Tania Boazzelli

Tania Boazzelli

Immaginare una vita senza fotografia, ora come ora, sarebbe per me essere neppure la metà di quel che sono.

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Cara Tania, nel tempo, la fotografia è diventato il tuo mezzo espressivo preferito. Ti immagini una vita in cui ne sei privata? Posta questa distopia, come reagiresti? Quale altro canale sceglieresti?

Immaginare una vita senza fotografia, ora come ora, sarebbe per me essere neppure la metà di quel che sono. Probabilmente continuerei il mio cammino artistico attraverso un canale come il teatro, altra forma espressiva molto interessante e che forse sentirei affine a una ricerca alternativa. Ma immaginare una vita senza fotografia, no, quello resta impossibile.

"Le parole definiscono il mondo, se non ci fossero le parole non avremmo la possibilità di parlare di niente. Ma il mondo gira e le parole stanno ferme, le parole logorano, invecchiano, perdono di senso e tutti noi continuiamo ad usare senza accorgerci di parlare di niente..." (Giorgio Gaber). Cosa vogliono raccontare le tue fotografie?

A volte sono la traduzione di parole non dette, altre di stati d’animo. Tutte, ad ogni modo, sono espressione di emozioni che vivo.

Hai una carriera straordinaria sia fattualmente, a livello di esperienza maturata sul campo, che in termini di formazione. Per esempio, hai vinto una borsa di studio. Ce ne vuoi parlare? In questo frangente, qual è il progetto fotografico di cui ti sei occupata?

Ti ringrazio, per queste belle parole. Nel mio percorso di crescita professionale sento di aver conquistato più borse “di vita” che di studio. Il progetto fotografico Scatto Libero, di cui mi occupo dal 2016, ha messo in atto il mio desiderio di portare la fotografia in ambiente carcerario, in questo caso parlo di Rebibbia. Io e i miei colleghi dell’associazione abbiamo fornito basi molto semplici ai ragazzi e, consegnata loro una macchinetta fotografica analogica con rullino, abbiamo avuto modo di sorprenderci con quelli che sono stati a tutti gli effetti risultati efficaci e toccanti: ci siamo accorti che la fotografia era già, come dire, “dentro di loro”. Hanno scattato in un ambiente apparentemente privo di significante ma carico di significato, e sono riusciti a tirare fuori un alto valore di immagini. Il nostro orgoglio sarà presentare il loro grande lavoro in una mostra fotografica già programmata per il 13 e il 14 ottobre, sul muro del carcere di Rebibbia, dove vi aspettiamo con gioia per condividere energie e sinergie.

Trovi molto accattivante la fotografia analogica con i suoi tempi dilatati, la sua metodica puntale e il lasso di attesa implicato. C'è altro che ti affascina di questa tecnica?

La fotografia analogia è affascinante in ogni suo passaggio. Dallo scatto alla stampa mi sento completamente a mio agio tecnicamente e rapita nell’animo. Vedere l’immagine che affiora dallo sviluppo è un passaggio indescrivibile, a livello emotivo. Con la tecnica analogica si può davvero capire la fotografia. La amo di un amore che si rinnova ogni volta.

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?

Anzitutto, la grande Letizia Battaglia. Lo scorso novembre ho fatto carte false per partecipare a un suo workshop a Firenze. E’ veramente una maestra, per me. Ho davvero perso la testa per ciò che ha fatto, per come lo ha fatto, per la sua sensibilità artistica. E’ un esempio immenso di professionalità al femminile, una vera “fotografa”. Sono stata al Maxxi in occasione di una sua esposizione e non volevo più uscirne. Altro grande nome, Gianni Berengo, anche lui un punto di riferimento. I suoi sono capolavori. L’ho visto in mostra al Palazzo delle Esposizioni, mi sono soffermata su alcune fotografie per molto tempo, c’erano scatti che mi stregavano. Infine, la mia insegnante di camera oscura, Samantha Marenzi: è stata lei a spronarmi a curare le stampe della mostra di Scatto Libero. Per me, e non sono la sola a percepirla così, è davvero una guida, un “faro“. Ha una conoscenza fotografica di grande levatura. Durante le lezioni di stampa sembra quasi che le tue fotografie siano le sue: le ama e le apprezza con incondizionato trasporto. Devo a lei l’anello di congiunzione tra la mia passione per l’analogico e tutto il processo per la stampa in b/n.

Stefano Guindani, fotografo e fondatore di un'importante agenzia, dichiara in un’intervista: ''La fotografia è l'arte di rendere visibile l'invisibile. Il primo fotografo era un alchimista, una specie di mago, che metteva la testa sotto un telo e dietro una scatola di legno'', A causa del web e agli smartphone, siamo letteralmente sommersi dalle immagini; sei una nostalgica anche tu che spesso si siede e sfoglia gli album fotografici di una volta, oppure sei rassegnata a condividere “la vita di tutti” senza remore?

Ovviamente sono una nostalgica. Quando navighi nel bel mare dell’analogico, vivi controcorrente i tempi moderni. E’ una tecnica che ti permette di toccare tutto concretamente, dal rullino alla pellicola alla stampa che crei, e di cavalcarne passaggi e processi. Questo è stato un altro punto forte per i ragazzi del carcere, loro hanno toccato con mano tutto l’iter fotografico, ed è da questo che è nato quell’interesse in più, secondo me. Tuttavia, la contemporaneità va necessariamente seguita e gestita per informarsi, aggiornarsi e trasmettere a propria volta informazioni. Ovviamente ho il mio sito, la mia pagina facebook e instragram, vivo nel 2018 e sono strumenti imprescindibili. Tradizione e innovazione devono prendersi per mano, del resto.

Il fotografo Omar Z. Robles immortala le danze dei ballerini messi a nudo sui tetti di New York – nel progetto fotografico “Bare sky dance”, contrappone la loro elegante bellezza agli iperrealistici ambienti urbani della metropoli: progetto interessante, fattibile nella nostra capitale, in cui in ogni angolo trovi una chiesa e una decadenza urbana percepita... Sei dello stesso parere?

Ogni progetto fotografico prende ispirazione dal filo di pensiero del fotografo. Roma è un grande palco per scenografia, e la fotografia qui può permettersi tanto. Allo stesso modo penso che, se questa amata città fosse più curata e capita, avrebbe tanto altro da offrire e mostrare.

Proprio quest'anno hai dato vita a "Scatto Libero", progetto studiato per i detenuti del carcere di Rebibbia, mettendo a disposizione di ognuno l'opportunità di fare foto. Qualcosa di assoluta importanza per persone che hanno scarse o nulle opportunità di interfacciarsi con il resto della società. Come vivi tale situazione? E come concepisci i progetti di economia nonché di reinserimento dei carcerati?

Scatto Libero nasce quest’anno a livello mediatico, ma il progetto è attivo dal 2016. Ho vissuto questa iniziativa con grande entusiasmo. Il primo approccio con i ragazzi fu tanto emozionante quanto pieno d’ansia: ho visto tanti occhi diffidenti il primo giorno, intorno a me, occhi che ci guardavano in modo cauto e sospettoso, e avevano ragione. Ma eravamo lì per tendere loro una mano e avvicinarli a un mondo pieno di espressione. Pochi incontri ed eravamo in sintonia. Hanno apprezzato, si sono fatti coinvolgere e soprattutto hanno partecipato con grande entusiasmo. Il loro “scatto libero” sarà visibile alla mostra. E’ certamente un progetto ambizioso e pionieristico, il nostro. Ma crediamo fortemente che gli spunti emotivi e concreti della fotografia, basati sia sull’arte del “sentire” che del “fare” come un cerchio che si chiude realizzandosi, possano costituire un valido supporto per persone che un giorno dovranno reinserirsi in un tessuto sociale faticoso.Un’anticipazione sul prossimo progetto: sarà in digitale e il suo nome è “Ritratto di famiglia”. Anche questo ci è particolarmente caro.

In "Sul guardare", Berger porta avanti una disanima sulle valenza della fotografia e delle arti figurative. Personalmente, ne scorgi bene il confine o credi siano forme espressive correlate?

Non ho letto il libro, ma penso che siano assolutamente correlate. La fotografia nasce dalla pittura e, allo stesso modo, dalla fotografia nascono tutte le espressioni di arti figurative. Quello delle immagini è un bellissimo mondo bello e incantato, osmotico, fertile al gioco di intrecci.

Il cambio di stagione influisce sul nostro benessere. Spossatezza, nervosismo, sono tutti sintomi una sindrome vera e propria che colpisce l’86% della popolazione. La primavera e l’estate sono le stagioni più stressanti. Per quanto riguarda te, l’arrivo dell’autunno ti spinge a cercare nuovi stimoli per l'attività artistica?

Sì, il cambio di stagione per me è destabilizzante. Vivrei in primavera ed estate tutta la vita, hanno una luce che mi somiglia molto, ma da qualche tempo ho imparato ad apprezzare anche i colori dell’autunno e dell’inverno.

Ogni stagione ha un suo colore, una sua dimensione e un proprio impatto: chi cerca luce e sfumatura con occhi che sanno stupirsi, ne troverà sempre. In qualche modo e a proprio modo.

Grazie, davvero.

Chiara Zanetti

Per tutte le informazioni dell'associazione potete consultare il  sito: http://www.scattolibero.org

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