VAN GOGH

L’uomo, l’opera, il tributo alla fotografia la nostra recensione.

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La cornice è il Teatro Palladium che, col sostegno dell’Università degli Studi Roma Tre, ospita una serie di eventi di alto livello culturale, con lo scopo di potenziare l’integrazione dell’Università con il territorio. L’evento ha avuto una forte risonanza ed è accorsa alla serata una folta platea, composta principalmente da studenti e appassionati di pittura e di fotografia.

A presentare la relazione è Patrizia Genovesi, docente universitaria, fotografa di fama internazionale, con un background che abbraccia numerose discipline tra cui la pittura, la musica, la tecnologia, la scienza. Da questo suo eclettismo nasce la propensione per la ricerca della sinergia tra diversi tipi di espressioni artistiche e l’abilità di scoprire come linguaggi espressivi apparentemente distanti tra loro riescano a compenetrarsi.

In quest’occasione presenta uno dei pittori più famosi e amati dell’Ottocento: Vincent van Gogh. La sua esposizione è chiara, coinvolgente, riesce ad ottenere la completa attenzione di un pubblico estremamente eterogeneo con una narrazione comprensibile a tutti e con digressioni colte e ricercate. Una caratteristica che contraddistingue Patrizia nelle sue relazioni è la capacità di contestualizzare un’opera di un artista nel momento della vita dello stesso, riuscendo a ricreare nella mente dello spettatore un profilo nitido dell’autore e delle circostanze che lo hanno ispirato.

Ma andiamo nello specifico della trattazione. La relazione inizia con l’albero genealogico della famiglia van Gogh. Vengono delineati i rapporti di Vincent con i familiari, in particolare quelli con il padre ed il fratello. Viene data particolare enfasi alla ricca corrispondenza epistolare col fratello minore Theodorus, attraverso la quale è possibile conoscere il pensiero del pittore, il significato dei quadri, ma anche il suo dissidio interiore, la sua insicurezza, il voler cercare giustificazioni al suo insuccesso, fino alla morte del padre nel 1885, quando finalmente assume una maggiore consapevolezza e libera il suo tratto.

Viene presentato come un libero pensatore, conoscitore di varie discipline filosofiche e teologiche, con una vocazione per gli ultimi che lo segna dentro. La docente spiega come Van Gogh all’inizio della carriera fosse molto fedele alla realtà, basti notare la sua attenzione alla prospettiva, al chiaro scuro, alla tecnica. Durante la sua proficua produzione (quasi 900 dipinti in soli 10 anni), ha sempre rappresentato il reale, pur rivisitandolo con la sua creatività: la sua pittura dava l’emozione, era il suo modo di sentire internamente la realtà, non si affidava alla immaginazione per dipingere.

Il suo studio parte dal chiaro scuro ispirato al suo mentore Millet, che vede come un secondo padre. A differenza di Caravaggio, dove il soggetto fuoriesce da un fondo scuro, Van Gogh dipinge il buio, donando la tridimensionalità alle figure con dei “tocchi di luce” sufficienti a dare la chiarezza del quadro. A testimonianza del suo studio e delle sue continue sperimentazioni, spesso produceva copie di quadri di altri artisti e anche dei propri dipinti.

Erano tempi in cui la fotografia viveva un continuo sviluppo. Alcuni artisti lasciarono la pittura e si dedicarono alla fotografia, altri, come Degas, portarono avanti entrambe le passioni. I pittori copiavano letteralmente i fotografi. Era un modo per sperimentare, per capire e imparare come l’altro riuscisse ad ottenere e a gestire la luce. Questo stretto legame riguarda soprattutto gli Impressionisti, i quali, non accettati al Salone di Parigi, si rifugiarono proprio presso lo studio di un fotografo, Nadar, che ha accolto nel 1974 la prima e propria mostra degli Impressionisti (tra i quali ad esempio Monet, Manet, Pissarro).

Il pittore è stato spesso attaccato dalla critica: van Gogh sa disegnare? Sa dipingere? Patrizia spiega che sapeva copiare dal vero, conosceva la pittura tonale, le sfumature cromatiche, sapeva gestire la luce, conosceva la tecnica, era in grado di dipingere come i suoi contemporanei.

Nell’arco degli anni compie numerosi studi e sperimentazioni, anche nel disegno: utilizzava la matita, il carboncino, il gessetto, l’inchiostro di stampa, bagnava il disegno per sfumare e opacizzare il carboncino e lo trattava con una sottile velatura di latte. Nei disegni van Gogh ottiene la perfezione prospettica, creando i doppi punti di fuga, lavora da disegnatore professionista e si avvale della la griglia di Dürer. Il suo lavoro si arricchisce anche con l’acquerello, spesso mescolato alla tempera. Molti dei suoi lavori sono il risultato della combinazione di più tecniche (carboncino, gessetto, acquerello). Ad un certo punto della sua carriera, la forma non gli interessa più, rimane l’essenza, il tratto. La sua sperimentazione è solo sul colore. Il suo modo di accostare colori complementari, per dare vita ad una “contesa dei colori” dalla densità molto spessa, unita al vortice della pennellata, dà la sensazione del movimento, una tecnica affinata nel tempo poi in parte ripresa da Stiglitz nella sua fotografia.

Il colore non è utilizzato solo per dare vitalità al quadro, ma anche per caricare la realtà delle emozioni che l’autore provava, come scrive al fratello Theo riguardo l’opera Il Caffè di notte:

“Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C’è dappertutto una lotta e un’antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota... Nella mia immagine del caffè di notte, ho cercato di trasmettere il senso che il caffè è un luogo dove si va alla rovina, si diventa pazzi, si commettono crimini. Ho cercato di esprimere i poteri delle tenebre, in un certo senso, in questa immersione in un caffè, attraverso i contrasti…”

Un’altra cosa cui si dedica è il ritratto, servendosi di modelli, e scrive al fratello:

“Mi piacerebbe dipingere ritratti che, un secolo più tardi alle persone che li guarderanno, sembrassero apparizioni. Quindi non cerco di raggiungere questo obiettivo con immagini che sembrino fotografie, ma attraverso l'espressione delle emozioni, utilizzando la nostra attuale conoscenza e il gusto per il colore come mezzo di espressione ...”

Poi Patrizia ci porta in un ambiente inesplorato: la calligrafia di van Gogh. Illustra la capacità dell’artista di avere una perfetta tenuta del rigo senza riferimenti sulla carta, un tratto estremamente regolare in alcune lettere, mentre in altre presenta la pressione della penna sul foglio non omogenea e parole staccate tra loro. Con una sua personale interpretazione, ricorrendo in parte alla grafologia, delinea la personalità dell’autore.

Nell’ultimo periodo, la sofferenza e la tristezza di van Gogh permeano i suoi lavori, quando ormai abbandona la progettualità e le aspirazioni. Rimane ricoverato per periodi sempre più lunghi presso l’ospedale psichiatrico di Arles. Entrano nel suo modo di esprimersi il cielo nuvoloso, i grandi tronchi d’albero che coprono la vista. Questi alberi diventano una costante fino alla sua morte e sono sempre più grandi, escono dall’inquadratura del dipinto, come a rappresentare un’immensa gabbia nella quale si sente rinchiuso.

La relazione si conclude raccontando quanto le opere di van Gogh abbiano ispirato la moderna cinematografia, la moderna animazione e come il pittore olandese ci abbia tramandato nei suoi quadri un ambiente da vivere, una caratteristica che appartiene profondamente alla sua arte e che riesce oggi a comunicare più di prima.

“Non vivo per me, ma per la generazione che verrà”

Una presentazione ineccepibile quella di Patrizia Genovesi che rimarca nuovamente il suo ampissimo bagaglio culturale che le consente di spaziare tra diversi generi pittorici ed artistici. Nonostante il notevole spessore culturale delle relazioni, l’esposizione rimane fruibile a tutti e lascia numerosi spunti per riflessioni e approfondimenti.

Vi invitiamo vivamente a seguire la docente nei suoi numerosi eventi di divulgazione culturale e a informarvi sulla programmazione del Teatro Palladium.

Mauro Iule 

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