Luca De Bei

Sono abituato a inserire le mie storie in contesti di denuncia. Questo perché penso che il fatto teatrale sia importante e meriti questo impegno

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Oggi l’Unfolding Roma ha il piacere di incontrare Luca De Bei regista e autore di Nessuno Muore in scena sino al 24 Maggio al Teatro della Cometa.

Luca De Bei è forse uno degli autori più rappresentativi del panorama della nuova drammaturgia in Italia, Nel 2001 vince il Premio Flaiano e nel 2002 il Premio Europeo per la Drammaturgia del Festival di Heidelberg, mentre nel 2011 vince il Premio Le Maschere come “Migliore autore di novità Italiane” per Le mattine 10 alle 4.

Cerchiamo di conoscerlo meglio.

Ciao Luca e grazie per il tempo che ci concedi, in questi giorni è in scena Nessuno muore la tua ultima creatura, vuoi parlarne brevemente ai nostri lettori…

R: _ “Nessuno Muore” è un intrico di storie. Otto storie e otto personaggi. Le storie si compongono in scene a due, e pian piano vengono fuori i collegamenti fra i vari personaggi. Sono storie a tinte forti, ma anche tenere, divertenti che raccontano i nostri tempi e la nostra società, magari da una visuale un po’ estremizzata.

Nessuno muore ci offre una visione della società contemporanea, non ci sono fronzoli o simbolismi, tutto è mostrato con crudezza e senza mezzi termini senza rinunciare a momenti più leggeri. Volevi esattamente questo…

R: - Certo, ho voluto portare i personaggi e le situazioni alle estreme conseguenze perché ciò che rappresentano fosse più incisivo e anche più teatrale.

Ho percepito e mi è piaciuto molto il forte impegno sociale. E’ solo la rappresentazione di ciò di cui la gente ha bisogno o è uno stimolo che volevi lanciare allo spettatore…

R: - Sono abituato a inserire le mie storie in contesti di denuncia. Questo perché penso che il fatto teatrale sia importante e meriti questo impegno. Inoltre, attraverso la poesia del teatro si può più facilmente raggiungere il cuore e le menti delle persone. Insomma, a volte serve più uno spettacolo che una manifestazione di piazza.

In fondo la frase “nessuno muore” l’ho trovata una frase di speranza però alla fine “qualcuno” muore….

R: - No, nello spettacolo non muore nessuno. Non fisicamente almeno, ma ci sono altre morti, morti metaforiche che parlano di rinnovamento, di cambiamento, anche se solo pochi dei personaggi arrivano a questa consapevolezza.

Molti spettacoli ormai sono basati su due tre al massimo quattro personaggi, tu hai raddoppiato la sfida. Un ottimo cast che hai gestito eccezionalmente, come mai hai deciso di affrontare una sfida però con 8 personaggi dagli intrecci serrati…

R: _ Per uno scrittore, e poi per un regista, è dura affrontare sempre testi e spettacoli con pochi attori. E’ come chiedere a un musicista di suonare con poche note… insomma questa volta mi sono voluto prendere il lusso di raccontare una storia non con solisti ma con una grande orchestra.

Nel tuo spettacolo c’è anche la violenza che purtroppo vediamo anche dal vivo come nei fatti dell’Expo o delle contestazioni al governo tenutesi a Bologna cosa ne pensi a riguardo…

R:- La violenza è un’espressione, fa parte della natura umana. Quello che stupisce e inquieta è che pare sia diventata l’unica risposta al disagio e alla rabbia. In tutto ciò questa nostra società è fortemente responsabile, visto che non è capace di dare alla gente, e soprattutto ai giovani, strumenti costruttivi. Del resto, ciò è il risultato anche dell’azione della nostra classe politica, quasi interamente arroccata sui propri privilegi e interessi, e mai come oggi disinteressata ai problemi della gente.

Hai esordito come autore e regista a New York nel 1990 quali sono le differenze più rilevanti tra il teatro italiano e quello americano e torneresti negli Stati Uniti per un nuovo spettacolo…

R: - Negli Stati Uniti il teatro fa parte del tessuto sociale, e le storie in massima parte riflettono ciò che è la società. Non si fa teatro archeologico, come in Italia dove il 90 per cento dei cartelloni dei teatri ufficiali è composto di classici, ma si pretende dagli autori che raccontino la realtà. Certo che tornerei a lavorare negli Stati Uniti, anche se il mio mondo ormai è qui.

Dopo questo spettacolo quali sono i tuoi prossimi progetti professionali

R:  Ho un grosso progetto, molto importante. Ma non posso ancora parlarne, anche se tra una ventina di giorni una conferenza stampa (di cui si parlerà molto, qui a Roma… questo è garantito) svelerà il mistero…

Alessio Capponi

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