Sulla Diatriba Antonio Conte-Italo Cucci

Ciascuno è sì libero d'esprimere il proprio pensiero, ma rispettando gli altri. Comunque, signori, stiamo calmi!

stampa articolo Scarica pdf

Signori, stiamo calmi!

Queste sono le parole sufficienti a commentare la “diatriba” tra Antonio Conte e l'illustre giornalista Italo Cucci, “reo” d'aver pubblicato una mail nella quale un lettore esprimeva la sua opinione relativa all'eliminazione dell'Inter dalla Champions League usando un termine poco elegante verso l'allenatore nerazzurro.

Da qui è iniziato il contenzioso, con l'ex CT azzurro che non ha affatto preso bene la pubblicazione di tale mail, forse anche perché Cucci, rispondendo al lettore, affermava che, cedendo Icardi, l'Inter ha buttato via la Champions.

Chi ha ragione?

Tutti e nessuno.

Tutti nel senso che ogni cittadino è libero di esprimere la propria opinione (articolo 21 della Costituzione): tuttavia, ciò non significa che chiunque, con la scusa del “posso dire quello che penso”, sia legittimato a usare termini offensivi.

Purtroppo, però, tante persone sono convinte di ciò, come sono convinte che “a casa mia faccio ciò che voglio io”: no, signori, a casa vostra fate ciò che volete solamente nel rispetto della Legge, quindi non potete (usando un'iperbole a mo' d'esempio) sentire lo stereo al massimo volume nel cuore della notte.

Ha ragione, quindi, anche Conte ad offendersi.

E perché non ha ragione nessuno?

Perché forse (forse) sarebbe stato meglio non pubblicare tale mail, oppure pubblicarla, ma avvisando il lettore che si sarebbe provveduto ad eliminare tale termine offensivo.

Anche Conte avrebbe torto?

In assoluto no: chi ha piacere a venir insultato?

Ma, visto che ormai si era davanti al fatto compiuto, sarebbe probabilmente stato più saggio risolvere il tutto in maniera meno eclatante, magari con una semplice telefonata chiarificatrice.

In sintesi, ci auguriamo che la "frattura" tra il grande giornalista e l'allenatore si ricomponga e che tutto si chiarisca.

Abbassiamo i toni e stiamo calmi!

Giuseppe Livraghi

© Riproduzione riservata