IL TEMPO DI CARAVAGGIO

Ai Musei Capitolini, nelle sale di Palazzo Caffarelli, in mostra il famoso Ragazzo morso da un ramarro del Caravaggio e oltre quaranta dipinti degli artisti che nel secolo XVII hanno subito in varia misura l’influsso dalla sua rivoluzione figurativa.

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Una bella occasione per rivisitare i Musei Capitolini, o per vederli la prima volta, può essere l’interessante mostra “Il tempo di Caravaggio” dedicata alla raccolta dei dipinti caravaggeschi del grande storico dell’arte Roberto Longhi di cui è ricorso nel 2020 il cinquantenario della scomparsa. Come collezionista, Longhi raccolse nella sua casa fiorentina, villa Il Tasso, oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, un gran numero di opere dei maestri di tutte le epoche a cui si dedicò con certosine ricerche mosso dalla grande ammirazione che aveva per loro.

Fra tutti la sua preferenza era soprattutto per il Caravaggio che studiò già a partire dalla tesi di laurea, discussa con Pietro Toesca, all’Università di Torino nel 1911. Anche se il Merisi a quell’epoca non era fra i pittori più conosciuti dell’arte italiana, lo storico individuò subito la portata rivoluzionaria della sua arte tanto da intenderlo come il primo pittore dell’età moderna. Non a caso il nucleo più rilevante e significativo della sua collezione sono proprio le opere del Caravaggio e dei suoi seguaci.

Proprio quelle che abbiamo la possibilità di ammirare nelle sale di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini grazie all’esposizione curata da Maria Cristina Bandera direttore scientifico della Fondazione Longhi. Un itinerario capace di determinare una pausa di ammirazione davanti ad ogni quadro dove a colpire non è solo la bellezza del dipinto ma anche la storia rappresentata e la particolare ispirazione che ha mosso l’autore.

Come era giusto la sala introduttiva è stata dedicata alla figura di Roberto Longhi e alla Fondazione da lui istituita, con tutta la storia che li rappresenta. Ad essere esposto anche un suo disegno a carboncino della sola figura del ragazzo morso dal ramarro, con la data del 1930. E il percorso comincia proprio con l’apoteosi del “Ragazzo morso da un ramarro” l’opera, che risale all’inizio del soggiorno romano di Caravaggio e databile intorno al 1596-1597. Quello che colpisce è sicuramente il brusco scatto dovuto al dolore fisico e alla sorpresa, che si esprimono nella contrazione dei muscoli facciali del ragazzo e nella contorsione della sua spalla. Ma degna di ammirazione forse può essere più la natura morta con la caraffa trasparente e i fiori, in cui si riesce a percepire il riflesso di una finestra.

Proseguendo si possono ammirare i dipinti degli artisti che per tutto il secolo XVII sono stati influenzati dalla rivoluzione figurativa del Caravaggio come Carlo Saraceni, Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo con il suo “Angelo annunciante”, Domenico Fetti con “La Maria Maddalena penitente”, Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone con la “Splendida Incoronazione di spine”, Angelo Caroselli con “Allegoria della Vanità”. Tra i grandi capolavori del primo caravaggismo spiccano inoltre cinque tele raffiguranti Apostoli del giovane Jusepe de Ribera e la “Deposizione di Cristo” di Battistello Caracciolo, tra i primi seguaci napoletani del Caravaggio.

Dopo essere stato esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, “La Negazione di Pietro” di Valentin de Boulogne, è arrivato anche ai Musei Capitolini, mostrando la bellissima ambientazione che si ispira alla famosa Vocazione di San Matteo di Caravaggio, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Con opere di rilievo sono presenti anche Andrea Vaccaro, i genovesi Bernardo Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari, Gioacchino Assereto, Giovanni Antonio Molineri, Giuseppe Caletti, Carlo Ceresa, Pietro Vecchia, oltre a artisti fiamminghi e olandesi come Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen, Matthias Stom. E ancora due capolavori di Mattia Preti, l’artista che più di ogni altro contribuì a mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca e, per finire il percorso due tele di Giacinto Brandi.

Rosario Schibeci

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