Scompaio

Tanti mondi in uno, il futuro è negli occhi dei giusti. La recensione di Unfolding Roma

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Sacrificio, spirito, semplicità. Tre parole chiave che tra nostalgia e occhi lucenti raccontano la società sconclusionata di oggi. Ciò che sfugge è non vedere.

Sotto la cornice della Mole Adriana di Roma il 30 maggio si è aperto il Fringe Festival 2015. Teatro, cultura, poesia e musica che si sviluppano durante il pomeriggio fino a tarda notte con l’opportunità di girare tra stand e arte fino al 12 luglio.

Alla presenza di personaggi dello spettacolo, tra i quali l’associazione artisti 7607, delle istituzioni che si sono prodigate nell’organizzazione del grande evento a livello internazionale, il Direttore Artistico Davide Ambrogi, chi si occupa della comunicazione, Marta Volterra, e del Comitato Organizzativo tutto, l’apertura del Fringe è stata una festa e molta gente si è riunita intorno a essa.

Unfolding Roma, Art magazine on-line ha cominciato il suo lavoro il 1 giugno con Scompaio di Francesca Romana Miceli Picardi, in programmazione il 31 maggio, 1 e 2 giugno al Palco A.

Testo denso e ricco ove ogni mondo si rende vivo e reale. La stessa autrice recita accanto a Manola Rotunno in un incantevole cornice, senza fronzoli né imbelletti estremi. Una barbona e una ricca signora dell’alta società.

Due sedie in vimini, un tavolo tondo con una ricca tovaglia ricamata, un servizio da tea proveniente dalla Cina e una libreria con su degli oggetti. Sulla sinistra del palco una realtà borghese, kitsch, la quale bada all’apparenza senza dare importanza a un oltre definibile e essenziale. Beatrice incarna bene questa dimensione mediante i suoi discorsi, il suo vestito così opulento e tanto tanto rancore nei confronti del passato poco esternato. Non si poteva esprimere, solo tacere e accettare per la vita che si è scelta di vivere. Solitudine interna a cui dare poca importanza e visibilità.

Alla destra una barbona ai margini della vita. Laura in carne o ossa osserva il pubblico. Lo cerca, lo chiama. Movimenti, discorsi strampalati, senza un filo logico, disseminano un senso di purezza, di poesia, di dolore. Pensieri di ogni giorno. Quei pensieri così delicati che lasciano trascorrere la giornata per addormentarsi poi. Ristorarsi quel poco per stare svegli la notte perché i rumori intorno non sono rassicuranti. Lo stupore nel vedersi specchiata sulle porte di una vetrina di un negozio. Ecco, lì, l’eccitazione. Per ricordarsi un viso dimenticato.

Uno spettacolo che racchiude in sé mondi. Sguardo sulla realtà, osservazione attenta e precisa di ciò che è la nostra società. Due estremi, due ambienti opposti che in dissolvenza vivono di ricordi, di tempi remoti, interloquendo ognuno nel proprio universo.

La regia pulita di Alfredo Agostini rende la lettura del testo intensa e coinvolgente. Gli spettatori sono attenti. Nel silenzio ascoltano, ridono solo a quelle battute ironiche intercalate per sdrammatizzare.

Solo il palco, solo le attrici. Emozione e trasporto in un’altra dimensione di riflessione, di trasporto e di oblio. Un plasmarsi all’interno del contesto sviscerato e raccontato da voci estranee di chi ha vissuto difficoltà e disagi e si è risollevato grazie alla carità.

I lampioni dei giardini di Castel Sant’Angelo sono i riflettori. Il faro blue è effetto. Lì, i monologhi si alternano. Beatrice ricorda Laura, la figlia, e ciò che non ha vissuto con lei quando era piccola. Laura ricorda la sua vita. Il matrimonio, il marito decide tutto, la ricchezza, la finzione. Lei rimaneva all’ombra. Una personalità non espressa che si chiede dove era mentre scompariva ogni giorno per recitare convenevoli.

Un habitat ovattato che ha donato protezione dando importanza alla bellezza, da coltivare sempre, e dove l’esteriorità si costruisce intorno alla fortuna. Si ha tutto ma in fondo non si ha nulla.

Si scappa portandosi la depressione dentro, non curata o curata male e la speranza che gli angeli della notte ti portino un pasto caldo, ti invitino alla Caritas per quelle docce calde e fugaci.

Interessanti i saluti finali. Applausi lunghi e scroscianti mentre le due attrici si scambiano i posti. Laura nel salotto di Beatrice, Beatrice nel nulla di Laura, solo buste e una cassetta di plastica.

Verrebbe da pensare che sarebbe ora di provare a invertire i ruoli per provare a immergersi nelle altrui realtà. Scopriremo, così, che essere diversi da sé stessi non sarebbe soddisfacente neanche per un istante.

Grazie a Flavia Marassi per il trucco, a Vanessa Lentini per l’audio e le luci e a Manuela Giusto per le foto di scena.

Annalisa Civitelli

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