“Alberi - The Aleph Beth Of Nature” Di Marisa Zattini

“Alberi - The Aleph Beth Of Nature” Di Marisa Zattini

La Natura come memoria del linguaggio universale

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Le ventitré installazioni, già esposte nella chiesa della Natività in Roma nel mese di ottobre 2020 e a dicembre 2020 nella chiesa neoclassica di Santa Cristina a Cesena, sono protagoniste della mostra itinerante “Alberi - The Aleph Beth of Nature”, dell’artista Marisa Zattini .

L’albero è il testimone di una memoria arcaica, una documentazione ciclica del tempo, la forte espressione di Madre Natura, ma anche il calco di un’esistenza intera; è una creatura vivente che è stata da sempre fonte d’ ispirazione del linguaggio umano. Gli alberi sono da considerarsi misure fluide degli spazi abitati, esseri che costruiscono la loro esistenza, dialogando perennemente con l’esterno, memorizzando inoltre tutti i gesti della loro crescita all’interno della loro struttura; parimenti l’uomo ha il bisogno di ispirarsi alle proprie radici per lasciare una traccia, condividendo tutti i segni necessari alla sua esistenza. Riaffiorano spontaneamente alla memoria i celebri versi di Charles Baudelaire ne I fiori del male : “La Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse parole”.

Il Segno diviene parte espressiva dell’essere vivente , decodificato in inequivocabili simboli o lettere per memorizzarne il contenuto. Marisa Zattini asseconda la forma naturale del tronco d’albero, inserendo a fuoco le lettere dell’alfabeto ebraico, e sottolinea così da una parte la circolarità nel nostro compiuto, della nostra essenza e dall’altra crea un’immagine emblematica per renderci coscienti delle nostre radici e del luogo in cui nasciamo, viviamo, tramontiamo. Le incisioni rappresentano un punto di inizio e di fine, dunque, sono le lettere del nostro alfabeto, d’essere e in divenire. L’installazione nasce da un rapporto paritario tra il linguaggio dell’uomo e l’intera esistenza, associando la nostra forza collettiva alla Natura, in opere che sembrano essere nate da operazioni a quattro mani con la Stessa e il suo spirito più profondo.

Sono opere aperte, partecipate e modificate secondo il contesto con cui sono a contatto: la scelta del luogo sacro è certamente sentita e rivolta a ricostruire un nuovo linguaggio ripartendo dalla propria spiritualità, dall’esigenza di ricongiunzione con il Creato, iniziando dalla propria esistenza e dalla traccia primordiale di vita. Non a caso la Chiesa della Natività a Roma, costruita nella seconda metà dei Seicento e affidata all’Arciconfraternita della Compagnia della Natività (detta degli Agonizzanti) nel 1616, assume un profondo significato simbolico per la collocazione delle opere: la nascita e la Vita. Anche la facciata, che ha la forma di una capanna, e l’interno dell’edificio che, secondo la pia tradizione conserva parte delle fasce che avvolsero Gesù, confermano la simbologia studiata dall’artista.

Le installazioni vogliono comunicare la rappresentazione del mondo alla comunità, la sedimentazione dell’Essere nell’ambiente che lo ha generato, accolto e sostenuto, con lo scopo di restituire un’immagine universale del linguaggio. Una visionarietà quella della Zattini che rimanda a uno stadio preistorico di comunanza dell’ esistente e che lega il regno animale, vegetale e minerale in modo fluido, reciproco e primordiale. Una riflessione certamente “minima” ed essenziale che lascia una traccia originaria, creata dal movimento molto rapido dell’incisione a fuoco delle lettere, in contrasto con la dendrocronologia degli alberi e i loro anelli di accrescimento. Articolo di Giorgio Vulcano

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