Coronavirus, Il Vaccino E L'orrore Della Sperimentazione Animale

Coronavirus, Il Vaccino E L'orrore Della Sperimentazione Animale

Tra scienza ed etica: analisi di una sempre più incoerente ed anacronistica crudeltà

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La pandemia ha portato con sé paura, dolore ma anche molte incertezze, spesso incoerenze e troppe informazioni errate e, ad oggi, si brancola nel buio. Tra le pochissime, incontrovertibili certezze emerse dall’inizio del fenomeno epidemico, troviamo la comunicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativa alla impossibilità di trasmissione del virus da animali all’uomo: “gli animali da compagnia o animali domestici non possono diffondere il virus che causa COVID-19.” Sul website del Ministero della Salute si legge a chiare lettere: “l’attuale diffusione del Covid-19 è il risultato della trasmissione da uomo a uomo.” Per far comprendere a tutti gli strati sociali questo fondamentale assunto, sono state attivate numerosissime campagne di comunicazione su tutti i mass media, social inclusi.  Campagne che hanno più e più volte sottolineato a chiare lettere che, non solo gli animali non possono trasmettere il virus ma che questo è uno dei rari casi in cui è l’uomo che può infettare l’animale. L’uomo è l’untore dunque, non l’animale. Gli animali possono essere infettati in forma lieve e questo dovrebbe essere un elemento positivo ma di fatto non lo è: contrarre la malattia in forma lieve infatti, ha fatto di loro eccellenti soggetti per testare, provare, sperimentare il vaccino. Ancora una volta insomma, cavie alla mercè umana.

Lo ha annunciato candidamente il virologo Roberto Burioni durante una puntata della trasmissione “Che tempo che fa” nella quale ha affermato: “Il punto è che se gli animali possono contrarre il Covid-19 in forma lieve, come pare essere accaduto a un gatto e a una tigre, ciò ci permette di avere un notevole vantaggio sulla sperimentazione dei vaccini". Salvo poi rendersi immediatamente conto di non aver avuto una felice espressione ed aggiungere: "Nel rispetto degli animali e senza farli soffrire, potrebbe sperimentare i vaccini su di loro per vedere se sono protetti". Infine, come ciliegina sulla torta ha sentenziato: "una delle cose che ha rallentato moltissimo la ricerca di un vaccino contro Hiv, il virus che causa l’Aids, è stata la mancanza di modelli animali. Per questo virus, invece, potremmo averli. I nostri amici a quattro zampe potrebbero darci una mano fondamentale nello sconfiggere questa malattia”.

Ora, una dichiarazione formulata in toni così gentili, non solo si scontra irrimediabilmente con la cruda, anzi crudissima realtà ma soprattutto cela al suo interno un mondo sconosciuto ai più. Un mondo fatto di orrore e dolore, di sangue e di morte, di sofferenza e di torture. Un mondo nella quale i “nostri amici a quattro zampe” non danno una mano a sconfiggere la malattia ma, semplicemente sono utilizzati, sfruttati, spesso torturati nel nome di quella parte di ricerca scientifica che non vuole vedere le possibili e soprattutto già esistenti alternative all’inutile dolore di creature innocenti. Al Professor Burioni ha risposto prontamente Piera Rosati, Presidente LNDC Animal Protection: “Apprezzo che il Professor Burioni abbia precisato che non intende far soffrire gli animali per tale sperimentazione, ma vorrei proprio capire come pensa di fare. Per svolgere studi di questo tipo, infatti, i gatti dovrebbero essere tenuti in gabbia presso gli stabulari e già questo sarebbe sicuramente causa di sofferenza e stress per i poveri felini. Inoltre, una volta inoculato un vaccino in fase di studio, potrebbe sorgere qualsiasi forma di effetto collaterale indesiderato che potrebbe causare problemi di salute, anche gravi, all’animale”.

Attualmente non esistono informazioni chiare sulla sperimentazione animale del vaccino per il Covid19. Di sicuro sappiamo che i test si stanno svolgendo in Italia e nel mondo ma non sappiamo esattamente in quali istituti di ricerca e, soprattutto, non conosciamo le metodologie. Sappiamo che si stanno utilizzando macachi, topi e gatti ma anche furetti, come nel caso dell’Australia e sappiamo che la sperimentazione procede almeno da otto settimane. Ancora una volta dunque la ricerca nasconde gli orrori che sono perpetrati sugli animali per ottenere risultati incerti e che in moltissimi casi non sono risultati efficaci al 100% sull’uomo. Una sofferenza praticamente inutile dunque che pone due ordini di problemi: quello scientifico e quello etico. Partiamo dal problema scientifico: ora, è chiaro che il virus necessita di essere arginato e debellato ma a quale prezzo? Soprattutto quanta efficacia possono avere vaccini testati su altre specie?

L’essere umano infatti è morfologicamente, anatomicamente e geneticamente differente da un topo, come da un qualsiasi altro animale di una specie diversa da quella umana. Sono differenti le strutture corporee, le funzioni degli organi, il metabolismo ed il ciclo cellulare, quindi su quale base si può pensare che un test risultato positivo su un topo sia efficace anche su un essere umano? Non tutti sanno che i topi sono gli animali più utilizzati nella sperimentazione scientifica semplicemente perché sono piccoli, maneggevoli, si possono facilmente reperire sul mercato, e, con altrettanta semplicità si possono trasportare, stabulare e manipolare geneticamente, infine, costano poco. In media infatti, un topo di 10-12 grammi costa circa 5,00 €. I prezzi salgono se si scelgono ratti geneticamente modificati che possono arrivare a costare circa 300,00 euro. Si, perché un'altra verità che non tutti conoscono che gli animali da laboratorio spesso nascono in laboratorio, cioè vengono fatti nascere per essere torturati e uccisi. Infine, i topi hanno una vita breve di circa tre anni e quindi le malattie tendono a svilupparsi molto più velocemente nei loro corpi. I numeri sono da brivido: ogni anno sono 192,1 milioni gli animali allevati e uccisi per mero scopo sperimentale nel mondo, 22 milioni in Europa, quasi 600'000 in Italia e bisogna tener conto che questi dati sono sottostimati perché non includono molte categorie/specie. Michela Kuan, biologa e Responsabile LAV Ricerca Senza Animali, ha specificato che i virus sono “parassiti cellulari obbligati”, quindi “non sono in grado di replicarsi autonomamente dato che hanno la necessità di utilizzare le strutture della cellula ospite affinché possano compiersi le diverse fasi del ciclo replicativo. Di conseguenza è fondamentale studiare gli umani per guarire/proteggere gli umani e non basarsi su fuorvianti investigazioni su altre specie come ratti, topi o scimmie che distano fortemente dalla nostra, determinando errori grossolani e rilevanti ritardi nelle scoperte scientifiche”. Non solo, Kuan ha sottolineato che “il modello sperimentale animale è un approccio datato, costoso ed estremamente lento che ostacola lo sviluppo di farmaci e vaccini, tanto che alcune procedure (gli stessi nuovi test o ri-sperimentazione su animali di sostanze già in uso) e i tempi di alcune fasi delle sperimentazioni, sono stati modificati o tagliati dalle Autorità.”

Ad oggi insomma, è stato più volte confermato che la tortura e la morte di molti animali non è servita a curare anzi, ha inflitto danni devastanti all’uomo. I casi di farmaci che hanno superato i test sugli animali ma non sugli uomini sono infatti molto più frequenti di quanto si possa pensare: negli anni Sessanta, il tranquillante Talidomide, causò la nascita di dieci mila neonati deformi, nel 1973 lo spray Isoproterenol uccise migliaia di asmatici. Più recentemente si è aperto il processo sul caso del Mediator, il medicinale utilizzato per la cura del diabete che è stato ritirato dal mercato lo scorso 14 ottobre perché in Francia avrebbe provocato circa 1.000 morti. L’elenco, anche in tempi molto recenti, sarebbe ancora lunghissimo. Tutti farmaci che avevano superato il test sugli animali ma che sull’uomo ebbero effetti distruttivi. I ricercatori hanno spesso definito questo fenomeno con la triste locuzione “margine di errore imprevedibile”, peccato che per questo “margine di errore prevedibile” siano stati torturati e massacrati migliaia di animali innocenti.

Nel 2010 la LAV ha prodotto un interessante documento dedicato proprio al fallimento della sperimentazione animale, tredici meticolose, attente e curatissime pagine tra le quali si può leggere: “Un’indagine statistica, condotta tra il 1991 e il 2000, ha dimostrato come solo il 10% dei farmaci che riusciva a passare ai test clinici, veniva, poi, approvata dalle farmacopee (complesso di disposizioni tecniche e amministrative rivolte a permettere i controlli di qualità) europee e americane. Nel 2006 Mike Leavit (US Secretary of Health and Human Services) ha sottolineato, in un comunicato stampa, l’alto indice fallimentare legato a questo campo della ricerca - Al momento, il 90% delle nuove molecole che passano ai test clinici fallisce, questo è dovuto alla inaffidabilità dei test condotti sugli animali sulla quale si basa la predittività per l’uomo. Inoltre, della piccola percentuale dei nuovi composti che passa alla fase clinica, più della metà mostra affetti avversi non diagnosticati durante i test precedenti e vengono, quindi, eliminati o modificati nella etichettatura di vendita”.

Se l’indice fallimentare è così alto, perché si continuano ad utilizzare animali sprecando così tempo, denaro e soprattutto cagionando inutili decessi e sofferenze?

Si è espressa in merito la National Anti-Vivisection Society degli USA che in un interessante articolo, del quale riporterò solo alcuni stralci, scrive: “le risposte sono molte e diverse ma si possono ricondurre ad un'unica ragione di fondo: i soldi. Malgrado sia dimostrato che la sperimentazione animale è una metodologia sbagliata, essa continua perché è di interesse economico per gli scienziati, e per un gran numero di altre entità coinvolte: università, industrie farmaceutiche, riviste scientifiche, allevatori, avvocati e mezzi di informazione. Tutti quanti traggono un guadagno, diretto o indiretto, dalla ricerca su animali e quindi hanno un concreto interesse nel mantenere lo status quo. […] Considerate il ricercatore la cui sicurezza del posto di lavoro e il cui prestigio si basano sul numero di articoli scientifici che pubblica. A differenza della ricerca clinica (che si basa sui dati ricavati dall'osservazione degli esseri umani), la sperimentazione su animali permette di ottenere risultati in tempi brevi e con minor sforzo. Si stima che per ogni articolo scientifico che un ricercatore clinico può produrre, un ricercatore su animali ne può produrre cinque. Questo perché la ricerca su animali richiede meno tempo: la vita degli animali è molto più breve di quella umana e le malattie si sviluppano di conseguenza più in fretta. Sebbene sia il profitto la motivazione principale che spinge i ricercatori a condurre esperimenti su animali, non si tratta solo di questo. C'è anche l'inerzia. Le persone e la società in generale tendono ad opporsi al cambiamento. […] Molti "scienziati" sono legati alla tradizione e questa considera l'uso degli animali nella ricerca un metodo appropriato. Gli scienziati che si rendono conto della completa inutilità della sperimentazione animale sono messi a tacere, e chi rifiuta questa censura mette la propria carriera in grave pericolo. Quando una compagnia sviluppa un nuovo composto che potenzialmente può avere effetti terapeutici per gli umani, vengono finanziati (con milioni di dollari) degli istituti di ricerca accademici per studiare il farmaco attraverso ricerche su animali. Se il composto passa i test animali, si procede con i test clinici e infine si approda al mercato dove si generano incredibili profitti per queste case farmaceutiche. I test su animali vengono usati per poter passare velocemente alle prove cliniche, garantendo al contempo una copertura legale alle aziende farmaceutiche. Questi test vengono usati come prova, a favore o a discapito a seconda delle convenienze, quando ci sono delle cause legali contro le case farmaceutiche (o contro lo stato) in conseguenza di qualche effetto collaterali imprevisto dei farmaci messi in commercio. I test su animali servono cioè a proteggere le compagnie in caso di azioni legali, per evitare un risarcimento danni che potrebbe comportare un enorme dispendio di denaro. A fronte dei pochi beneficiari di questa rete di profitti, si contrappone la vasta la schiera dei perdenti. Un enorme numero di animali condannati ad un destino crudele. Malati che potrebbero beneficiare di una cura che viene invece ritardata dalla macchina della sperimentazione animale, la quale finisce per renderli vittime essi stessi come gli animali. I soldi delle tasse dei cittadini che vengono sprecati nella sperimentazione su animali finanziata dal governo, mentre vengono tagliati molti programmi utili per mancanza di fondi.”

Vista l’evidente inutilità del sacrificio animale, ad oggi, esistono alternative?

Sempre più spesso sono gli stessi scienziati a fornire risposte utili e soprattutto coerenti, ancora una volta è la biologa Michela Kuan ad intervenire spiegano con estrema chiarezza tutte le possibilità per una scienza realmente innovativa: “La scienza deve evolvere – spiega Kuan – soprattutto in momenti eccezionali come questo, per rispondere con l’utilizzo di modelli di ricerca predittivi, rapidi e sicuri, alle problematiche sanitarie emergenti ed è grazie al sostegno delle NAT-non-animal-technologies, o meglio, new-approaches-technologies che un’alternativa sicura può, e deve, essere garantita ai cittadini permettendo la messa a punto di vaccini e farmaci anche con metodi di ricerca senza animali, per giungere poi sicuri alla comunque inevitabile sperimentazione sull’uomo per i prodotti destinati all’uomo”.

Dagli articoli scientifici della LAV scopriamo che un team di ricerca italiano ha “implementato la metodica di identificazione di anticorpi monoclonali che possono essere testati in saggi in vitro, sia contro le specie batteriche sia contro quelle virali, ha reclutato pazienti convalescenti o guariti da CODIV-19 per prelevarne il sangue, utilizzato poi, per isolare le cellule B, produttrici di anticorpi monoclonali. Analizzare il virus e la sua diffusione basandosi sullo studio della nostra specie è un passaggio fondamentale, perché la complessità del sistema immunitario dell’uomo riflette il lungo percorso evolutivo durante il quale siamo venuti a contatto con agenti microbici come virus e batteri.” Mai come ora dunque, in un momento così grave, il ruolo della scienza diviene fondamentale per affrontare la crisi sanitaria in atto ma la salvaguardia della vita umana deve passare attraverso un approccio innovativo ed in grado di guardare al presente ed al futuro basandosi sulla Non-Animal-Technologies. LAV si è unita all’appello internazionale sostenuto dalle coalizioni europee di cui fa parte - Eurogroup for animals, Cruelty Free Europe e la statunitense Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) - per chiedere all'Organizzazione Mondiale della Sanità di “coordinare e mettere in atto un'efficace ricerca con modelli human-based, e di evitare inutili e dolorosi test su animali per lo studio del vaccino contro il COVID19. E se in futuro dovesse verificarsi – come è probabile – una nuova pandemia, dovremo essere preparati con modelli realmente utili per l'uomo, che consentano un processo di sviluppo di farmaci rapido e affidabile, sia per la sicurezza umana che per gli animali, sfruttati per una scienza che non è all'altezza delle sue promesse.

L’analisi del vaccino inoltre, non può prescindere dal problema di carattere “temporale”: i tempi per la commercializzazione di un vaccino infatti, non saranno certo brevi. Nel migliore dei casi, si considera almeno un anno a partire dalle sperimentazioni, questo vuol dire che, con ogni probabilità, il virus si sarà già evoluto. I virus sono infatti, ‘adattogeni’, cioè si modificano sul corpo di ogni persona, motivo per cui i vaccini non possono essere definitivi, al massimo possono modificare il decorso della malattia. La maggior parte dei virus sono RNA, cioè portatori d’informazioni, ovvero vanno a prendere informazioni sugli altri. Nel caso in cui il virus fosse DNA si riuscirebbe a risalire alla sua derivazione. Questo coronavirus è un virus RNA quindi anche se si trovasse un vaccino, non sarebbe detto che possa funzionare. Vi è poi il problema etico, annosa questione sulla quale sempre più spesso si preferisce chiudere gli occhi o infilare direttamente la testa sotto la sabbia: la visione antropocentrica dell’uomo è da sempre il suo più grande limite. La pretesa superiorità dell'uomo rispetto ad altre specie è scientificamente ed eticamente priva di qualunque fondamento. La presunzione che l'uomo sia l’unico detentore della verità e del diritto si basa sull’assunto che l’uomo sia l’unico possessore di una coscienza del sé, assunto che affonda le sue radici nell’ignoranza e che oggi risulta ancora più anacronistico e fuori luogo. Attualissimo in tal senso il passaggio dei Parerga e Paralipomena di Schopenhauer che scriveva: “Questa dedizione totale al presente, propria degli animali, è la precipua causa del piacere che danno gli animali domestici. Essi sono il presente personificato e ci rendono accessibile il valore di ogni ora di pace e di tranquillità, mentre noi con il nostro pensiero il più delle volte andiamo al di là di essa e la lasciamo passare inavvertita. Ma questa proprietà degli animali, di essere soddisfatti più di noi della pura esistenza, viene abusata e spesso così sfruttata dall’egoismo e dalla crudeltà dell’uomo che questi non lascia più loro nulla, nulla al di fuori del puro esistere: l’uccello, che è organizzato per traversare a volo mezzo il mondo, è da noi chiuso in un breve spazio, dove esso muore lentamente e grida spasimando verso la libertà (…), ed il cane, il suo intelligente amico, è da lui legato alla catena! Io non posso mai vedere questo senza un’intima pietà per il cane e una profonda indignazione per il suo padrone”. La presunzione dell’uomo di intervenire arbitrariamente su altre specie, sulla natura e sull’ambiente ha come tragica conseguenza anche il Covid19: non si sta evidenziando in modo adeguato infatti, quanto il contesto ambientale possa influire sulla diffusione del virus. Recenti studi infatti, hanno dimostrato la correlazione tra la capacità di diffusione e il particolato atmosferico, che funziona da vettore di trasporto per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. La distruzione sempre più ampia degli ecosistemi e la folle sostituzione gli allevamenti intensivi è causa diretta di inquinamento e conseguenti cambiamenti climatici. Nell’illusione di una visione antropocentrica positiva, questa dovrebbe essere improntata alla salvaguardia ed alla tutela dell’ambiente in cui viviamo e non alla distruzione dello stesso. Uccidere non aiuterà il pianeta né le malattie. “Abbiamo aperto le porte ai virus che rispondendo al loro istinto primario, si replicano senza più barriere – afferma la Dr.ssa Kuan - Non abbiamo imparato nulla da Rabbia, Ebola (purtroppo ancora tristemente in corso anche se nessuno ne parla), Aviaria, Suina, Sars, Marburg e Aids perché per uscire da questo circuito sempre più pericoloso non basta rincorrere un vaccino, ma bisogna avere un piano a lungo termine che protegga gli ecosistemi e tutti quelli che ci vivono. Tutelare gli animali e l’ambiente, e quindi la salute, non è una battaglia degli animalisti, ma deve essere un impegno concreto di tutti. Di tutti, senza se e senza ma.”

Di Erika Gottardi

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