L’allegoria Del Teatro E Della Vita Nel Film Kadaver - Recensione Di Flaminio Boni

L’allegoria Del Teatro E Della Vita Nel Film Kadaver - Recensione Di Flaminio Boni

Andrà tutto bene. Come fai a esserne sicura? Devo esserlo per forza. In Kadaver è possibile riscontrare un’allegoria del teatro e della vita, soprattuto alla luce di questa seconda ondata di pandemia da coronavirus che ha investito il mondo

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Kadaver è un film del 2020 diretto da Jarand Herdal trasmesso da Netflix che, nonostante tradisca la propria intenzione di appartenere al filone horror e risulti forse troppo ambizioso, fa riflettere molto, soprattutto in un periodo come questo, in piena pandemia e con i teatri chiusi, riservando interessanti spunti e suggestioni.


La storia si svolge in una imprecisata città norvegese rasa al suolo dopo un conflitto nucleare. In uno scenario post apocalittico e distopico, i pochi sopravvissuti vagano per le strade alla disperata ricerca del cibo e di alloggi sicuri.


Sopravvivere è dura, la realtà fuori è truce; Leonora (Gitt Witt), ex attrice, suo marito Jacob (Thomas Gullestad) devono difendere il proprio rifugio e e la figlia Alice (Tuva O. Remman).


Attratta da un imbonitore che propone per poche monete uno spettacolo teatrale presso il lussuoso albergo che sovrasta la città, durante il quale potranno anche mangiare, Leonora, per cercare di distrarre Alice e tenerne viva l’immaginazione, decide di acquistare i biglietti.


Il proprietario dell’albergo e impresario è l’ambiguo Mathias (Thorbjorn Harr). All’interno dell’albergo Mathias ha organizzato un risto/teatro: una compagnia di attori metterà in scena uno spettacolo itinerante mentre gli spettatori, che indosseranno una maschera per differenziarsi dagli attori, li seguiranno lungo corridoi e dentro le duemila stanze della struttura.


Ovviamente, nulla sarà quello che sembra: lo spettacolo è solo un modo per catturare le persone e farne cibo.


Kadaver è un buon film, anche se non un horror a tutti gli effetti: non fa esattamente saltare sulla sedia; non ci sono scene particolarmente cruente. Si tratta più di accenni a qualcosa che avviene sullo sfondo o fuori campo.


Nonostante la trama abbastanza prevedibile senza grandi effetti sorpresa, ciò che è interessante è l’atmosfera cupa che genera un sottile, ma sempre presente stato di ansia, creando comunque una certa tensione. Anche la colonna sonora contribuisce a creare queste sensazioni.


Ciò che più colpisce in questo film è il suo essere rappresentazione allegorica, certo amplificata, della situazione attuale in cui versa il teatro, ma non solo. In questo, Kadaver è sicuramente un film attuale e suggestivo.


In questa dimensione post apocalittica, le persone non hanno smesso di sognare e si rifugiano nel teatro per poter continuare a farlo. L’unico scopo sembra essere quello di nutrirsi materialmente e concettualmente.


C’è un passaggio molto significativo ed efficace,, ripetuto due volte con sfumature diverse, che dà un senso al mantra ormai svuotato che da un po’ andiamo a ripetere:

Jacob: "Tu credi ancora che andrà tutto bene alla fine?”

Leo: “Sì!”

Jacob: “Come accidenti fai a crederci?”

Leo: “Perché io devo crederci!”


C’è un richiamo a moltissimi elementi del teatro: il teatro immersivo, il rifugio nel teatro, la differenza tra realtà e finzione; gli elementi base del teatro, quali la maschera; il teatro nel teatro; il gioco tra personaggio e attore.


La recitazione è comunque convincente, a tratti appassionante. Bellissimo il monologo di Mathias sul teatro:

“…Una cosa è certa: solo sopravvivere non ci basta; noi umani dobbiamo sentire.

Quindi, signore e signori, benvenuti a teatro!”


La fotografia, dai toni lividi e bluastri, è molto curata e suggestiva e spesso colma le leggerezze della trama, così come i dettagli della scenografia particolarmente efficaci e curati.


Le relazioni degli altri personaggi all’intento della storia non sono mai realmente approfondite: le persone possono essere solo delle maschere.


Viene da pensare a Pirandello: "Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”


Si possono facilmente riscontrare, poi, richiami, riferimenti o analogie ad altre opere teatrali o per ragazzi: viene in mente un po’ il Mangiafuoco di Pinocchio, ed è evidente un riferimento al Paese delle meraviglie di Alice (che è poi il nome della bambina). Invece, il riferimento a Shakespeare, soprattutto nel particolare relativo a Lady Macbeth non è sufficientemente approfondito e rappresentato.


In conclusione, nonostante i difetti evidenziati, Kadaver è un buon prodotto in cui il cinema incontra il teatro: omaggio alla sua imprescindibilità nella nostra vita, o canto del cigno?



Flaminio Boni

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