33

Il tono della voce è la voce dell’anima. La recensione di Unfolding Roma

stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

Lotta di supremazia che primeggia su valori e stati d’animo. Ripetizioni, movimenti sincronici di danza e di spazio, toni di critica verso social network, skype, i ritocchi su Photoshop, i mi piace: la famiglia della rete. Un guazzabuglio dal quale destarsi in massa. La celebrità in vita, l’attimo vissuto.

Roma. Fringe Festival 2015. 21, 22 e 23 giugno, Palco A.

La prima parola che ci viene in mente è qualità. Un lavoro onesto che interpreta un mondo. Una cornice da passerella di moda ci introduce in 33, visione poliedrica a 360 gradi. Un calderone di elementi che solo chi comprende il vocabolo oltre può mettere in opera. E il coraggio ne denota l’oltraggio che noi stessi facciamo alla società stravolgendola di effimeri stereotipi emulati e idolatrati.

33, infatti, è forte, d’impatto, è una scelta, è un insieme, è un tendere-estendere, è attendere, è omologazione, è profondo, è emozionante, è critica, è tragico, è allontanamento, ma anche invito a rivivere lo spirituale della nostra religione in modo onesto e sincero. Pulito.

Ce lo conferma l’immensa ricerca svolta per giungere alla performance completa. Anche i costumi ne sono parte e vita giocando sull’alternanza del bianco e del nero. Pantaloni neri e magliette bianche scritte e disegnate a mano da tutto il cast. Contestualizzano un passo del vangelo in latino, greco, inglese, alfabeto copto e ebraico.

Mentre invece i simboli sulle magliette nere, cuciti a mano, richiamano due punti interrogativi, la stella di David, una croce e la mezzaluna dell’Islam a significare che anche il punto di domanda può finire con l’essere motivo o scusa di guerra.

Un Dio-Donna è l’essenza. Forse perché bisogna rinascere dal grembo materno, incarnato da Francesca Frascà. Struggente interpretazione soprattutto per l’espressione di dolore che l’attrice porta sul suo volto e la sua figura androgina.

Recitazione, arte, danza e giocoleria inebriano. La coordinazione è perfetta perdendosi nella regia e nella drammaturgia stessa dell’opera artistica sia nella gestione dello spazio che nel filo continuo il quale unisce la coreografia tutta.

Uno stimolo, più che un vincolo, a fare pulizia dentro di noi, esternamente e socialmente. Riconoscere il giusto, internamente, per tendere verso l’unione. Essere uguali e differenti in qualcosa è la celebrità della vita, l’attimo.

Si riconoscono sistemi sbagliati, comportamenti mediante le parole. Giochi e intrecci di mani sono implacabili come il continuo bombardarsi di programmi sterili dove il divo di turno, adulato, è chi presenta.

Fabio Filosofi del Ferro oltre a essere l’autore di 33 è parte del cast. Come conduttore di un programma TV rientra nel ruolo risaltando una mimica facciale intensa e inerente. Chiede ai partecipanti di raccontare le loro vite al pubblico sempre curioso e in attesa di qualche gossip interessante. Perché raccontarci a sconosciuti? Perché buttare in piazza le nostre vite?

Tommaso, Daniel Plat, è un padre di famiglia divorziato e con figli, Maddalena, Eleonora de Longis, è un’evidente vamp rinchiusa nella sua macchina del corpo. Non sa come uscirne e un uomo tira l’altro. Riprende bene le pose, sentendosi diva e padrona di sé. Pietro, Massimo De Filippis, è un altro personaggio che sputtana la sua vita al popolo, abbandonato dai genitori.

Diego Deidda e Raffaella Zappalà sono lo sfondo della superficialità e dell’egoismo che inducono alla solitudine. E’ brutto rimanere soli e sugli ormai si sputa la verità, ma come?

Intriganti i passaggi di danza. Sofferenti. Ma quelle fasce bianche in cui ci si annoda alla vita e si rotola, invitano al patibolo, alla propria afflizione e avvicinano alla morte del Cristo che nessuno ascolta più, ma viene abbandonato e ricercato solo nella necessità. Negli occhi di chi?

Deriso come nella scena dell’ultima cena. Prologo in cui rosso, nero e bianco spiccano smascherando volti. Calze bucate agli occhi e dipinte con un sorriso rosso e sopracciglia nere in contrapposizione alle reti scure per coprire i volti dalla nostra vergogna che rende ciechi gli uni verso gli altri. La crociata moderna simboleggiata da emblemi sulle t-shirt nere escludendo e uccidendo il messaggio spirituale.

Davvero un esempio di teatro sublime e completo che porta a pensare a quella struttura e a quella piacevolezza che nel contesto storico attuale siano capitoli di cui tener conto. Arricchito dal contorno descrittivo e ritmico, guidato dalla maestria e dall’occhio assertivo di Gianni Licata che cura la regia e la colonna sonora, editing musicale di tracce tecno anni ’90-2010.

Ciò che entra dentro è la sensazione di ascoltare i Salmi, come in Chiesa. Infatti, essi, riscritti e rivisitati ripercorrono i Vangeli e le Beatitudini. Solo la struttura della messa, della processione guidata da Pietro, Guardateli e ridete, è fedele secondo il sentire del regista.

Di certo tutto ciò che viene recitato durante le celebrazioni eucaristiche non viene detto. Sarebbe sacrilegio. L’idea è interpretare un mantra, guardateli e ridete, sviluppando una derisione imperante della persona diversa o debole che tutt’oggi sembra essere imperativo categorico, secondo l’idea del regista.

Ancora non ci capacitiamo del perché dell’esclusione di 33. Viene da domandarsi dove risiede la capacità di concentrare argomenti così ampi in 50 minuti. Ma ci auguriamo che lo spettacolo possa venire condiviso da tutti nella sua interezza espressiva. Perché svegliarsi significa lottare.

Testo, Fabio Filosofi del Ferro, regia, Gianni Licata, con Massimo De Filippis, Diego Deidda,

Eleonora de Longis, Fabio Filosofi del Ferro, Francesca-Liv Frascà, Daniel Plat e Raffaella Zappalà.

Annalisa Civitelli

Foto spettacolo gentilmente concesse da Marco Lausi

Per la locandina si ringrazia OD2 photos

© Riproduzione riservata

Multimedia