chiaro sembrano perdere progressivamente la propria consistenza quotidiana. Il gruppo assume a tratti la forma di una comunità rituale, raccolta intorno a qualcosa che la trascende. Il movimento non cerca tanto la spettacolarità quanto una forma di essenzialità: braccia che si levano, corpi che si stringono, figure che sembrano invocare o proteggere.

Ed è forse proprio la parola catarsi a restituire meglio la natura di questo lavoro. Non una liberazione immediata dal dolore o dal peso, ma la possibilità di attraversarlo. Levoluzione dellanima passa attraverso la materia, non contro di essa. Bisogna prima riconoscere il proprio masso, sollevarlo, sostenerlo, talvolta consegnarlo allaltro.

In questa prospettiva, Stone diviene una riflessione sulla condizione umana: siamo ciò che portiamo e, nello stesso tempo, ciò che riusciamo a trasformare.

La danza di Paola Sorressa costruisce così una sorta di liturgia laica nella quale il corpo torna ad assumere una funzione originaria: essere ponte fra materia e spirito. E quando i danzatori si raccolgono insieme attorno alle pietre, ciò che appare sulla scena non è più semplicemente un gruppo coreografico, ma limmagine di una comunità di anime in cammino.

A Tolfa, sotto il cielo della sera e davanti allarchitettura della città, questa dimensione acquista una suggestione ancora maggiore. La pietra scenica dialoga idealmente con la pietra della storia e dei luoghi, mentre i corpi, illuminati nel buio, sembrano ricordarci la natura transitoria dellessere umano.

Stone lascia allora una sensazione rara: quella di aver assistito non soltanto a una performance di danza, ma a un piccolo rito di trasformazione, nel quale il peso dellesistenza diventa possibilità di elevazione e la materia, per un istante, sembra farsi spirito.

Monia Manzo

 

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